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Dora, la donna che per fermare il comunismo attentò alla vita di Lenin (1)
di Fabrizio Montanari
Dopo undici anni trascorsi in diversi gulag, tra cui quello più famigerato di Akatuy in Siberia, il 3 marzo 1917 riassaporava la libertà una giovane donna, che avrebbe fatto parlare a lungo di sé, passando alla storia come l’attentatrice di Lenin. Anche se molto provata nel fisico e soprattutto nella vista, i suoi lineamenti regolari e armoniosi facevano intuire che doveva essere stata una bella ragazza. Era uscita dalla prigionia grazie all’amnistia, seguita alla rivoluzione di febbraio dello stesso anno.
Nel fronte rivoluzionario si fronteggiavano diversi partiti e movimenti rivoluzionari. C’erano i bolscevichi, i socialisti rivoluzionari, i menscevichi e gli anarchici, che di fronte all’urgenza del momento di abbattere lo zar avevano trovato inizialmente il modo di collaborare, ma che, una volta conquistato il potere, erano diventati acerrimi nemici. L’esercito imperiale era allo sbando, specie dopo l’abdicazione di Nicola II e l’insediamento di un governo provvisorio.
La complessità della situazione era apparsa chiara a Lenin fin dal suo arrivo a Pietrogrado, quando alla stazione Finlandia, rivolgendosi a coloro che erano corsi entusiasti ad accoglierlo, indicò la linea da seguire: cessazione immediata della guerra, tutto il potere al partito e ai soviet e occupazione delle terre dei latifondisti da parte dei contadini. Era il cuore delle sue “Tesi d’aprile” elaborate in esilio.
Per dare un ulteriore segnale di discontinuità rispetto alla sua provenienza, cambiò nome al partito: da frazione bolscevica del Partito Socialdemocratico Russo in Partito Comunista Russo. Sapeva di essere in minoranza nello schieramento rivoluzionario e, forse, anche dentro il suo stesso partito. In un primo tempo infatti perfino Kamenev, Zinoviev e lo stesso Stalin non gli risparmiarono critiche e perplessità. Rispondendo con caparbietà a tutte le osservazioni mosse nei suoi confronti, non negò che l’affermazione delle sue idee avrebbe comportato una dura lotta, sacrifici e sangue. Era un Lenin preoccupato della maggioranza detenuta nei Soviet dai socialisti rivoluzionari e dai menscevichi, contrari a una pace separata con la Germania e favorevoli a un più diffuso potere popolare, oltre che alla convocazione di un’Assemblea Costituente, già prevista precedentemente da Kerenskij. L’elezione per indicare i delegati all’Assemblea si svolse a suffragio universale, ma alle urne si recarono meno del 50% degli aventi diritto. Il risultato fu il seguente: socialisti rivoluzionari 58%, bolscevichi 25%, partito cadetto 14%, menscevichi 4%.
I bolscevichi tuttavia risultarono il primo partito, e questo sarà decisivo, nelle grandi città e soprattutto nel soviet di Pietrogrado, guidato da Trockij. Con la costituzione del Comitato esecutivo centrale panrusso, formato da bolscevichi e socialisti rivoluzionari di sinistra, l’Assemblea fu sciolta e venne convocato il III Congresso panrusso dei deputati, degli operai, dei soldati e dei contadini. I menscevichi di Martov messi fuori legge il 15 agosto, confluirono nella seconda Internazionale e i loro capi emigrarono in Europa, mentre i socialisti rivoluzionari di sinistra, di orientamento più populista, nel mese di marzo del 1918 abbandonarono il governo, ritenuto ormai irrimediabilmente dispotico. Il clima, le condizioni miserrime nelle quali si trovava il popolo, la paura d’essere arrestati, imprigionati, se non fucilati dalla Ceka anche solo per un semplice sospetto, venne perfettamente illustrata dall’anarchica americana Emma Goldman nel suo libro biografico Vivendo la mia vita, reduce da un suo viaggio in Urss nel 1920.
