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Da Hormuz a Reggio: la crisi passa per lo stretto e arriva a famiglie e imprese
di Iulio Lo Piccolo
Il 15 giugno 2026 Stati Uniti e Iran hanno annunciato l’accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz. La firma sul Memorandum d’intesa (MoU) da parte di Donald Trump è arrivata il 17 giugno. Per chi segue i mercati energetici, la notizia ha subito fatto scendere il Brent di circa il 14,3% rispetto al picco. Per chi fa il pieno al distributore, la verità è che non cambierà molto nell’immediato.
La normalizzazione, avvertono armatori e analisti, richiederà settimane se non mesi. Lo Stretto è rimasto di fatto chiuso da fine febbraio 2026, per quasi quattro mesi. Le conseguenze di questa strozzatura non si smaltiscono con una firma. Circa 500 navi risultano ancora bloccate a ridosso del passaggio. Le operazioni di bonifica delle mine richiedono coordinamento internazionale. Le principali compagnie di navigazione giapponesi e asiatiche hanno già dichiarato che aspetteranno la piena formalizzazione operativa dell’accordo prima di ordinare ai propri comandanti di tentare la traversata. I tempi tecnici per rinegoziare le coperture assicurative belliche aggiungono ulteriori settimane. Saxo Bank ha sintetizzato la situazione con una formula precisa: «La velocità con cui le catene di approvvigionamento si normalizzeranno giocherà un ruolo chiave nel determinare quanto del premio di rischio geopolitico rimarrà incorporato nel mercato».
In altre parole: i prezzi dell’energia scenderanno, ma lentamente. E quello che è già successo alle bollette, ai carburanti e ai prezzi al consumo, e l’effetto non si cancella con un accordo diplomatico.
Cosa è successo in quattro mesi
Per capire l’impatto bisogna partire dall’entità dello shock. Prima del conflitto, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del petrolio globale e del gas naturale liquefatto. Con l’inizio delle operazioni militari USA-Israele contro l’Iran a fine febbraio, il traffico di petroliere è crollato da una media di 24 navi al giorno a sole 4. Il prezzo del Brent è salito fino a sfiorare i 126 dollari al barile ad aprile, con il gas europeo che nello stesso periodo ha toccato i 60 euro per megawattora.
Oggi, dopo l’accordo, il Brent è intorno agli 80 dollari, ovvero circa il 32% sotto il picco di aprile. Ciononostante è ancora il 27% sopra la media di gennaio 2026. Il prezzo del petrolio è calato anch’esso, ma non è tornato dove era.
Alla pompa il segnale è ancora più visibile. La benzina in Italia è arrivata a sfiorare i 2 euro al litro per il self service nel periodo più acuto della crisi. A metà giugno, secondo i dati dell’Osservatorio Mimit, il prezzo medio della benzina è a quota 1,851 euro/litro sulla rete stradale e quello del gasolio a 1,950 euro/litro. Si tratta dei livelli più alti degli ultimi tre anni, seppure in lieve diminuzione rispetto ai massimi di maggio.
L’inflazione che non viene dai supermercati
Il dato più rivelatore arriva dall’ISTAT, che il 16 giugno ha pubblicato i prezzi al consumo definitivi di maggio 2026: inflazione al +3,2% su base annua, in accelerazione dal +2,7% di aprile. Un balzo di mezzo punto in un solo mese.
La causa è precisa e certificata: a trainare l’aumento sono i beni energetici non regolamentati, cioè benzina e gasolio, passati da +9,6% a +12,5% su base annua. Crescono anche i trasporti (+5,5% annuo) e le spese per l’abitazione e le utenze (+5,8%). Il carrello della spesa alimentare, per una volta, frena invece l’inflazione: scende dal +2,3% al +1,9%.
Un’inflazione che viene dall’energia e si trasmette ai servizi, non dal cibo, come accadeva durante le crisi precedenti. Per le famiglie reggiane, questo significa che l’impatto si concentra sulle voci di spesa meno comprimibili: il rifornimento, il condizionamento, i trasporti. Voci che pesano di più su chi ha redditi fissi e minori margini di manovra.
L’inflazione acquisita per il 2026, cioè l’aumento medio dei prezzi già incorporato fino a maggio – anche senza nuovi rincari – è già al +2,6%. Il presidente della Camera di Commercio dell’Emilia Stefano Landi aveva avvertito a maggio scorso, commentando i numeri Prometeia sull’economia provinciale, che i redditi delle famiglie reggiane sarebbero cresciuti del 3,6% quest’anno in termini nominali, ma che è necessario «guardare con molta attenzione» al potere d’acquisto reale, «soprattutto per l’incidenza dell’erosione che si potrebbe registrare a causa di un’inflazione che ha ripreso a salire». Con il +3,2% di maggio, quell’avvertimento appare già in parte superato dai fatti.
