I cinque reggiani uccisi il 7 luglio 1960
Lauro Farioli, 22 anni, San Bartolomeo (RE), operaio, orfano di padre lascia la moglie e un figlio. Colpito a morte davanti la chiesa di San Francesco.

Il primo a cadere è Lauro Farioli, colpito davanti alla chiesa di San Francesco. Lo chiamano “Modugno” perché somiglia al cantante di Nel blu dipinto di blu (Volare). Indossa pantaloni corti, una camicetta rossa e le ciabatte: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Sono a cento metri da lui: gli sparano in pieno petto. Un testimone dice: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.
Marino Serri, 41 anni, Rondinara (Scandiano, RE), operaio, ex partigiano della 76a Brigata SAP, lascia la moglie e due figli. Nato in una famiglia contadina e montanara di Casina, sei fratelli, sin da bambino pascolava le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia.

Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.
Colpito a morte sul sagrato della chiesa di San Francesco. Marino Serri, affacciato dall’angolo della chiesa di San Francesco verso le Poste, vede cadere Lauro Farioli. Accorre in suo soccorso. Ma è morto. Grida: “Vigliacchi, Assassini!”. È investito da una raffica. Un testimone dice: “Al per un coulabrod”.
Ovidio Franchi, 19 anni, da Gavassa (RE), perito tecnico, è la vittima più giovane, figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane. Dopo la scuola di avviamento industriale, era entrato come apprendista in una piccola officina della zona.

Nel frattempo, frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Colpito a morte sotto il portico del palazzo d’angolo tra Via Crispi e Via San Rocco.
In piazza Cavour (oggi piazza Martiri del 7 luglio) c’è Ovidio Franchi, gli sparano mentre sposta una staccionata di legno per far passare un’autoambulanza. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su. Si aggrappa a una serranda. Un testimone dice: “Un altro, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941).
Emilio Reverberi, 39 anni, Reggio Emilia, operaio tornitore, ex partigiano, lascia la moglie e due figli. Licenziato perché comunista, nel 1951, dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Garibaldino nella 144a Brigata Garibaldi dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento “Amendola”).

Nativo di Cavriago, abitava in Via Dante Zanichelli (RE), nelle case operaie oltre Crostolo. Colpito a morte sotto i portici dell’Isolato San Rocco.
Emilio Reverberi, arriva al termine della galleria dell’Isolato San Rocco, davanti alla serranda del negozio di abbigliamento Zamboni. Si affaccia all’angolo per guardare in piazza Cavour (oggi Piazza Martiri del 7 luglio). Lo falcia una raffica di mitra. Si aggrappa alla serranda. Sulle maglie le impronte insanguinate delle sue mani. Un testimone dice: “Verso le ore 17-17.30 mi stavo portando dal palazzo di Vetro [edificio tra Via Crispi e Via San Rocco] verso il negozio Zamboni […] rimasi solo davanti al bar Cavour […] vidi però molto bene che un poliziotto, arrivato di corsa, sparò una raffica a bruciapelo…”.
Afro Tondelli, 36 anni il 14 luglio, di Due Maestà (RE), dipendente dell’ospedale Santa Maria Nuova, ex partigiano della 76a Sap (nome di battaglia Bobi), lascia la moglie. È il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Segretario locale dell’Anpi. Colpito a morte all’interno dei Giardini pubblici. È la quinta vittima.

Ore 16.45: esce dal lavoro (Arcispedale S. Maria Nuova) con alcuni amici. Percorre Via dell’Ospedale (oggi Via Dante Alighieri) verso Via Secchi. Arriva in via Nobili a fianco del Teatro Municipale. Sono in corso gli scontri. Deve raggiungere la parte opposta della piazza, Saluta gli amici. Aggira il teatro. Si trova all’interno dei Giardini pubblici (Parco del Popolo). Un agente di Ps estrae la pistola. S’inginocchia. Prende la mira e spara su un bersaglio fermo. Tondelli viene trasportato con una Fiat 1100 nera al S. Maria Nuova. Ore 17.00 si registra il suo ingresso al pronto soccorso. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”.
7 luglio 1960, Reggio Emilia
La questura di Reggio Emilia, però, non autorizza gli assembramenti in luoghi come le piazze. Concede invece la Sala Verdi – un locale all’interno del Teatro Ariosto che si affaccia su piazza della Vittoria – che dispone di 600 posti, troppo piccola per contenere le migliaia di manifestanti giunti per assistere al comizio del segretario della Camera del Lavoro, Franco Iotti. Allora, un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45, parte la prima carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore. I reparti di polizia, giunti anche da altre province, aprono il fuoco sui manifestanti, provocando la morte di Lauro Farioli, 22 anni; Ovidio Franchi, 19 anni; Emilio Reverberi, 39; Marino Serri, 41 anni, e Afro Tondelli, 36 anni e il ferimento di 21 persone. Tra le forze di polizia si contano cinque contusi. 21 dimostranti vengono arrestati.






