La sconfitta elettorale del Psi in occasione delle elezioni del 20 giugno 1976 viene vissuta con sorpresa e delusione dal popolo socialista. La sorpresa deriva dalla consapevolezza che la piccola onda positiva inaugurata dal voto delle regionali dell’anno prima, e dovuta in gran parte alla lotta sui diritti civili che aveva messo in prima fila socialisti e radicali nel vittorioso referendum del 12 maggio del 1974, sarebbe stata confermata dal voto politico. Oltretutto i socialisti avevano preso clamorosamente le distanze dalla Dc, non avevano partecipato al governo Moro, ne avevano sancito poi addirittura l’inconciliabilità coi programmi del Psi non solo sulla laicità, ma anche sul versante economico.
D’altronde il Psi, che pur aveva ottenuto notevoli risultati nei diversi governi di centro- sinistra che si erano succeduti dal 1962, non era mai stato premiato dall’elettorato come partito di governo. Era stato sconfitto nel 1963, aveva subito un ancor più grave sconfitta nel 1968 col partito unificato, poi aveva registrato un nuovo brusco stop con le elezioni del 1972. Gli anni del centro-sinistra, con le sue riforme che resteranno le più ardite nella storia d’Italia, avevano tuttavia progressivamente indebolito, anche attraverso una scissione, e poi un’unificazione deragliata meno di tre anni dopo, il peso elettorale dei socialisti. Dunque il distacco così clamoroso dalla Dc e dal governo avrebbe potuto compensare le perdite passate, segnalare l’esistenza di un partito che non aveva alcuna smania di rimanere al potere e questo proprio mentre il Pci, invece, manifestava la sua disponibilità ad accordi addirittura strategici con la Dc. Anche la stessa proposta di un governo di emergenza si collocava nella logica di quell’esigenza. Cioè il Pci, si commentava a caldo, che continuava ad ingrassare all’opposizione pur affermando la disponibilità di un suo passaggio in maggioranza attraverso la strategia del compromesso storico, s’avviasse anche lui a sopportare le responsabilità della guida del Paese che non potevano gravare solo sulle spalle dei socialisti. Oltretutto, questo appariva anche come una reale esigenza del Paese. La crisi economica e il terrorismo erano elementi che spingevano verso una soluzione di unità nazionale. Anche gli autonomisti la pensavano in questo modo.
Nenni e Craxi avevano intuito che la partecipazione dei socialisti al governo, col Pci sempre più forte all’opposizione, non era il migliore antidoto per difendere e sviluppare un’autonoma posizione socialista. Certo la campagna elettorale con quel “mai più al governo senza i comunisti” poteva aver dato luogo a valutazioni contraddittorie sul ruolo autonomo del Psi. E gli autonomisti avevano cercato di correggere o almeno di attenuare (lo aveva fatto Craxi nell’appello elettorale del venerdì sera pre-elettorale) quell’ultimo scorcio di campagna elettorale, che De Martino aveva impostato solo sul tema dell’essenzialità del Pci. Ma anche il Psdi, anzi soprattutto il Psdi, era stato clamorosamente sconfitto dalle elezioni scivolando al suo minimo storico (il 3,6%), nonostante la sua pervicace opposizione ai comunisti. Dunque? La delusione era però cocente.

Quando il 12 luglio del 1976 mi recai a Roma (ero allora membro supplente del Comitato centrale, come rappresentante della Fgsi) ricordo bene cosa mi disse il taxista che mi accompagnava alla sede di via del Corso per un incontro degli autonomisti. Mi disse: “Ma cosa ci state a fare nel Psi? Venite tutti nel Pci, no?”. D’altronde questa era la stessa proposta avanzata da un intellettuale comunista quale Alberto Asor Rosa, che aveva parlato di un Pci capace di conciliare Lenin con Turati. Una sorta di nuovo partito pigliatutto, quasi un Psi del 1919, dove però i leninisti erano assai più forti dei turatiani. Di questo ci occupammo a lungo nel Psi, come del significato del convegno che uomini di cultura d’ispirazione socialista avevano convocato per discutere della crisi del Psi e che svolgeranno di lì a poco col patrocinio di Mondoperaio discutendo una relazione di Norberto Bobbio. Ci occupammo del compromesso storico e dell’alternativa socialista (o di sinistra?), ma allora, subito, ci occupammo di De Martino. E certo ci dovemmo occupare anche del terrorismo rosso e nero e questo proprio a pochi giorni di distanza da un nuovo efferato delitto di estremisti di destra che avevano colpito a morte il magistrato Vittorio Occorsio, che stava indagando su “Ordine nuovo” a Roma. Nella riunione di via del Corso incontrai Bettino Craxi, che era ancora convalescente per via del diabete che lo aveva tormentato in campagna elettorale. Mi disse: “Ne avrò ancora per un mese”. Lo trovai particolarmente smagrito rispetto all’ultima volta che lo avevo visto, alto, largo e grasso.
