I cittadini non ne possono più. Auto spaccate, vetri in frantumi, aggressioni, interventi delle forze dell’ordine, paura nelle strade: non è più emergenza occasionale, è una quotidianità che sta diventando insopportabile.
C’è un momento in cui una città smette di discutere di “percezione della sicurezza” e comincia semplicemente a guardare in faccia la realtà. Quel momento, a Reggio e nei comuni della provincia, sembra essere arrivato da un pezzo.
Perché qui non siamo più davanti al singolo episodio, alla bravata isolata, alla notte storta. Qui ci sono auto spaccate una dopo l’altra, cittadini che scendono al mattino e trovano il finestrino distrutto, documenti spariti, oggetti rubati, danni da pagare. Qui ci sono persone che ormai parcheggiano con l’ansia, che lasciano la macchina vuota come se fosse una regola di sopravvivenza, che guardano la strada sotto casa non più come un luogo normale, ma come un rischio.
E poi ci sono gli episodi più gravi, quelli che mostrano fino a che punto si sia alzata l’asticella dell’arroganza e della violenza. Persone fuori controllo, interventi dei carabinieri, minacce, sassi lanciati contro le auto, militari presi di mira mentre fanno semplicemente il proprio dovere. Una città civile non può abituarsi a leggere queste cose come se fossero il bollettino del tempo.
Il problema è proprio questo: l’abitudine. Ci stiamo abituando al degrado. Ci stiamo abituando alle vetrine rotte, ai vetri per terra, alle auto devastate, ai bivacchi, allo spaccio, all’alcol, alle urla, ai monopattini lanciati sotto i portici, ai controlli che sembrano sempre arrivare dopo, quando il danno è già fatto. Ci stiamo abituando a una città dove chi rispetta le regole deve difendersi, mentre chi le calpesta sembra muoversi con una libertà impressionante.
E i cittadini sono stanchi. Stanchi dei comunicati, delle frasi prudenti, delle solite rassicurazioni. Stanchi di sentirsi dire che “la situazione è sotto controllo” mentre ogni settimana c’è qualcuno che conta i danni. Stanchi di pagare tasse, assicurazioni, parcheggi, multe, canoni, permessi, e poi ritrovarsi soli davanti a un finestrino spaccato.
Perché non è solo il valore rubato. A volte non rubano quasi niente. Ma ti resta addosso la violazione. Ti resta la rabbia di sapere che qualcuno ha messo le mani dentro la tua macchina, nella tua vita, nelle tue cose. Ti resta il senso di impotenza. Ti resta quella domanda semplice e feroce: ma io, cittadino onesto, da chi sono difeso?
Le forze dell’ordine fanno quello che possono, spesso con mezzi insufficienti, organici tirati, turni pesanti e situazioni sempre più difficili. Ma la sicurezza non può essere scaricata solo sulle pattuglie quando ormai il problema è diventato strutturale. Serve una scelta politica chiara. Serve presenza. Serve controllo vero. Serve prevenzione. Serve che le telecamere non siano arredo urbano. Serve che chi devasta, minaccia, ruba o aggredisce sappia che la città non è terra di nessuno.
E soprattutto serve smetterla con il linguaggio comodo. Non tutto è “disagio”. Non tutto è “fragilità”. Non tutto può essere spiegato, giustificato, ammorbidito. Esistono anche la delinquenza, l’arroganza, l’impunità, il menefreghismo. E una comunità seria deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Perché il cittadino che subisce il danno non vive nei convegni. Non vive nelle relazioni tecniche. Vive al piano terra, in un condominio, in una via del centro, vicino a un parcheggio, sopra un portico, accanto a un negozio che chiude. Vive dove la sera certe zone cambiano volto. Vive dove il degrado non è una parola: è un odore, un rumore, una paura, una serranda abbassata, un vetro rotto.
E quando i negozi chiudono, quando le famiglie evitano certe strade, quando gli anziani non escono più volentieri, quando i residenti si sentono ospiti sgraditi sotto casa propria, allora il problema non è più solo di ordine pubblico. È un fallimento urbano. È una sconfitta della città.
Reggio non può diventare una città dove si sopporta tutto fino alla prossima pagina di cronaca. Non può vivere di indignazione a intermittenza. Non può svegliarsi solo quando il giornale mette insieme l’ennesima sequenza di danni, aggressioni e interventi notturni.
I cittadini non chiedono miracoli. Chiedono normalità. Chiedono di parcheggiare l’auto e ritrovarla intera. Chiedono di camminare senza sentirsi stupidi perché hanno ancora fiducia. Chiedono che le regole valgano per tutti. Chiedono che chi sbaglia paghi davvero. Chiedono che la sicurezza non sia una promessa da campagna elettorale, ma un diritto quotidiano.
Perché una città non si misura dai discorsi ufficiali. Si misura dal modo in cui protegge chi la abita. E se un cittadino, la mattina, deve iniziare la giornata raccogliendo vetri dal sedile della propria macchina, allora qualcosa non sta funzionando.
Non servono altre banalità. Servono responsabilità, presenza e decisione.
Il lavoro delle forze dell’ordine va sostenuto. I cittadini vanno ascoltati. Le zone degradate vanno presidiate. I responsabili vanno individuati. Le telecamere vanno usate. Le strade vanno riprese, una per una.
Perché Reggio non è di chi rompe, minaccia, spaccia, devasta o se ne frega.
Reggio è di chi ci vive, lavora, paga, rispetta, sopporta da troppo tempo e adesso ha tutto il diritto di dire basta.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
