“E’ impossibile”. Lo dicevano tutti, persino i reggiani meno scettici. Ma quella che alle orecchie dei più era suonata come una cosa da non poterci neanche credere, l’incredibile fino a rasentare la bufala, oggi fa parte della storia musicale di Reggio Emilia e anche mondiale.
Era il 20 settembre del 1997 di 29 anni fa quando, nel cuore dell’Emilia, atterrarono da un elicottero della polizia gli U2.
Il celebre PopMart Tour, acclamato in tutto il globo, fece solo due tappe in Italia: Reggio Emilia e Roma. Così, una delle band rock più fanmose e longeve della storia della musica, formatasi a Dublino nel 1976: Bono (voce), The Edge (chitarra), Adam Clayton (basso) e Larry Mullen Jr. (batteria), da un palco stellare e futuribile, diede vita a 2 ore e 40 di uno storico live per 150mila fans appostati per ore sull’erba falciata del Campovolo.
Quel 20 settembre era una giornata calda alle porte dell’autunno.
Ore 16: il popolo dei 150mila degli U2 inizia ad affluire dai due cancelli del Campovolo. Ore 17: un jet privato, decollato da Nizza, dalla Costa Azzurra punta sull’Emilia, con la scritta U2 in evidenza sulla fusoliera, con due passaggi radenti sull’area del concerto e facendo la barba al palco, scalda e poi infiamma l’animo dei fans radunati li sotto. Ore 17.15: gli U2 atterrano a Bologna. Ore 19: le trattative con la band. Gli U2 vogliono arrivare a Reggio in macchina sull’A1, ma li convincono a salire su un elicottero per motivi di sicurezza. Ore 20.45: l’elicottero degli U2 nel cielo Campovolo, una città di 150mila persone paganti li attende. Ore 21.10. Ha inizio l’irripetibile show: 23 brani, lo start con Pop Musik (Popmart Mix).
Ma chi è il regista di questo concerto entrato a pieno titolo nella storia del rock?
Roberto A. Meglioli, manager e produttore reggiano di Cavriago, dal 1980 ha collaborato con Paul Simon, Simple Minds, Nina Simone, Bruce Springsteen, Sting e Dizzy Gillespie, con gli italiani Patty Pravo, Roberto Benigni, Ivano Fossati e Vasco Rossi e per oltre vent’anni ha accompagnato Miriam Makeba. A Reggio è poi stato l’ideatore del Mirabello Aria Aperta Festival e del Lime Theater, due belle esperienze nate con l’obiettivo di creare spazi nuovi per la musica.
Meglioli, ma come vi è venuta in mente l’idea di portare gli U2 a Reggio Emilia?
Nelle cose bisogna crederci, anche se non sono facili. E in questo caso per niente facili. Abbiamo saputo che gli U2, che a quei tempi stavano a Los Angeles, avrebbero lanciato il loro PopMart Tour in Europa e che in Italia erano già fissate due tappe. Dalla nostra avevamo un jolly, non c’erano in altre città spazi così grandi come il Campovolo di Reggio Emilia da poter sfruttare. Certo poi abbiamo dovuto convincerli. Diciamo che c’è stato da lavorare.
Dove avete trovato l’aggancio per avvicinare e contattare gli U2 per proporre alla band irlandese Reggio, una città a loro di certo sconosciuta?
A quell’epoca collaboravo con Fran Tomasi. Lui conosceva personalmente la band, e in modo particolare Bono, erano in confidenza, amici si può dire, tanto da uscire assieme a cena. Il merito del contatto è suo.
Ma gli U2 non credo abbiamo accettato un invito al buio.
No, beh, certamente no. Intanto ci volevano molti soldi. Per convincerli sapevamo di avere un luogo collaudato per il grande pubblico. Al Campovolo da sempre c’è la Festa dell’Unità, spesso quella nazionale, che aveva già radunato folle immense, basti pensare al 1983 con il comizio Enrico Berlinguer. Gli U2 spedirono qui sul posto degli ingegneri per un sopralluogo e verificare che la zona rispondesse alle loro esigenze. Infine il Pds, allora si chiamava così, tramite la sua organizzazione, ci diede una mano fondamentale nella preparazione dell’evento. Non fu facile convincere neppure loro.