Sull’ascensore che ci portava alla sala dell’incontro ci confessò (con me c’erano anche il ferrarese Giovanni Piepoli e il modenese Mario Benito Lugari) che il giovane segretario del Pci milanese, Riccardo Terzi, gli aveva confessato: “Non ho mai visto un partito che fa la propaganda per un altro partito”. Si riferiva al “mai più al governo senza i comunisti” di De Martino. Craxi si lamentò di certe ambiguità di fondo del Psi: “Ma ditemi quando mai abbiamo sostenuto che siamo un partito riformista? Nella migliore delle dichiarazioni saltiamo fuori come un partito della rivoluzione democratica”. Insomma si notava un’insoddisfazione e un’insofferenza, ma anche un certa ansia di rivincita. Oltretutto Craxi parlava spesso con Claudio Signorile, con Gianni De Michelis (che aveva solo 36 anni ed era diventato deputato da un mese), con lo stesso Enrico Manca, insomma col gruppo dei cosiddetti quarantenni, che erano rimasti in seconda fila e che premevano per assumere la guida del partito. De Martino, Mancini, lo stesso Mosca, che si era dimesso subito dopo l’esito elettorale da vice segretario, suscitando più d’una perplessità nel gruppo dirigente, parevano ormai alle corde. Però la sostituzione di De Martino veniva vista con una certa apprensione.
Il timore che fosse Antonio Giolitti il candidato più accreditato a succedergli non destava certo entusiasmo in molti settori del Psi e non solo in quello autonomista. Giolitti era il candidato degli intellettuali, ma anche di Eugenio Scalfari, direttore del nuovo quotidiano “La Repubblica”. Era un ex comunista che col Pci aveva rotto nel 1956 dopo l’invasione dell’Ungheria e certo questa sua diversità non era particolarmente gradita alla liturgia del Pci. Quindi la sua candidatura era ben vista da chi pensava a una maggiore autonomia di movimento del Psi, anche sull’onda dell’ascesa mitterandiana in Francia, che stava dimostrando come una forza socialista potesse rinascere anche in breve tempo con un nuovo programma e una strategia di unità delle sinistre. Ma si scontrava con le ambizioni di Craxi e degli stessi autonomisti ed era anche avversata da Giacomo Mancini che non aveva dimenticato la conversione di Giolitti al congresso di Genova quando si era schierato dalla parte di De Martino e non di Bertoldi, Lombardi e sua. Mancini era tipo vendicativo e non gradiva offrire l’altra guancia. Craxi peraltro diffidava dell’idea mitterandiana trasferita in Italia. Ricordo che al congresso di Venezia della Fgsi della primavera del 1973, quando l’incontrai, mi confidò che dovevamo sentirci più vicini alla Germania (cioè a Willy Brandt) che non alla Francia (cioè a Mitterand).
Il Midas é un palazzone alla periferia di Roma con tanto di piscina a misura, e forma, dei turisti stranieri, prevalentemente americani. Con saloni moderni, ma un po’ debordanti, con tanta gente che alloggia lì in attesa di prendere il largo per piazza Navona o il Colosseo o piazza San Pietro. E inservienti giovani e belle, smilze, sorridenti, che non immaginavano che quel Midas sarebbe poi entrato nel lessico abituale della politica. Così, quando il 12 luglio del 1976, al caldo torrido di piena estate, iniziammo ad installarci nella stanze dell’hotel io e l’amico Lugari, che divideva la stanza con me, non sapevamo neppure se vestirci da bagno o da ufficio. Tenevamo gli slip in valigia e li indosseremo di quando in quando durante le soste della seduta. Coi turisti che pensavano fossimo turisti anche noi. Quando ci trasferimmo nel salone di sotto, per l’inizio del Comitato centrale, sapevamo che De Martino aveva scelto una sorta di Aventino politico e si era dichiarato pronto a fare quel che il partito gli avesse chiesto. In Direzione le sue dimissioni erano state bloccate. Ma il segretario non aveva alcuna intenzione di tenere duro ad ogni costo. Ed era tornato a Napoli, dove spesso gradiva restare, per rientrare in occasione del Comitato centrale che lo avrebbe posto sotto processo, come spesso capita quando un partito perde le elezioni e tutti attribuiscono le colpe solo a chi lo guida, anche se quegli stessi avevano condiviso fino al giorno prima le sue posizioni politiche. Comportamento abituale che rispecchia sempre le regole non scritte della liturgia politica.