La situazione che Fanny Kaplan, detta Dora, trovò all’uscita dal gulag era, dunque, del tutto diversa da quella che aveva immaginato e che le avevano illustrato. Nata nel governatorato della Volinia (Ucraina occidentale), era stata educata in una numerosa famiglia ebrea. Il padre, molto religioso, insegnante in una scuola ebraica, aveva otto figli: quattro femmine e quattro maschi. Di indole determinata e indipendente, Fanny si innamorò del terrorista anarchico, poi bolscevico, Viktor Garskiy, che la introdusse nell’organizzazione terroristica segreta da lui diretta. Da quel momento per amore o per convinzione si votò alla causa rivoluzionaria. Fu così che a soli 16 anni venne arrestata per il suo coinvolgimento in un fallito attentato contro un funzionario zarista a Kiev. Pare che la bomba sia esplosa accidentalmente nella sua stanza d’albergo, procurandole gravi danni alla vista e uccidendo una cameriera. Catturata dagli agenti zaristi, fu condannata all’ergastolo da scontarsi in un campo di prigionia in Siberia. Gli anni trascorsi tra infinite umiliazioni, il freddo, la fame e le punizioni corporali ne minarono il fisico e compromisero ancora di più la sua vista. Nel frattempo la sua famiglia nel 1911 era emigrata negli Stati Uniti non lasciando alcuna traccia che le potesse essere utile al loro ritrovamento. A quel punto Dora decise di cambiare nome e farsi chiamare Kaplan.
Quando, dunque, il 3 marzo 1917 vide aprirsi le porte della colonia penale, si trovò sola ad affrontare l’evolversi degli eventi storici. Prima di ogni altra cosa, soffrendo di tisi ed essendo ipovedente, pensò di curarsi e, se possibile, riacquistare un po’ la vista. Nel sanatorio di Eupatoria e, dopo un delicato intervento chirurgico a occhi a Kharkov da parte Dimitri, fratello minore di Lenin, raggiunse Simferopol in Crimea. Secondo alcune ricostruzioni tra Dimitri e Fanny pare sia nata una breve ma intensa storia sentimentale, il che lascia ancora più perplessi circa ciò che accadrà. Ristabilitasi tornò a Mosca, dove tutti dicevano scorreva la storia. Dopo la celebrazione del terzo congresso dei soviet, si era giunti, il 3 marzo del 1918, alla firma del trattato di pace di Brest Litovk, che sanciva l’uscita della Russia dal conflitto mondiale. Tale trattato, firmato per parte russa da Lev Kamenev, riconosceva la vittoria degli Imperi centrali e sanciva l’indipendenza di Ucraina, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituana, Polonia e Bielorussia.
Oltre a ciò imponeva, grazie ad un accordo aggiuntivo dell’agosto 1918, il pagamento da parte russa di sei miliardi di marchi come compensazione alle perdite degli interessi tedeschi. I socialisti rivoluzionari e gli anarchici, si dichiararono decisamente contrari alla conduzione e alla conclusione della trattativa, che oltre a ignorare il principio della “autodeterminazione dei popoli”, risultava umiliante per la Russia. Il 14 marzo pertanto i socialisti rivoluzionari, coerentemente alle loro convinzioni, uscirono dal governo. Anche nelle fila bolsceviche emersero distinguo e contrarietà. Significative quelle di Bucharin e Trockij, che però rapidamente rientrarono. Il dissenso più netto ed esplicito venne dai menscevichi e in particolare dal loro capo Martov.
A Mosca Fanny incontrò di nuovo Viktor, il suo primo e forse unico amore, che la convinse a lottare contro il nuovo tiranno, [che] stava incarcerando e sopprimendo tutta l’opposizione e i suoi antichi alleati. Le sue parole non sorpresero Fanny che aveva abbracciato da tempo la causa dei socialisti rivoluzionari e considerava Lenin un traditore. Ad Akatui, infatti, aveva incontrato molti socialisti rivoluzionari tra i quali la famosa e indomita Maria Spiridonova, che certamente contribuì con le parole e l’esempio alla sua formazione politica.