Il Campovolo era semplicemente un grosso prato, senza logistica o strutture, un pezzo di campagna recintata con reti di metallo. Come è stato possibile fare fronte alle esigenze di 150mila persone?
È stata una sfida straordinaria. Oggi molte soluzioni sembrano scontate, ma allora non esistevano modelli a cui ispirarsi. Insieme a una squadra eccezionale abbiamo costruito, praticamente dal nulla, una piccola città capace di accogliere 150.000 persone, cercando di far vivere a tutti un’esperienza unica e indimenticabile.
Abbiamo dovuto pensare a come farli mangiare e bere, in particolare a come distribuire l’acqua gratis e in sacchetti da un litro. Agli ospedali da campo, alla nursery per i bimbi. Cose basiche, ma per nulla facili da realizzare concretamente e nelle giuste proporzioni. I bagni chimici per soddisfare bisogni fisici di 150.000 persone, per dire. E poi l’afflusso e il deflusso dall’area del concerto, tutto da inventare.
Passiamo alla fase vendita dei biglietti. Oggi si fa tutto online in 2 minuti: prenotazioni, pagamenti. Ma 29 anni fa le pratiche erano senz’altro più complesse.
TicketOne quando abbiamo organizzato il concerto non esisteva ancora. E’ nata l’anno dopo, nel 1998. Così, abbiamo iniziato a distribuire dei voucher che valevano come una prenotazione a partire da metà febbraio e abbiamo smesso a fine luglio, un mese e mezzo prima del concerto, anche se la richiesta era altissima.
La gente a Reggio li poteva acquistare nelle edicole e nel negozio di Tosi Dischi, allora sotto i portici in via Emilia San Pietro. Lo stesso schema lo abbiamo replicato un po’ in tutta Italia: edicole e rivendite specializzate. E infine una qualche forma di prenotazione ce la siamo inventata anche su Internet, anche se la rete esisteva, ma non era certo il mezzo performante che è diventato adesso.






I concerti hanno prezzi salati, qual era il costo del biglietto per gli U2?
Non era un concerto buon mercato per quei tempi. Un biglietto costava 66mila lire. Oggi per uno spettacolo del genere il tagliando potrebbe superare i 200 euro.
Parliamo del concerto. Come si presentarono gli U2?
Partirono con un jet privato da Nizza. L’aereo aveva la scritta U2 sul lato della fusoliera. Arrivati su Reggio, fecero due passaggi radenti sul palco del Campovolo. La gente da sotto, accorgendosi che erano loro, gli U2, iniziò in coro a fare degli Ohh… di stupore e a riscaldarsi.
In città era scoppiata la caccia dei fans alla band irlandese?
Sono venuti a Reggio solo il tempo necessario per fare il concerto. Hanno fatto base a Bologna. Volevano raggiungere il Campovolo in auto viaggiando sull’A1. Avevamo studiato con la Polizia Stradale modi, tempi e percorso, ma restava una scelta azzardata per ragioni di traffico e di sicurezza. Alla fine, però, si sono lasciati convincere. Sono saliti su un elicottero della polizia e, una volta atterrati, sono stati scortati nell’area del palco a bordo di un cellulare. Nessuno si accorse di loro.
Quanto è durato il live?
E’ stato un concerto lungo: due ore e quaranta.
Fa un po’ specie pensare che 29 anni fa il Campovolo fu l’epicentro della musica internazionale con un concerto da 150mila persone realizzato in un campo e che oggi la Rcf Arena, una struttura da 103mila posti dal costo di 15 milioni euro, abbia cancellato un’intera stagione ancor prima di iniziarla.
Il concerto degli U2 al Campovolo e l’Arena sono due cose molto diverse. Il nostro fu un evento eccezionale, realizzato in circostanze eccezionali, una di quelle cose che difficilmente si ripetono. Non tutti i grandi tour possono essere ospitati in un’area come il Campovolo. E infatti, a tale proposito, provammo a fare un U2 bis a Reggio, ma non fu più possibile.
