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Reggio inaugura, poi dimentica. E le opere restano scatole vuote
di Giacomo Scillia
A Reggio Emilia siamo diventati bravissimi a tagliare nastri. Rendering, conferenze stampa, parole solenni come “rigenerazione”, “innovazione”, “attrattività” e “rilancio”. Per qualche giorno tutto brilla: fotografie, sorrisi e promesse. Poi si spengono i riflettori e comincia la parte meno appariscente, ma più importante: far vivere davvero ciò che è stato realizzato.
Ed è proprio lì che troppo spesso la politica reggiana mostra il fiato corto.
Un’opera pubblica non è riuscita soltanto perché è stata inaugurata. Una piazza non rinasce perché cambia pavimentazione. Un edificio storico non diventa automaticamente un polo turistico perché viene restaurato. Un centro per l’innovazione non produce sviluppo perché ospita uffici e laboratori. Una stazione firmata da un grande architetto non diventa la porta della città se rimane separata dalla sua vita quotidiana.
Il problema di Reggio Emilia non è la mancanza di luoghi importanti. È la difficoltà di inserirli in una visione unica e di accompagnarli nel tempo con servizi, manutenzione, iniziative, collegamenti e sicurezza. Costruiamo contenitori e poi ci sorprendiamo se non bastano a generare vita. Confondiamo l’investimento iniziale con il risultato finale. Ma tra spendere denaro e creare valore pubblico c’è di mezzo il governo della città.
Prendiamo la Reggia di Rivalta. Il recupero del parco e del Giardino Frutteto, completato nel giugno 2025, ha restituito alla città un’area di 26 ettari di grande valore storico e paesaggistico. Per l’estate 2026 il Comune ha annunciato oltre duecento eventi. È un dato positivo. Ma proprio perché l’investimento è importante, non possiamo accontentarci di un bel calendario stagionale. Quale ruolo avrà la Reggia per dodici mesi all’anno e per i prossimi vent’anni?
Diventerà una vera destinazione culturale e turistica? Sarà collegata in modo semplice con il centro e con le stazioni? Avrà servizi, promozione continuativa e collaborazioni stabili con scuole, università e operatori economici? Esiste un piano pluriennale di manutenzione con risorse certe e responsabilità chiare?
La Reggia non deve essere uno splendido fondale per qualche manifestazione estiva. Deve diventare un pezzo vivo della città in ogni stagione. Altrimenti si recupera un luogo, lo si celebra e poi si lascia che il tempo consumi l’entusiasmo e, lentamente, anche l’opera realizzata.
Lo stesso ragionamento vale per il Tecnopolo e il Parco Innovazione delle Reggiane. Sarebbe sbagliato parlare di una scatola vuota: il Tecnopolo riunisce quattro centri di ricerca avanzata e il Capannone 18 ospita, secondo i dati comunali, circa quattrocento persone tra uffici, laboratori e imprese. Esistono attività e competenze. Ma la politica non può fermarsi alla descrizione degli spazi o al numero dei soggetti insediati.
Dopo anni di investimenti, i cittadini hanno diritto di conoscere i risultati. Quante nuove imprese sono nate? Quanti giovani sono stati attratti o trattenuti a Reggio? Quanti posti di lavoro stabili, brevetti e progetti industriali sono stati prodotti? Quale ricaduta c’è stata sui quartieri vicini e sulle piccole imprese del territorio?
I dati devono essere pubblici, semplici e confrontabili. L’innovazione non si misura con le parole inglesi dei comunicati stampa, ma con opportunità, lavoro e ricerca applicata. La sfida è fare delle Reggiane un quartiere aperto, frequentato e attraversato, non un’isola moderna accanto a problemi rimasti irrisolti.
Poi c’è la stazione Mediopadana, l’opera simbolo per eccellenza. È conosciuta, fotografata e visibile dall’autostrada. Dispone di circa 2.400 posti auto e la linea urbana M la collega al centro con frequenze dichiarate intorno ai quindici minuti. Qualcosa, dunque, è stato fatto. Ma una stazione dell’alta velocità non si valuta soltanto per la bellezza architettonica, il numero dei parcheggi o il passaggio dei treni.
