Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Meteo estremo: Reggio Emilia sfida la nuova normalità
di Iulio Lo Piccolo
Mercoledì sera un forte temporale ha scosso la città. Il bilancio, tre giorni dopo, è apparentemente di tronchi a terra e detriti sull’asfalto. Ma anche cedri secolari sradicati, querce spezzate a metà, rami che hanno chiuso sentieri e piste ciclabili. Non un caso isolato: in tutta la provincia i vigili del fuoco hanno gestito oltre 800 di richieste di intervento in poche ore, con i danni maggiori tra Poviglio e la Bassa val d’Enza, dove alcune abitazioni sono state scoperchiate. Sebbene a Reggio non ci siano state vittime, la stessa ondata temporalesca ha causato un morto nella vicina provincia di Modena.
Le associazioni di categoria Cia Reggio e Coldiretti Reggio Emilia hanno già stimato danni per milioni di euro sul territorio. Il vento, che ha raggiunto picchi di 93 km/h, ha devastato frutteti, strutture agricole, colture e stalle della pianura e della Bassa. A questo si sommano i costi immediati a carico del Comune per la rimozione dei tronchi e il ripristino di strade e strutture pubbliche.
E ritorna l’annosa domanda: il cambiamento climatico è causa di tutto questo? Le tifoserie si dividono in un dibattito spesso rumoroso, confuso e improduttivo. Ma alcuni dati non sono opinioni. Arpae registra dal 2004 i superamenti della soglia di “nubifragio”, ovvero la pioggia oraria oltre i 30 millimetri. E’ un indicatore che la stessa Agenzia associa ad allagamenti urbani e rischio idrogeologico. Nel 2024, ultimo anno per il quale il rapporto completo è disponibile, i superamenti sono stati ben 158: il quarto valore più alto dei vent’anni durante i quali si è tenuta questa contabilità, dietro solo al 2014, al 2018 e al 2023. Lo stesso anno è stato il più caldo in regione dal 1961, con un’anomalia termica di +1,6 °C sulla media storica recente, e il più piovoso da oltre sessant’anni. I bollettini mensili più recenti confermano che la tendenza non si è fermata: giugno 2026 ha chiuso con temperature medie eccezionali. Il nubifragio di mercoledì 15 luglio 2026 è arrivato dopo giornate di caldo torrido con massime fino a 38°C in pianura. L’accumulo di energia termica ha trasformato l’instabilità atmosferica nel violento sistema temporalesco (MCS) che ha investito la provincia.
Tra le conseguenze immediate, la saturazione del suolo e l’ormai famoso effetto “vela” del patrimonio arboreo. Come spiegato dagli esperti in queste ore: l’arrivo di piogge violentissime su terreni precedentemente inariditi dalla siccità trova una superficie quasi impermeabile che riduce la capacità iniziale di assorbimento, facilitando allagamenti e ruscellamenti. Successivamente, la rapida saturazione d’acqua attorno alle radici, combinata con l’effetto “vela” delle chiome estive sotto la spinta del vento, provoca il collasso degli alberi. Ancora, l’estremizzazione delle temperature espone la città a cicli continui di fiammate africane seguite da repentini stravolgimenti a cui non eravamo abituati. Noi e le nostre infrastrutture.
Quale che sia la causa di questo clima, non cambia lo stato delle cose: i numeri – che difficilmente mentono – ci raccontano che siamo di fronte ad una nuova normalità, che potrebbe peggiorare. Vale la pena chiedersi se la nostra provincia abbia gli strumenti per affrontarla. La risposta, almeno sulla carta, è meno vaga di quanto si pensi. Il Comune di Reggio Emilia ha una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici approvata nel 2020, nell’ambito del progetto europeo LIFE UrbanProof, che individua esplicitamente gli “eventi estremi di pioggia e il rischio idrogeologico” come una delle vulnerabilità principali del territorio. Nel settembre 2023 questa strategia è confluita in un aggiornamento più ampio, il PAESC (Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima) con orizzonte 2030, approvato dal Consiglio comunale, che ha integrato azioni specifiche per aumentare la resilienza del territorio. Come? Ridisegnando lo spazio urbano. Si parla di interventi di riforestazione urbana per mitigare le isole di calore, come i recenti progetti di depaving in via Cisalpina, dell’obbligo di incrementare le superfici permeabili nelle nuove costruzioni e dell’adozione di Nature-based Solutions per evitare il collasso della rete fognaria. Dal 2020 a oggi, Reggio Emilia ha altresì implementato i sistemi di monitoraggio meteo-idrologico e mappato i principali canali a rischio esondazione. Sono aumentate le piantumazioni nei parchi storici e lungo le tangenziali, ed è stata affinata la macchina del Centro Operativo Comunale (Coc), che durante l’emergenza di mercoledì era attiva per coordinare in tempo reale i flussi di intervento. Tuttavia, la velocità di attuazione delle infrastrutture pesanti (come i grandi nodi di scolo idrico) fatica a tenere il passo con la rapidità del mutamento climatico.
