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Rcf Arena, la festa è già finita e i soci se ne vanno
A Reggio Emilia, quando si alza il coperchio, spesso si trova sempre la stessa zuppa. Cambiano i nomi, cambiano le quote, cambiano le società, ma attorno alla tavola siedono quasi sempre gli stessi commensali. È il filo rosso del potere reggiano: cooperazione, comunicazione, eventi, amministrazione pubblica, relazioni consolidate e quella fitta rete di rapporti che non sempre si vede, ma che spesso decide.
La notizia è chiara: da C.Volo escono tre soci e Coopservice arriva al 93%. Una quota quasi assoluta. Di fatto, una presa di controllo piena. Restano briciole societarie attorno, ma il centro della stanza è occupato.
E non escono soci qualsiasi.
Esce Arena Campovolo, la società che portava con sé due nomi pesanti: Claudio Maioli, storico manager di Luciano Ligabue, e Ferdinando Salzano, fondatore di Friends & Partners. Non due figure decorative, ma due soggetti che nel mondo della musica, dei grandi eventi e dello spettacolo hanno rappresentato per anni un potenziale aggancio importante. Da loro ci si aspettava una capacità concreta: portare grandi nomi, continuità, pubblico, visibilità, indotto.
Aspettativa rimasta, almeno per ora, più sulla carta che nella realtà.
Ed è proprio questo il punto politico della vicenda. Perché C.Volo doveva essere lo strumento per far volare l’Arena, il Campovolo, la città. Doveva costruire un circuito virtuoso tra musica, turismo, economia e immagine urbana. Doveva essere un motore. Invece oggi appare come l’ennesimo contenitore reggiano finito dentro equilibri ristretti, riassetti societari, uscite silenziose e concentrazioni di potere.
Tra i soci rimasti compare anche Smart Group, società consortile riconducibile a Davide Caiti, titolare dell’agenzia di comunicazione Kaiti Expansion. E qui il discorso diventa ancora più interessante, perché Kaiti non è un nome qualsiasi nel panorama reggiano. È uno studio che da anni gravita nel mondo della comunicazione, degli eventi, delle campagne, delle iniziative e dei linguaggi pubblici della città. Un soggetto che, direttamente o indirettamente, è spesso associato alla macchina comunicativa che ruota attorno all’amministrazione e ai suoi progetti.
Tutto legittimo, sia chiaro. Ma politicamente significativo.
Perché il problema non è dire che qualcuno non possa lavorare, comunicare, organizzare, partecipare. Il problema è un altro: possibile che a Reggio Emilia, ogni volta che c’è qualcosa di rilevante, si ritrovino sempre gli stessi mondi? Possibile che il pubblico, il para-pubblico, la cooperazione, gli eventi, la comunicazione e la cultura cittadina finiscano sempre dentro la stessa geometria di rapporti?
La solita zuppa, appunto.
Con i soliti commensali.
Coopservice al 93% non è solo un dato camerale. È un segnale. Significa che una realtà nata per rappresentare un progetto ampio, plurale, aperto, si restringe fino a diventare quasi monocolore. E quando il colore dominante è quello del grande sistema cooperativo reggiano, la domanda politica diventa inevitabile: dove finisce l’interesse generale e dove comincia la gestione interna dei soliti equilibri?
Il Campovolo avrebbe dovuto essere una porta spalancata sulla città. Invece rischia di sembrare una stanza chiusa, con ingresso riservato. Dentro chi decide, fuori chi guarda. Dentro le quote, fuori i cittadini. Dentro i soliti circuiti, fuori una città che continua a sentirsi spettatrice.
Poi arrivano le commissioni consiliari, le richieste di chiarimento, le polemiche sul bilancio, i festival cancellati, le opposizioni che chiedono conto. Ma tutto arriva sempre dopo. Prima si costruisce, si annuncia, si organizza, si promette. Poi, quando qualcosa non funziona, si dice che bisogna approfondire.
A Reggio Emilia l’approfondimento arriva spesso quando la minestra è già stata servita.
E così il filo rosso continua. Passa dalle cooperative agli eventi, dalla comunicazione alle partecipate, dagli incarichi alle società, dalle conferenze stampa ai bilanci. È un filo discreto, elegante, istituzionale. Non grida. Non sbatte porte. Non ha bisogno di farlo. Si limita a esserci, sempre.
Il cittadino normale, invece, non c’è mai. Non nei tavoli veri. Non nelle scelte importanti. Non nei passaggi decisivi. Il cittadino entra alla fine, quando deve leggere il giornale, pagare il conto, sopportare il flop o ascoltare l’ennesima promessa di rilancio.
E allora bisogna dirlo con chiarezza: il caso C.Volo non è solo una vicenda societaria. È una fotografia del potere reggiano. Una fotografia in cui compaiono musica, cooperative, comunicazione, amministrazione, eventi e vecchie relazioni. Una fotografia dove il cambiamento viene annunciato spesso, ma praticato poco.
Reggio Emilia continua a parlare di futuro usando strumenti del passato. Continua a promettere apertura con gli stessi cerchi chiusi. Continua a invocare partecipazione mentre le decisioni si consumano in ambienti sempre più ristretti.
Altro che C.Volo.
Qui non vola nessuno.
Qui siamo ancora alla tavola di sempre: la zuppa è la stessa, i commensali pure, e ai reggiani resta il sospetto che il menù sia già stato deciso prima ancora che qualcuno li invitasse.
(g.s.)