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Scompare d’estate, travolge in autunno: è il Crostolo degli estremi
di Iulio Lo Piccolo
Il Crostolo ha due facce: lo stesso corso d’acqua che nell’ottobre 2024 ha rotto gli argini a Cadelbosco di Sotto, allagando la bassa reggiana e costringendo un migliaio di persone ad abbandonare le proprie case, in estate diventa un fossato in secca. Nel tratto urbano, quello che attraversa la città dal Parco delle Caprette verso valle, la portata si riduce a una striscia appena fluente. O scompare del tutto. Non è una novità, ma sta diventando un problema strutturale.
Il Crostolo ha sempre avuto un regime torrentizio: massimi in primavera e autunno, secche in estate. È nella sua natura. Negli ultimi anni, però, i periodi di secca sono diventati più lunghi, profondi e difficili da gestire con i metodi tradizionali. Durante l’intensa siccità dell’estate 2021, il tratto cittadino è rimasto completamente asciutto. Per tre volte il Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale era intervenuto pompando circa 50.000 metri cubi d’acqua dal Po. Un’operazione complessa e costosa che, per ammissione dello stesso ente, è servita solo a tamponare l’emergenza, senza riuscire a ripristinare il deflusso minimo vitale.
Nel 2022 la situazione era ancora peggiore: Po, Enza e Secchia erano tutti in sofferenza, e le “cacciate” settimanali che fino all’anno prima il Consorzio riusciva a fare, non erano più possibili. «Le ricette del passato non bastano più», disse la dirigente Paola Zanetti. Questo meccanismo d’emergenza esiste dal 2009, anno in cui la Provincia, il Consorzio, Arpae e altri enti locali firmarono il primo protocollo per la valorizzazione del torrente. L’idea alla base è lineare: quando Arpae segnala il superamento della portata critica, il Consorzio di Bonifica immette acqua nel Crostolo, a patto che le condizioni dei fiumi principali lo consentano. I rilasci avvengono attraverso un sistema idraulico che sfocia all’altezza del ponte di via Lelio Basso, proprio nella zona del Parco delle Caprette. Una flebo, insomma, non una cura.
Il problema non è solo estetico o fruitivo, per quanto anche quello conti, ma biologico: il Crostolo è uno dei corridoi verdi più vissuti della città. Arpae monitora periodicamente il torrente attraverso comunità biotiche rivelatrici: dalle diatomee ai macroinvertebrati, fino alla fauna ittica. Nelle estati più secche la catena si spezza. Quando l’acqua stagna e la temperatura sale, le alghe proliferano e la loro decomposizione consuma l’ossigeno disponibile: nei casi più gravi si arriva all’anossia, ai gas maleodoranti, alle morie di pesci. Le immissioni d’emergenza servono anche a questo, ovvero a tenere in vita, letteralmente, quello che resta dell’ecosistema acquatico nel tratto di pianura.
E poi arriva ottobre. La stessa estate che prosciuga il torrente si chiude spesso con precipitazioni concentrate e violente. Nel 2024, il contrasto si è manifestato in modo drammatico: cento millimetri di pioggia in poche ore hanno trasformato il Crostolo radicalmente. Da quasi asciutto a prorompente, tanto da sfiorare i nove metri di livello al Parco delle Caprette, con conseguente rottura degli argini a valle e allagamento delle campagne tra Cadelbosco, Villa Seta, Bagnolo e Santa Vittoria. Due facce contrapposte dello stesso fenomeno: un corso d’acqua che perde stabilità in entrambe le direzioni.
Non si tratta di sorpresa. Già nel 2020, nell’ambito del progetto europeo “LIFE UrbanProof”, il Comune di Reggio Emilia ha approvato una specifica strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, elaborata insieme al Planning Climate Change Lab dell’Università IUAV di Venezia, con un orizzonte proiettato al 2100. Il documento descriveva con precisione queste due esatte vulnerabilità: da un lato la siccità estiva, con la conseguente carenza idrica e il calo di ricarica delle falde; dall’altro, la frequenza di eventi meteo estremi, con l’impennata del rischio di esondazione per i corsi d’acqua locali.
Il quadro macroclimatico regionale convalida pienamente queste proiezioni. Secondo l’ultimo rapporto IdroMeteoClima di Arpae, il 2024 ha strappato al 2023 il primato di anno più caldo in Emilia-Romagna dal 1961, facendo segnare un’anomalia termica di ben +1,6°C rispetto alla media storica. A raddoppiare non sono state solo le temperature medie, ma anche gli indicatori dell’estremizzazione estiva. Le giornate di forte disagio bioclimatico in pianura hanno toccato la quota record di 19 giorni nell’anno. Sul fronte opposto, la fisica dell’atmosfera surriscaldata amplifica i fenomeni temporaleschi: uno studio del gruppo di ricerca internazionale ClimaMeter, finanziato da UE e CNRS, ha certificato che perturbazioni fotocopia, come quella che ha colpito la regione nell’ottobre 2024, scaricano oggi fino al 25% di pioggia in più rispetto alle dinamiche di inizio secolo.
Proprio per questo, la crisi del Crostolo non è solo una questione locale, ma assume i contorni di un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. Le sue dimensioni ridotte e la sua fragilità strutturale anticipano in piccolo ciò che rischia di accadere ai grandi bacini idrografici italiani ed europei. Siamo di fronte a un modello in scala che mostra come l’ecosistema fluviale si possa trasformare da risorsa a minaccia nel giro di poche stagioni.
Alcune immagini del Crostolo. Le più recenti – a sinistra – mostrano il torrente completamente privo d’acqua. La prima foto, scattata dal ponte di via Martiri della Bettola, mostra il percorso del fiume in direzione via Lungo Crostolo. Anche risalendo verso Baragalla, lo scenario è piuttosto desolante. L’utima immagine, la diga con invaso lungo la “Passeggiata” – dal Parco delle Caprette – risale al 9 maggio scorso. In poco più di un mese, l’aspetto è completamente mutato.