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Reggio e le serrande chiuse: la città che non riapre dopo Ferragosto
di Giacomo Scillia
A Reggio Emilia, dopo Ferragosto, non tutti riapriranno. Diverse serrande rimarranno abbassate, alcune forse per sempre. Dietro ciascuna di esse non c’è soltanto un negozio che chiude: ci sono famiglie, sacrifici, debiti, anni di lavoro e persone che hanno smesso di credere nel futuro di questa città.
La verità, ormai, è sotto gli occhi di tutti: Reggio Emilia sta diventando una città fantasma. Basta attraversare il centro storico senza farsi ingannare dalle fotografie ufficiali, dalle inaugurazioni, dagli eventi organizzati per qualche ora o dalle solite dichiarazioni trionfali. Bisogna camminare nelle strade vere, osservare le vetrine vuote, contare i cartelli “affittasi”, guardare le serrande sporche e ascoltare il silenzio che ha preso il posto della vita.
Ogni negozio che chiude spegne un pezzo di città. E quando le luci delle attività commerciali scompaiono, arrivano il degrado, l’insicurezza e l’abbandono. Le persone cambiano strada, le famiglie smettono di frequentare il centro, gli anziani hanno paura e chi potrebbe investire sceglie altri luoghi. È un meccanismo semplice, evidente a tutti, tranne forse a chi governa Reggio Emilia.
Per anni ci hanno riempito di parole: rilancio, rigenerazione, partecipazione, vivibilità, attrattività. Termini eleganti, buoni per i convegni e per i comunicati stampa. Ma le parole non pagano gli affitti, non riducono le tasse, non fermano la criminalità e non riportano i clienti nei negozi. Mentre la politica organizzava tavoli, il commercio moriva in piedi. Lentamente, una serranda dopo l’altra.
Dopo Ferragosto arriverà il momento della verità. Molti cittadini torneranno dalle vacanze e troveranno una Reggio ancora più povera, più spenta e più vuota. Alcune attività non avranno avuto la forza di ricominciare. Non per mancanza di volontà, ma perché non si può continuare a lavorare soltanto per pagare bollette, imposte, affitti e spese. Non si può chiedere agli esercenti di resistere eroicamente mentre intorno a loro la città viene lasciata morire.
Il centro storico non ha bisogno dell’ennesima festa di una sera. Ha bisogno di sicurezza vera, parcheggi accessibili, pulizia, illuminazione, controlli continui e una politica fiscale capace di aiutare concretamente chi tiene aperta un’attività. Servono residenti, famiglie, botteghe e servizi. Serve la normalità, quella che Reggio Emilia sembra avere smarrito.
Non basta accendere qualche luce colorata per nascondere il buio. Non basta riempire una piazza per due ore e poi fotografarla dall’angolazione giusta. Il giorno dopo restano le strade vuote, i negozi chiusi e la sensazione di una città che abbia rinunciato a se stessa.
La politica locale dovrebbe avere almeno il coraggio di chiedere scusa. Scusa ai commercianti abbandonati. Scusa ai cittadini che non riconoscono più il proprio centro. Scusa a chi paga tasse sempre più pesanti ricevendo in cambio servizi insufficienti, degrado e insicurezza. Scusa a chi ha investito i risparmi di una vita e oggi deve abbassare definitivamente la serranda.
Reggio Emilia non sta vivendo una crisi passeggera. Sta subendo una lenta desertificazione economica e sociale. Continuare a minimizzare significa diventare complici del declino. La città non muore tutta in una volta: muore ogni volta che chiude un negozio, ogni volta che una famiglia se ne va, ogni volta che un cittadino decide di non tornare più in centro.
E mentre qualcuno continuerà a parlare di una Reggio “dinamica, inclusiva e attrattiva”, la realtà presenterà il conto. Un conto scritto sulle serrande abbassate.
Dopo Ferragosto Reggio Emilia riaprirà solo in parte. Il resto rimarrà chiuso, vuoto e silenzioso. È l’immagine spietata di una città che sta diventando un fantasma, mentre chi dovrebbe salvarla continua a comportarsi come se fosse ancora viva.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.