La prima vittima di tale confusione fu l’ambasciatore tedesco conte Wilhelm von Mirbach-Harff, che aveva presentato le credenziali al presidente del comitato esecutivo panrusso Sverdlov nel mese d’aprile del 1918. L’attentato avvenne nella sede dell’ambasciata per mano di due social-rivoluzionari di sinistra della Ceka, la polizia segreta creata il 20 dicembre 1917 per combattere i nemici del regime sovietico: Jakov Bljumkin e Nikolaj Andreev. Il 28 agosto intanto Garskiy, incontrava a Mosca Sverdlov con il quale pare avesse stretto un rapporto d’amicizia. Non è dato sapere il motivo della visita, ma certo è immaginabile pensare che i due abbiano espresso valutazioni politiche sulla difficile situazione nella quale di dibatteva la nuova Russia. Non sappiamo se in quei giorni Garskiy abbia incontrato di nuovo Fanny e se sia stato lui a convincerla definitivamente a compiere l’attentato alla vita di Lenin. Sta di fatto che la loro contemporanea presenza a Mosca risultò per lo meno sospetta.
Lenin aveva 48 anni e stava consolidando il suo ruolo di comando. Per fare questo era costretto ad uscire dal Cremlino per incontrare e convincere più gente possibile, fossero essi operai o contadini. Il 30 agosto era in programma una visita con relativo discorso ad una grande fabbrica di Mosca. La moglie e i più stretti collaboratori lo consigliarono tuttavia di rinunciarvi, visto che qualche ora prima il capo della Ceka M.S. Urickij di Pietrogrado aveva subito un mortale attentato da parte di un cadetto per vendicare l’uccisione di un amico. Lenin invece considerava la visita alla fabbrica Mihel’son troppo importante per essere cancellata.
Nel tardo pomeriggio raggiunse in auto la fabbrica dove fu accolto da molti operai desiderosi di vederlo e di conoscere il suo programma di governo. La giornata di fine agosto già preannunciava l’imminente freddo autunnale russo e il cielo era coperto. La pioggia era in arrivo. Tutti indossavano abiti pesanti. Anche Lenin si coprì con un pesante cappotto. Il comizio durò circa quaranta minuti. All’uscita, prima di raggiungere l’auto ferma ai cancelli della fabbrica, si attardò a parlare con un gruppo di persone, tra le quali molte donne. Improvvisamente una donna con in mano un ombrello e una piccola borsa, lo chiamò ad alta voce, attirando la sua attenzione. Una volta giratosi per vedere chi lo avesse chiamato, si udirono tre colpi d’arma fuoco e Lenin cadde al suolo. Uno colpì il collo, compromettendo seriamente i polmoni, un altro penetrò nella spalla sinistra, il terzo colpo invece andò a vuoto, bucando solo il cappotto.
Immediatamente soccorso, fu caricato sull’auto e trasportato al Cremlino. Temendo di poter essere oggetto di altri attentati, decise d’essere curato nel suo appartamento. Accorsero il segretario del Consiglio del popolo Branc-Brucvic e il commissario del popolo alla previdenza sociale Vinokurov. A quel punto furono chiamati due medici e un chirurgo di fiducia, Obukl, Veisbrod e Mints, i quali non disponendo d’idonea attrezzatura, non riuscirono ad estrarre i proiettili, ma solo a tamponare la copiosa emorragia. Non c’era che sperare e attendere. I proiettili saranno estratti solo nel 1922, contribuendo non poco alla prematura scomparsa di Lenin nel 1924. La prima persona che Lenin chiese di vedere fu Inessa Armand, sua seguace fin dai primi anni d’esilio in Europa e sua amante segreta. Aveva preso alloggio poco distante dal Cremlino e su occupava soprattutto delle organizzazioni femminili. Era un amore che, come dice Vitanna Armeni nel libro a lei dedicato, non si doveva sapere, volendo rispettare la morale proletaria e rivoluzionaria.
(1 continua…)
Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.