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Negozi di vicinato: non bastano più le firme, le associazioni alzino la voce
di Giacomo Scillia
Tutti sappiamo che la strada intrapresa per salvare i negozi di vicinato, da sola, non porta lontano. Le raccolte di firme servono a richiamare l’attenzione e a mostrare che il problema esiste, ma non possono diventare l’ennesimo modo per prendere tempo mentre le serrande continuano ad abbassarsi.
La proposta delle Zone economiche speciali per il commercio di prossimità contiene principi condivisibili: agevolazioni fiscali, semplificazioni amministrative, incentivi per chi apre o resiste nei centri storici e nei quartieri. Ma tra una firma raccolta in piazza e una legge approvata dal Parlamento c’è un abisso. E dentro quell’abisso rischiano di cadere altre migliaia di imprese.
I numeri parlano chiaro: in pochi anni sono scomparsi migliaia di negozi e decine di milioni di euro di ricchezza sono stati sottratti ai territori. Non sono soltanto esercizi commerciali che chiudono. Sono famiglie che perdono il proprio reddito, lavoratori che restano a casa, strade che diventano più buie e quartieri che perdono sicurezza e socialità.
Le associazioni di categoria devono allora decidere che ruolo vogliono avere. Limitarsi a organizzare conferenze stampa, presentare proposte e raccogliere firme, oppure esercitare finalmente una pressione politica vera e continua?
Servono richieste precise rivolte al Governo, alle Regioni e ai Comuni. Al Governo bisogna chiedere una fiscalità realmente differenziata per le piccole imprese, la riduzione del costo del lavoro e interventi sugli affitti commerciali. Alle Regioni occorrono fondi stabili, accessibili anche alle attività più piccole, senza bandi incomprensibili e percorsi burocratici estenuanti. Ai Comuni bisogna domandare meno tasse locali, parcheggi accessibili, trasporti efficienti, sicurezza e centri storici realmente frequentabili.
Non è più il tempo delle fotografie, delle strette di mano e dei comunicati pieni di buone intenzioni. Bisogna convocare tavoli istituzionali, fissare scadenze, presentare proposte concrete e rendere pubbliche le risposte ricevute. E quando la politica non risponde, occorre dirlo chiaramente, indicando responsabilità e inadempienze.
Le associazioni di categoria rappresentano imprese che pagano quote, tasse, contributi e stipendi. Quegli imprenditori non chiedono passerelle: chiedono di poter lavorare. Se chi dovrebbe rappresentarli non riesce a incidere sulle decisioni, corre il rischio di trasformarsi in un semplice ufficio che certifica le chiusure.
Il commercio di vicinato non morirà per mancanza di firme. Morirà se Governo, Regioni e Comuni continueranno a rimpallarsi le responsabilità e se le rappresentanze economiche non alzeranno finalmente il livello dello scontro politico.
La mobilitazione, dunque, non deve concludersi con la consegna di una petizione. Deve cominciare proprio da lì. Le firme possono aprire una porta, ma poi qualcuno deve avere il coraggio e la forza di attraversarla.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.