Gli effetti sulla GDO e le filiere
Per la grande distribuzione organizzata, lo shock energetico ha operato su più livelli contemporaneamente. I costi logistici, come il trasporto delle merci su gomma, sono saliti al pari del prezzo del gasolio. Un colpo durissimo per il tessuto produttivo reggiano, dove la stragrande maggioranza delle centinaia di imprese di autotrasporto merci è costituita da piccole realtà artigiane, strette nella morsa dei rincari. Le filiere agro-alimentari hanno incorporato l’aumento dei costi energetici nella fase di trasformazione e confezionamento. I gestori dei punti vendita hanno visto salire le bollette elettriche e del gas.
La buona notizia è che, come attestano i dati ISTAT, i prezzi finali dei prodotti alimentari al consumatore hanno tenuto meglio di quanto ci si potesse aspettare: il carrello della spesa arrestatosi al +1,9% visto in precedenza, è ancora sotto il livello di inflazione generale. La spiegazione è in parte strutturale, con la GDO ha assorbito parte dei costi per non perdere quota di mercato. MA c’è anche una componente congiunturale: i prezzi delle materie prime agricole non hanno subito lo stesso shock dei carburanti.
Il rischio è che questa compressione dei margini nella distribuzione si scarichi sulle filiere a monte – agricoltori, allevatori, produttori locali – in modo non visibile immediatamente nei prezzi al consumo, ma che impatta la tenuta economica del settore primario.
Chi paga di più: le famiglie fragili in Emilia-Romagna
L’inflazione da energia colpisce in modo asimmetrico: pesa di più sulle famiglie con redditi bassi, che destinano una quota maggiore del loro budget a voci energetiche rigide (riscaldamento, trasporti necessari) e hanno meno capacità di aggiustamento.
In questo contesto, il quadro sulla povertà in Emilia-Romagna fornisce la misura di quanto sia ridotto il margine per una parte della popolazione. I dati 2025 della Regione evidenziavano che l’8,2% degli individui residenti in Emilia-Romagna viveva in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Un indicatore migliore rispetto al 2024, ma che in cifre assolute si traduce in centinaia di migliaia di persone. Il quadro storico è ancora più significativo: nel 2019, le famiglie in condizioni di povertà relativa in regione erano il 3,2% del totale; nel 2023 erano salite al 6,8%. Più che raddoppiate in quattro anni.
La spesa media mensile delle famiglie emiliano-romagnole, pur superiore alla media nazionale di oltre 225 euro, ha perso in termini reali il 3,4% tra 2022 e 2023, più del doppio della perdita media italiana (-1,5%). Una regione ricca che si è impoverita più in fretta di quanto i dati nominali mostrassero.
Shock energetici prolungati come quello di questi mesi non aggiungono povertà nuova in modo immediato e visibile. La generano silenziosamente, un pieno alla volta, una bolletta alla volta, riducendo il margine delle famiglie che si trovano appena al di sopra della soglia di vulnerabilità.
Reggio Emilia: un’economia manifatturiera esposta
Per il sistema produttivo reggiano, lo shock energetico ha avuto un canale di trasmissione diretto. La manifattura costituisce la spina dorsale dell’economia provinciale ed è energivora per definizione: ceramica, metalmeccanica, gomma-plastica, lavorazioni alimentari. Un raddoppio temporaneo dei prezzi del gas si traduce in costi di produzione più alti, margini compressi, competitività compromessa rispetto ai concorrenti di aree geografiche meno esposte, impossibilità di reinvestire su nuove tecnologie. I calcoli diffusi dal Centro Studi di Confindustria Reggio Emilia al culmine della crisi avevano dato la misura dell’impatto, stimando un potenziale aggravio complessivo di oltre 115 milioni di euro sulla bolletta dell’industria provinciale se i prezzi non fossero rientrati.
Non è un caso che le previsioni Prometeia sull’economia provinciale abbiano subito una revisione al ribasso significativa proprio nel periodo in cui la crisi di Hormuz si è intensificata: da +0,9% di valore aggiunto stimato a gennaio a +0,2% a maggio. Non una correlazione meccanica, ma il contesto energetico è parte del deterioramento.
Il Memorandum d’intesa, sempre che regga, offre una prospettiva di graduale miglioramento. Ma le ferite strutturali di quasi quattro mesi di blocco – con scorte ridotte, rotte commerciali ridisegnate, costi assicurativi ancora elevati, fiducia degli armatori da ricostruire – richiedono tempo. In certi casi, troppo tempo.