Foto 1) Giovani dalle “magliette a strisce” prima della manifestazione. Foto 2) Piazza della Vittoria. Mezzi della polizia disperdono i manifestanti. Foto 3) Piazza della Vittoria. Mezzi della polizia disperdono i manifestanti. Foto 4) Piazza Cavour (oggi piazza Martiri del 7 luglio). I fumogeni sparati della polizia contro i manifestanti. Foto 5) Arriva la celere in piazza della Vittoria. Foto 6) Piazza della Vittoria un militare punta il fucile verso i giardini dove morirà Afro Tondelli.
Il governo Tambroni
Nell’aprile del 1960, Fernando Tambroni, esponente della DC con un passato nel Pnf, assume la carica di presidente del Consiglio dei ministri con il sostegno di una maggioranza parlamentare composta dai gruppi della Dc e dell’Msi. Tambroni riceve la fiducia della Camera con 300 voti favorevoli e 293 contrari. Hanno volato a favore i parlamentari della Dc, del Msi e 4 monarchici indipendenti. Hanno votato contro i parlamentari del Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli, Pdi, Svp, Valdostano e Comunità.
L’insediamento del suo governo genera un’ondata di protesta tra tutte le altre forze politiche e anche in quella parte della DC che non accetta di collaborare con i neo fascisti del Msi. Nei mesi successivi si susseguono numerose manifestazioni di protesta in ogni parte d’Italia.
Nei primi giorni di aprile del 1960, Tambroni sotto la spinta della protesta popolare e delle dimissioni dei ministri democristiani Bo, Pastore e Sullo – che non intendono far parte di un governo in cui i voti dei neofascisti del MSI sono determinanti – rinuncia alla formazione del governo. Amintore Fanfani, democristiano, riceve l’incarico dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi di formare il nuovo governo. L’esponente democristiano, però, deve rinunciare a causa dell’opposizione delle correnti di destra del suo stesso partito contrarie a una soluzione di centrosinistra. Il Presidente della Repubblica respinge le dimissioni del gabinetto Tambroni, il quale si presenterà al Senato per il voto di fiducia.
In tutta Italia, il 25 aprile 1960, si svolgono manifestazioni popolari scandite dalla parola d’ordine “Via il governo reazionario-fascista di Tambroni – sia realizzata la Costituzione”.
Alcuni giorni prima a Reggio Emilia, nel corso della notte del 20 aprile 1960, vengono dipinte svastiche naziste sui muri cittadini. In loro risposta, in segno di protesta, nella città emiliana 500 giovani sfilano contro Tambroni. Sempre in quei giorni oltre a Reggio Emilia, anche Genova, Milano, Abbadia S. Salvatore e in altre città ci sono scioperi di protesta. Nonostante l’ondata di manifestazioni in tutta Italia, il 29 aprile 1960, Tambroni diventa presidente dl Consiglio, sempre con i soli voti della Dc e dell’Msi.
In questa atmosfera surriscaldata, il 30 aprile a Reggio Emilia il comizio di Giorgio Almirante, esponente dell’Msi e figura di rilievo della Repubblica sociale italiana, in piazza Prampolini, blindata dalle forze di polizia giunte anche dalle altre province, viene interrotto da una folla di manifestanti antifascisti. La polizia li carica. Diversi dimostranti sono feriti e contusi. Tra questi l’onorevole Otello Montanari, che viene picchiato da diversi agenti di polizia malgrado si fosse fatto riconoscere. Ventiquattro cittadini vengono denunciati.
Nel corso del maggio le prefetture di diverse città (Ascoli Piceno, Pisa, Firenze, Foggia e diverse altre) cercano di ostacolare le manifestazioni di protesta contro il governo Tambroni.
A Bologna, il 21 maggio, durante una manifestazione autorizzata reparti di polizia caricano lo folla mentre sta ascoltando un comizio dell’on. Giancarlo Pajetta, del PCI. L’on. Giovanni Bottonelli, anch’egli del Patito comunista, e altri cittadini sono feriti gravemente e ricoverati all’Ospedale. Dieci arrestati. Ancora a Bologna, il 23 maggio, durante lo sciopero generale di protesta contro le cariche poliziesche del 20 maggio, la polizia carica nuovamente i manifestanti. Diversi contusi e un ferito grave fra i dimostranti.
Nel giugno 1960 il Msi annuncia, poi, che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti “ragazzi dalle magliette a strisce”), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.
In risposta alla sollevazione genovese, Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.
La Cgil reggiana proclama, per il giorno successivo, il 7 luglio, lo sciopero cittadino che avrà i tragici esiti che abbiamo già raccontato.
Lo sciopero dell’8 luglio
Dopo i morti di Reggio Emilia, la Cgil proclama lo sciopero generale in tutto il Paese per l’8 luglio. Ma gli scontri con morti e feriti continuano. A Palermo reparti di polizia aprono il fuoco sui dimostranti provocando 3 morti, 51 feriti gravi e centinaia di contusi. 374 dimostranti vengono fermati e rinchiusi nel Carcere dell’Ucciardone. A Catania, ancora l’8 luglio, le forze di polizia sparano sulla folla dei manifestanti, il giovane ventenne Salvatore Novembre rimane ucciso. 25 feriti da arma da fuoco, numerosi contusi, 114 denunciati di cui 44 in stato di arresto.
I funerali
L’11 luglio a Reggio Emilia si svolgono i funerali. 150.000 persone partecipano alle esequie dei cinque caduti. La polizia è consegnata nelle caserme. L’ordine pubblico viene ottimamente e con facilità garantito dagli 85 Vigili urbani della città. La RAI ignora completamente l’avvenimento.



Foto 1) Il sindaco di Reggio Emilia Cesare Campioli sul palco durante i funerali. Foto 2) Al corteo funebre partecipano anche Palmiro Togliatti e Ferruccio Parri. Foto 3) Piazzale Fiume. I carri funebri attorniati da tanta gente.
Solo il 19 luglio il governo Tambroni si dimette. Amintore Fanfani, della DC, formerà il nuovo governo.
Fausto Amodei, fondatore del gruppo torinese dei Cantacronache, scrive, per ricordare il 7 luglio 1960, la canzone Per i morti di Reggio Emilia.
(gb)
