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Bosco Ospizio, presidio che interroga Reggio: tra cemento e biodiversità
di Giacomo Scillia
Davanti alle ruspe cittadini di ogni età difendono 45mila metri quadrati di verde spontaneo. Il Comune sostiene il progetto di riqualificazione, ma la città chiede una pausa e un confronto vero.
Alle sei e mezza del mattino del 3 agosto, mentre gran parte di Reggio Emilia era ancora immersa nel silenzio, davanti al Bosco Ospizio c’erano già decine di persone. Non erano arrivate per una cerimonia o per una manifestazione simbolica. Erano lì per impedire alle ruspe di entrare nell’area e dare inizio ai lavori.
Il presidio, promosso dall’Assemblea permanente Bosco Ospizio, è proseguito giorno e notte. Lunedì e martedì i cittadini, sedendosi pacificamente davanti agli accessi, hanno bloccato i mezzi. Successivamente ruspe e trattori non si sono più presentati, ma gli attivisti sono rimasti sul posto. La sera si riuniscono nel vicino parco Campo di Marte 2 e alcuni dormono nelle tende. Il presidio dovrebbe continuare almeno fino al 17 agosto, mentre è stata chiesta alla Questura una proroga fino alla fine del mese.
Bosco Ospizio è un’area di circa 45mila metri quadrati lungo la via Emilia, sorta sul terreno dove un tempo si trovava una casa di riposo. In vent’anni la natura si è ripresa quello spazio: sono cresciuti alberi, arbusti e vegetazione spontanea, creando un ecosistema che oggi rappresenta un piccolo polmone verde in una zona densamente abitata e attraversata ogni giorno da un traffico intenso.
Su quell’area privata è prevista la realizzazione del Pru Ospizio, un progetto urbanistico dalla storia ormai ventennale. Il piano comprende una nuova struttura commerciale Conad e altri edifici destinati a funzioni sanitarie, culturali e sociali, tra cui la Casa della Comunità, la biblioteca e il polo territoriale.
Il Comune difende il progetto sostenendo che, rispetto alle ipotesi iniziali, siano state ridotte le volumetrie e il numero degli abbattimenti. Secondo l’Amministrazione saranno mantenuti circa 23mila metri quadrati di verde pubblico, gli alberi da abbattere scenderanno da 154 a 98 e complessivamente, considerando anche le piantumazioni esterne al comparto, saranno messi a dimora 1.572 nuovi alberi. Sono inoltre previsti orti comunali, percorsi ciclopedonali e una riduzione dei parcheggi in superficie.
Sono dati che devono essere riportati correttamente. Ma esiste anche una domanda alla quale i numeri, da soli, non possono rispondere: un albero adulto e un ecosistema formatosi in decenni possono davvero essere sostituiti da centinaia di giovani piantine distribuite dentro e fuori dal quartiere?
Gli ambientalisti rispondono di no. Sostengono che il valore del Bosco Ospizio non dipenda soltanto dal numero degli alberi, ma dalla biodiversità, dall’ombra, dalla capacità di assorbire calore e inquinamento e dal ruolo che quel verde svolge per bambini, anziani e famiglie del quartiere. Chiedono inoltre di collocare i servizi pubblici previsti dal progetto in edifici già esistenti e oggi inutilizzati.
Il Tar ha respinto la richiesta urgente di sospendere i lavori, ritenendo che nell’area non sia giuridicamente individuabile un “bosco urbano”. Il ricorso, però, non è ancora stato deciso definitivamente. E proprio per questo una sospensione politica e amministrativa dei lavori sarebbe un gesto di prudenza, non una resa.
Una scelta può essere formalmente autorizzata e contemporaneamente risultare sbagliata davanti ai cambiamenti intervenuti nella società, nel clima e nella sensibilità dei cittadini. Un progetto nato molti anni fa non può essere considerato intoccabile soltanto perché ha attraversato un lungo iter burocratico.
Il presidio di Bosco Ospizio non dovrebbe essere liquidato come una semplice opposizione al supermercato. Quelle persone stanno ponendo una questione che riguarda tutta Reggio Emilia: quale città vogliamo consegnare ai nostri figli? Una città che continua a consumare terreno oppure una città capace di recuperare gli edifici esistenti e rispettare gli spazi che la natura ha riconquistato?
Serve un confronto pubblico, trasparente e senza decisioni già scritte. Comune, Conad, associazioni ambientaliste e cittadini devono tornare attorno allo stesso tavolo. Fermare temporaneamente le ruspe non significa rinunciare allo sviluppo. Significa domandarsi quale sviluppo sia ancora accettabile.
Davanti al Bosco Ospizio, in queste giornate d’agosto, non ci sono soltanto tende, striscioni e persone sedute davanti a un cancello. C’è una comunità che chiede di essere ascoltata. E una città civile non dovrebbe mai avere paura della voce dei propri cittadini.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.