Quella data, il 2030, racconta una grande verità: se la manutenzione ordinaria delle fognature e la pulizia delle caditoie offrono un sollievo a breve termine, la vera resilienza strutturale, ovvero una città che non si allaga e che resiste alla caduta di alberi sottoposti a venti da 100 km/h, richiede una programmazione a lungo termine e almeno un decennio di investimenti continui che vada ben oltre le scadenze più immediate.
E noi, come individui, siamo pronti?
Di fronte a questa mutata realtà climatica, emerge con forza il tema dell’educazione all’autoprotezione dei cittadini, ancora troppo spesso impreparati. Se negli Stati Uniti la cultura dei tornado ha insegnato a intere generazioni a rifugiarsi nei bagni ciechi o dentro le vasche per sfruttare l’ancoraggio strutturale delle tubature, in Italia manca una consapevolezza diffusa sui rischi legati ai veloci e violenti downburst estivi. Spesso si pensa che restare nell’abitacolo della propria automobile equivalga a una protezione totale, ma i dati della Protezione Civile dimostrano il contrario. La tragedia consumatasi mercoledì a Bomporto, nel modenese, durante la quale un uomo di 68 anni ha perso la vita in uno schianto frontale causato dalla visibilità probabilmente azzerata dalla furia dell’acqua, ricorda dolorosamente quanto sia rischioso sottovalutare la strada in quei frangenti. Gli esperti ricordano i comportamenti salvavita fondamentali: se si è alla guida e la pioggia blocca la visuale, l’imperativo non è proseguire a passo d’uomo, bensì accostare immediatamente lontano da alberi, pali della luce e sottopassi, attendendo la fine della cella temporalesca con le quattro frecce accese. Per chi si trova a piedi in spazi aperti, invece, i ripari di fortuna come tettoie, dehors o fusti isolati sono i più pericolosi: l’unica difesa è cercare rifugio in un edificio in muratura o, in estrema mancanza di coperture, accovacciarsi a terra a piedi uniti e sulle punte, riducendo al minimo la superficie di contatto con il suolo per proteggersi dalle scariche elettriche e dai detriti scagliati dalle raffiche di vento.
Ma chi ha il compito di trasformare questo pacchetto di regole salvavita in un patrimonio culturale comune? La cabina di regia spetta alla Protezione Civile regionale, che attraverso la campagna nazionale permanente “Io non rischio” lavora per capillarizzare le buone pratiche sul territorio. Tuttavia, il vero salto di qualità richiede un coordinamento strutturato a livello locale. Da un lato, i Comuni e le associazioni di volontariato hanno l’onere di implementare i piani di emergenza comunali, rendendoli accessibili e comprensibili ai cittadini tramite piattaforme digitali e canali di messaggistica istantanea per i canali di allerta meteo. Dall’altro, la scuola gioca un ruolo cruciale: l’inserimento dell’educazione ambientale e della gestione del rischio d’emergenza nei programmi di Educazione Civica rappresenta lo strumento più potente per formare le nuove generazioni. Solo attraverso una sinergia costante tra istituzioni, volontari e istituti scolastici è possibile superare la logica dell’emergenza stagionale, trasformando l’autoprotezione da un semplice elenco di divieti a un’abitudine quotidiana e condivisa.
Il temporale di mercoledì sera non è stato un incidente di percorso, ma un promemoria. Reggio Emilia ha gli strumenti teorici e normativi per difendersi, ma la transizione da città “vulnerabile” a città “resiliente” deve subire un’accelerazione politica ed economica drastica. Se è vero e forse ragionevole pensare che la modifica dell’urbanistica di una città e l’educazione richiedano tempo, è altrettanto indubbio che i fenomeni meteo non ci aspetteranno.