C’era un tempo in cui i libri scolastici duravano davvero. Passavano da un fratello all’altro, da un cugino a un vicino di casa. Qualche copertina portava i segni degli anni, alcune pagine erano sottolineate e magari tra i capitoli si trovava ancora il nome del precedente proprietario. Ma il contenuto restava valido e nessuno si scandalizzava se uno studente utilizzava un libro già usato.
Oggi sembra che tutto questo appartenga alla preistoria.
Basta modificare la copertina, spostare qualche capitolo, aggiungere due pagine, cambiare un esercizio e il gioco è fatto: nasce la “nuova edizione”. Quella precedente, improvvisamente, non sarebbe più adatta. Il libro che fino a giugno era indispensabile, a settembre diventa quasi carta da macero. E così il mercato dell’usato viene indebolito, mentre le famiglie sono costrette a rimettere mano al portafoglio.
Naturalmente non tutti gli aggiornamenti sono inutili. La storia, la scienza, la tecnologia e la società cambiano, ed è giusto che alcuni testi vengano rivisti. Ma è legittimo chiedersi quanti aggiornamenti siano realmente necessari e quanti, invece, servano soprattutto a rendere inutilizzabile l’edizione dell’anno precedente.
Non occorre essere esperti di editoria per capire che qualcosa non funziona. Quando un libro cambia codice perché sono state modificate poche pagine, il sospetto che dietro ci sia soprattutto un interesse commerciale diventa inevitabile. A pagare, come sempre, non sono i grandi gruppi editoriali, ma le famiglie: quelle con due o tre figli, quelle con un solo stipendio, quelle che contano anche i dieci euro prima di arrivare alla fine del mese.
Ogni settembre assistiamo alla stessa rappresentazione. Si parla del diritto allo studio, dell’inclusione, dell’aiuto alle fasce più deboli e della scuola aperta a tutti. Poi, però, arriva l’elenco del materiale da acquistare e la poesia finisce. Centinaia di euro per libri, dizionari, quaderni, album, raccoglitori, zaini, astucci, calcolatrici e altri accessori. A tutto questo si aggiungono trasporti, mense, attività integrative e contributi vari.
La scuola pubblica viene presentata come gratuita, ma per molte famiglie l’inizio dell’anno scolastico somiglia sempre più a una tassa straordinaria.
Le responsabilità, però, non sono soltanto dell’editoria e delle istituzioni. Anche le famiglie devono svegliarsi e smettere di alimentare una corsa al consumo che non ha più nulla a che vedere con l’istruzione. Non è possibile protestare contro il caro scuola e, nello stesso tempo, comprare zaini firmati, astucci di marca, diari sponsorizzati e perfino matite trasformate in prodotti di moda.
Siamo arrivati al punto in cui anche una gomma per cancellare sembra dover portare la firma di uno stilista. Come se un marchio famoso aiutasse a risolvere meglio un problema di matematica. Come se uno zaino da centinaia di euro rendesse più intelligente chi lo porta. Come se la qualità di uno studente dipendesse dall’etichetta cucita sul suo astuccio.
È una follia collettiva che abbiamo contribuito a creare.
I ragazzi vengono educati sempre più spesso all’apparenza, al confronto e alla competizione sul possesso. Chi ha lo zaino firmato si sente importante; chi non può permetterselo rischia di sentirsi diverso. E così la scuola, che dovrebbe ridurre le disuguaglianze, finisce per metterle in mostra fin dal primo giorno di lezione.
Questa non è educazione. È una passerella commerciale organizzata tra i banchi.
La scuola dovrebbe insegnare che un quaderno serve per scrivere, una matita per disegnare e uno zaino per trasportare i libri. Non dovrebbe trasformare ogni oggetto in un simbolo di prestigio sociale. Tocca certamente agli insegnanti trasmettere il valore della sobrietà, ma tocca soprattutto ai genitori avere il coraggio di dire qualche “no”.
Dire no a uno zaino costosissimo non significa voler meno bene a un figlio. Significa insegnargli che il valore di una persona non dipende dal marchio che porta addosso. Significa educarlo a rispettare il denaro, il lavoro e i sacrifici della famiglia.
Servirebbero regole più chiare anche per i libri scolastici. Le nuove edizioni dovrebbero essere adottate soltanto quando contengono aggiornamenti sostanziali e dimostrabili. Se cambiano poche pagine, dovrebbe essere possibile fornire agli studenti un fascicolo integrativo, senza obbligare tutti a ricomprare l’intero volume. I libri dovrebbero restare validi per diversi anni, favorendo concretamente il mercato dell’usato e il passaggio tra fratelli.
Sarebbe inoltre necessario aumentare i controlli sulle adozioni, garantire maggiore trasparenza e rafforzare il prestito gratuito da parte delle scuole e delle biblioteche. La tecnologia potrebbe aiutare, ma anche il digitale rischia di trasformarsi nell’ennesimo affare, tra codici personali, licenze che scadono e contenuti ai quali può accedere soltanto il primo acquirente.
Non basta quindi sostituire la carta con uno schermo: bisogna cambiare il meccanismo.
L’istruzione non può essere trattata come un qualsiasi settore commerciale nel quale inventare continuamente nuovi bisogni. I libri sono strumenti di conoscenza, non prodotti stagionali da rinnovare come una collezione di moda. Non possono diventare “vecchi” dopo pochi mesi soltanto perché qualcuno ha deciso di cambiare una fotografia, una copertina o l’ordine dei capitoli.
A settembre le famiglie italiane non possono continuare a essere considerate clienti da spremere. Le istituzioni devono intervenire, gli editori devono assumersi le proprie responsabilità, le scuole devono scegliere con maggiore attenzione e i genitori devono smettere di cadere nella trappola delle griffe.
Bisogna ritrovare il buon senso. Un libro ancora valido deve poter essere riutilizzato. Uno zaino deve essere resistente, non firmato. Una matita deve scrivere, non esibire un marchio.
La cultura non ha bisogno di una griffe. Ha bisogno di pagine vere, insegnanti preparati, studenti curiosi e famiglie rispettate.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