La questione è se la Mediopadana sia diventata davvero la grande porta di Reggio Emilia e dell’area vasta. Chi scende dal treno trova immediatamente informazioni chiare, accoglienza, servizi e collegamenti rapidi anche nelle ore serali? Percepisce l’identità di Reggio, la sua cultura, la sua economia e l’enogastronomia? È invogliato a fermarsi oppure attraversa uno spazio e riparte?
La Mediopadana dovrebbe essere il primo capitolo del racconto della città. Rischia invece di apparire come un magnifico monumento separato dal corpo urbano: una grande opportunità che ancora fatica a trasformarsi pienamente in sviluppo, turismo e attrattività.
E arriviamo alle piazze. Negli ultimi anni Reggio Emilia ha investito nella riqualificazione di San Prospero, Gioberti, Roversi, piazza della Legna e altri spazi del centro. Piazza San Prospero, da sola, è stata interessata da un intervento annunciato da 750 mila euro. Ma sostituire una pavimentazione, eliminare dislivelli e collocare nuovi arredi non significa restituire vita a una piazza.
Le pietre non organizzano eventi. Le panchine non riaprono i negozi. I lampioni, da soli, non generano sicurezza. Una piazza vive se ci sono persone, attività, residenti, commercio, cultura, pulizia e controlli. Vive se una famiglia vuole attraversarla la sera, se un anziano può sedersi senza sentirsi abbandonato, se un commerciante vede un futuro e non soltanto tasse, cantieri e serrande abbassate.
Senza tutto questo, la riqualificazione rischia di ridursi a un costoso intervento estetico destinato a invecchiare più rapidamente delle promesse con cui era stato presentato.
La manutenzione non porta grandi titoli sui giornali e non produce fotografie spettacolari. Eppure è la misura più seria della qualità di un’amministrazione. Pulire, riparare, illuminare, controllare, sostituire ciò che si rompe, sostenere le attività e correggere rapidamente ciò che non funziona: questa è politica concreta. Il resto, senza continuità, diventa scenografia.
A Reggio Emilia manca soprattutto una regia capace di collegare i grandi luoghi. Reggia di Rivalta, Tecnopolo, Mediopadana e centro storico sembrano talvolta capitoli di libri diversi. Dovrebbero invece dialogare attraverso trasporti efficienti, itinerari turistici, comunicazione coordinata, programmazione culturale, servizi e strategie economiche comuni. La città non ha bisogno di altre isole. Ha bisogno di una rete.
Per ogni grande opera o spazio riqualificato bisognerebbe presentare non soltanto il costo dei lavori, ma anche il piano di gestione, il bilancio della manutenzione, gli obiettivi misurabili, il soggetto responsabile e i risultati raggiunti.
Quante presenze? Quanti eventi fuori stagione? Quante attività economiche coinvolte? Quanti posti di lavoro? Quanti problemi segnalati e risolti? Senza numeri verificabili, la politica può raccontare qualunque successo. Con i numeri, invece, deve rispondere dei risultati.
Non si tratta di sostenere che tutto sia sbagliato o che nulla funzioni. Sarebbe una critica facile e poco credibile. Si tratta di affermare una cosa molto più seria: realizzare un’opera è soltanto l’inizio. Il denaro pubblico non finanzia un giorno di festa, ma un’utilità destinata a durare. Quando un luogo perde vitalità, decoro o attrattività, non basta annunciare un altro progetto per cancellare le responsabilità.
Reggio Emilia possiede storia, competenze, imprese, architetture e spazi che molte città potrebbero invidiarci. Proprio per questo non può vivere di occasioni separate, annunci periodici ed entusiasmo a scadenza. Deve imparare a custodire ciò che realizza, a misurare ciò che promette e a correggere ciò che non funziona. Tagliare un nastro è facile. Governare ciò che viene dopo è molto più difficile. Ma è esattamente per questo che esiste la politica.
Basta con la città delle inaugurazioni. È tempo della città della cura, della continuità e dei risultati.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.