Il Comitato centrale si aprì con una scialba relazione di De Martino, che svolse anche un’onesta autocritica, ribadendo la sua convinzione che il Psi dovesse rimanere fermo sulla posizione politica della campagna elettorale e cioè che non potesse far parte di alcun governo che confinasse i comunisti all’opposizione. Si dichiarò pronto a fare un passo indietro. Poi l’annuncio delle dimissioni dalla Direzione dei dirigenti della sinistra lombardiana e la conseguente, immediata scelta di De Martino di lasciare la guida del partito. Alle dimissioni si associarono poi tutte le componenti, anzi le ex componenti politiche come si autodefinivano al Midas le diverse tendenze con un linguaggio cifrato. E la Direzione venne così azzerata. Di lì a poco, in seguito alle dimissioni dell’intera Direzione, da solo alla presidenza coi suoi quattro paia di occhiali che gli solcavano la fronte rugosa, rimase il vecchio presidente Nenni, che si sentì d’un tratto ancora alla guida del partito senza averlo previsto, mentre Sandro Pertini, che aveva ceduto al comunista Pietro Ingrao, da pochi giorni, la presidenza della Camera, urlava dalla platea: “Ma qui manca un gruppo dirigente. Chi va agli incontri cogli altri partiti per la formazione del governo?”
Andreotti era intanto stato incaricato di tentare la formazione di un esecutivo che in qualche modo riuscisse a coinvolgere anche il Pci. Si cominciava a parlare di governo delle astensioni e si rivelava che il Pci non avrebbe negato la sua se Andreotti e soprattutto la Dc glielo avesse ufficialmente richiesto.
Bettino Craxi non credeva di essere eletto segretario del Psi al Midas. E aveva accettato la presidenza del Gruppo parlamentare socialista della Camera, poco prima. La sua posizione iniziale, che prevalse alla riunione di corrente che si tenne al Midas, era quella favorevole alla riconferma momentanea di De Martino, anche se Venerio Cattani, che di De Martino era diventato acerrimo avversario dopo la sua mancata elezione del 1972, disse: “Via De Martino, a me va bene chiunque, da Giolitti a… Jacometti”. Si pensava intanto di stoppare Giolitti e poi di puntare alla segreteria, ma solo in autunno e magari col consenso dello stesso De Martino. Alla riunione di corrente del Midas erano presenti anche i giovani Ugo Finetti e con lui Claudio Martelli, che si affrettavano a teorizzare l’asse con Manca e Signorile come la posizione più giusta e opportuna, anche per bloccare il pericolo Giolitti. Manca era impegnato a dimostrare che le correnti si erano sciolte.

Era il più esposto auto scioglitore della corrente che continuava a capeggiare. E parlava in tivù a nome dell’ex corrente demartiniana. Si trattava di una mistificazione evidente e anche un po’ goffa. Le dimissioni della sinistra dalla Direzione e le conseguenti dimissioni di De Martino da segretario furono un colpo di acceleratore formidabile. La candidatura di Giolitti venne accantonata proprio dall’alleanza del gruppo dei quarantenni e da Giacomo Mancini. E si fece largo proprio quella di Bettino Craxi, che era, in fondo, l’unico vice segretario che non si era dimesso, al contrario di Giovanni Mosca. Era inoltre a capo della corrente più piccola, dunque il più manovrabile per gli ex demartiniani, i lombardiani e lo stesso Mancini. Anche per questo appariva il più indicato. Dalle colonne dell’Espresso Giorgio Bocca (anche Giampaolo Pansa seguì tutti i giorni il Comitato centrale del Midas) fece il nome del sindaco di Pavia Elio Veltri, ma la sua era soltanto una boutade. Il segretario del partito doveva essere eletto dalla Direzione e dunque si procedette al Midas semplicemente all’elezione della nuova Direzione. Ma l’accordo era fatto. Craxi segretario, Signorile, Manca, Landolfi e Lauricella in segreteria. S’opposero solo alcuni demartiniani doc, come Silvano Labriola, Pietro Lezzi e Aldo Venturini. Dopo la conclusione del Comitato centrale il 16 luglio si riunì la Direzione che elesse Craxi segretario, ma la sinistra, su pressione di Lombardi, anziché votare a favore, come avevano promesso Signorile, De Michelis e Cicchitto, preferì astenersi. Dentro la corrente i vecchi come Codignola, Jacometti, Enriquez Agnoletti, ma anche Achilli, che l’esternò già al Comitato centrale, mantenevano una sorta di prevenuta ostilità nei confronti del nuovo segretario.
Lo stesso Lombardi chiarirà che Craxi avrebbe dovuto cambiare la sua vecchia politica e che questo non era escluso che potesse accadere quando si cambiava ruolo. Dunque un’attesa fiduciosa di cambiamento più che un’investitura politica del nuovo leader che per altri avrebbe solo dovuto governare la transizione ed essere per di più condizionato dai detentori della maggioranza. A turno, negli anni successivi, costoro sfideranno il nuovo segretario in altrettante battaglie perse. Come vedremo, saranno poi gli altri a cambiare la loro linea politica e non Craxi a cambiare la sua.
(da La Giustizia)
