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Paradosso Reggio: produce più rifiuti di tutti, ma li differenzia meglio
di Iulio Lo Piccolo
Partiamo dal paradosso di una città che eccelle nel gestire ciò che eccelle nel produrre. Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA, la provincia di Reggio Emilia è la prima in Italia per produzione pro capite di rifiuti: 781 chilogrammi per abitante nel 2024, in crescita rispetto ai 749 kg dell’anno precedente. Nessuna provincia italiana genera scarti quanto la nostra. La media nazionale si ferma intorno ai 500 kg. Una città come Roma si attesta a quota 550 kg, Firenze a quota 619 kg. Reggio le supera entrambe con largo margine, seguita da altre tre province emiliano-romagnole.
L’intera provincia, nello stesso anno, raggiunge l’84,4% di raccolta differenziata, prima in regione e in crescita dell’1,1%. Guardando ai comuni capoluogo dell’Emilia-Romagna, al primo posto Ferrara con l’88,3%, seguita dalla nostra città, con l’84,5%. Produciamo di più, differenziamo meglio. È un primato doppio e contraddittorio che racconta qualcosa di importante su Reggio e la sua economia.
Si tratta di un fenomeno correlato al PIL e alla densità produttiva del territorio, come interpretato dall’assessore comunale alla Cura della città Davide Prandi, che include anche gli scarti considerati “positivi” come la carta. Ma non possiamo dimenticare i fattori di illegalità come l’incomprensibile abbandono di rifiuti per strada, nonostante la possibilità di richiedere un ritiro a domicilio gratuito o accedere alle cosiddette isole ecologiche. Su questo fronte si sta sviluppando la lotta al malcostume da parte del Comune, col supporto delle nuove tecnologie.
Ciò che funziona
Il metodo su cui si costruisce la performance reggiana è il porta a porta, la raccolta domiciliare che ha gradualmente sostituito i vecchi cassonetti dell’indifferenziato. A esso si affianca il Modello Tricolore per il rifiuto residuo: ogni utenza, grazie ai contenitori dotati di microchip, prevede una tariffazione basata sull’effettivo conferimento che influisce sull’importo annuale della TARI.
A supporto delle attività ambientali ci sono i centri di raccolta distribuiti sul territorio provinciale gestiti da Iren: 431 in totale su tutto il perimetro nazionale servito dal gruppo, che comprende le province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, La Spezia e altre aree. Impianti in cui è possibile conferire gratuitamente materiali ingombranti, scarti pericolosi e recuperabili.
I rifiuti urbani indifferenziati residui della provincia vengono avviati al termovalorizzatore di Parma, parte del Polo Ambientale Integrato di Iren, nell’ambito del piano regionale di gestione dei flussi. L’impianto ha una capacità autorizzata di 195.000 tonnellate l’anno, brucia ogni anno circa 160.000 tonnellate di rifiuti e produce energia elettrica sufficiente per 50.000 famiglie e calore per 14.000 abitazioni tramite teleriscaldamento. All’interno del Polo è attivo ReCaP, il più grande impianto italiano per la selezione di carta, cartone e plastica.
Le fototrappole e i 647 verbali
Se la differenziata è un risultato visibile, le fototrappole sono lo strumento che difende il sistema dagli abusi. Il Comune, in collaborazione con Iren Ambiente e la Polizia locale, ha avviato una sperimentazione con le prime 8 fototrappole da luglio 2025, arrivando oggi a 32 dispositivi attivi in otto punti strategici della città – quartiere Stazione, Santa Croce, via Cecati, Campo di Marte, Tondo e Villaggio Foscato – con rotazione periodica.
Nei primi due mesi d’esercizio, le telecamere avevano già rilevato oltre 900 abbandoni in luoghi impropri. In 273 casi gli autori hanno operato da veicoli a motore, permettendo l’identificazione tramite targa. Complessivamente in solo 8 mesi, sono stati elevati 647 verbali, con sanzioni base che vanno da 200 a 400 euro, e denuncia penale nei casi di sostanze pericolose. Il recente decreto legge “Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti” ha inasprito il quadro: in caso di abbandono tramite veicolo ripreso dalla targa, può scattare la segnalazione alla Procura con ammenda tra 1.500 e 18.000 euro. Se il fatto avviene in prossimità di fiumi, aree protette o zone già inquinate, sono previsti anche l’arresto e pene fino a sette anni nei casi più gravi.
Per il 2026 sono previste 8 nuove fototrappole, metà finanziate da ATERSIR e metà con risorse comunali.
Come funziona una fototrappola
Sempre più occhi elettronici presidieranno progressivamente tutto il territorio. Le fototrappole non trasmettono immagini in tempo reale a nessuna centrale operativa: registrano, e le registrazioni vengono analizzate a posteriori dal Gruppo di lavoro interdisciplinare istituito dal Comune, che vede collaborare il servizio Manutenzioni, la Polizia locale e Iren. È dalla lettura del registrato che parte l’identificazione. Il sistema non lavora da solo. In parallelo, gli accertatori di Iren svolgono in media 350 verifiche al mese sul territorio con sopralluoghi fisici, non elettronici, che producono circa 50 sanzioni mensili aggiuntive. E in contemporanea all’avvio delle fototrappole, il Comune ha avviato una verifica sistematica delle iscrizioni TARI nelle zone più critiche, per intercettare chi non è registrato al servizio di raccolta porta a porta. Anche gli amministratori di condominio sono stati coinvolti nel monitoraggio.
In questo contesto, la TARI non cala
Differenziare bene non significa necessariamente pagare meno. Nel 2025 la TARI a Reggio Emilia è aumentata del 15,1% rispetto all’anno precedente, da 247 a 284 euro per famiglia (in media). E’ il maggior incremento percentuale tra tutti i capoluoghi dell’Emilia-Romagna. L’aumento è legato ai costi del servizio gonfiati dall’inflazione del biennio 2022-2023, quando energia e carburanti avevano toccato picchi storici. Una dinamica nazionale, non reggiana. Ma il risultato per le famiglie è lo stesso: si differenzia di più, si paga di più.
Magra consolazione: senza i 530.000 euro di fondi regionali ottenuti grazie all’84% di differenziata, e senza il recupero di 1,5 milioni dall’evasione TARI, l’aumento sarebbe stato ancora più pesante.
Primati e primati: nel frattempo, a Brescello…
Ma c’è un altro paradosso. Mentre Reggio Emilia costruiva il suo primato nella raccolta differenziata, sul fronte ambientale a Brescello si scriveva tutta un’altra storia: la Procura di Reggio Emilia ha accertato che dal 2008 al 2015 sarebbero state smaltite illegalmente 910.730 tonnellate di scorie di acciaieria, nell’area dove la società Dugara SpA voleva realizzare un polo logistico. Secondo l’accusa, le acque sotterranee risultano contaminate da ferro e arsenico oltre i limiti consentiti. Tra i nove indagati figurano anche cinque tecnici di ARPAE, l’agenzia regionale per l’ambiente, accusati di aver attestato il falso nei controlli del 2017, 2020 e 2022. L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Giulia Galfano della Procura guidata da Calogero Gaetano Paci.
Quando la vicenda è diventata pubblica, a dicembre 2025, una famiglia che abita vicino all’area della società Dugara SpA ha chiamato il presidio ARPAE per chiedere informazioni sulla sicurezza dell’acqua dei pozzi artesiani della zona. Le rassicurazioni le ha date il responsabile di zona, che è uno dei cinque tecnici ARPAE indagati.
I numeri di Reggio Emilia sulla raccolta differenziata sono reali e meritano riconoscimento. Ma la domanda che il Rapporto ISPRA pone – e a cui nessuna amministrazione locale in Italia ha ancora risposto con politiche concrete – è un’altra: perché si produce così tanto? 781 kg per abitante all’anno sono anche il sintomo di un sistema che eccelle sì nel gestire i rifiuti, ma non ha ancora trovato il modo di ridurli.