La Rcf Arena è nata sull’onda della suggestione di quel grande evento e anche dei successivi concerti di Luciano Ligabue. Ma avere un grande contenitore, non vuol dire avere per forza successo. Non è affatto scontato.
Lo spettacolo dal vivo è un mondo complesso, molto difficile, e anche estremamente competitivo. Richiede esperienza, conoscenza e un ventaglio di competenze inimmaginabili. Serve una strategia ben precisa: non si può improvvisare. Forse si è partiti dall’infrastruttura prima di aver completato il progetto industriale e artistico che avrebbe dovuto sostenerla nel tempo. È una differenza sostanziale, perché nel mondo dei grandi concerti sono i contenuti, le relazioni e la programmazione a dare valore alla struttura, non il contrario.
Facendo zero concerti sarebbe troppo grande anche se fosse piccola, ma un’Arena da 103mila a Reggio Emilia posti ha un senso. E’ troppo grande?
Quanti sono i concerti in una stagione che superano le 100mila persone? Certamente non tanti. E quanti saranno in Italia? Si contano sulle dita di una mano, forse cinque al massimo. E bisogna calcolare che non tutti i gruppi più famosi hanno voglia di venire a Reggio Emilia. L’arena più in voga, più in degli Stati Uniti, a Los Angeles, si chiama Hollywood Bowl e non arriva a 20mila posti. A Berlino, un bellissimo impianto costruito in un bosco, Waldbühne, supera di poco le 22mila presenze. Altrimenti si usano gli stadi.
Quindi, sarebbe il caso di fare un’Arena più slim, smagrita, rimpicciolita?
Non è semplice. Ci sono delle strutture semoventi per diminuire gli spazi nei grandi catini. Ma poi si rischia di creare l’effetto vuoto. Pensiamo a un Palazzo dello sport di grandi dimensioni dove vanno solo in mille ad assistere alla partita. Non è un bel vedere, sembra non ci sia nessuno. Un freddo deserto. Così non si accende la passione.
Adesso che l’Arena è stata fatta, anche se la cosa è complessa, si deve operare per farla funzionare al meglio, con professionisti capaci di rilanciarne l’immagine, prima di tutto. E con qualche idea in testa.
Ultimo a Roma ha radunato 250mila persone. Perché a Reggio Emilia si cerca di ingaggiare cantanti come Kanye West, talmente discusso e divisivo che poi alla fine neanche viene, e invece nono si chiamano artisti, solo per citarne due tra i tanti, come Jovanotti o Cremonini, che tra l’altro potrebbe arrivare all’Arena in Vespa, visto che sta a Bologna?
Per quanto riguarda Ultimo e i 250mila, quello fa parte degli eventi eccezionali, come lo furono gli U2. Non occorre costruire un’Arena per concerti che sono quasi irripetibili.
Per gli artisti chiamati a Reggio invece: una stagione non si improvvisa, va costruita passo dopo passo con grande anticipo, ed è una cosa tutt’altro che facile. I grandi artisti progettano tour che non sono per tutti i luoghi. Vengono portati dai loro manager dove le condizioni di lavoro sono più vantaggiose e dove il pubblico può fruire di uno spettacolo di qualità al meglio. Il concerto alla fine è anche business. Non basta costruire una grande arena, fosse anche la più grande d’Europa. Un’arena rappresenta una buona opportunità per un territorio, ma il suo successo dipende da tanti fattori: una programmazione costruita con largo anticipo, relazioni internazionali, competenze e una visione di lungo periodo. Nel nostro settore si costruiscono prima i progetti e poi le strutture. Se si inverte questo ordine, la sfida diventa molto più difficile.
Ci porti un esempio.
È un principio che ho cercato di applicare realizzando il Lime Theater: un progetto nato da precise esigenze di mercato, sostenuto da una programmazione solida e da una organizzazione all’altezza. I risultati dimostrarono che quel modello funzionava e il pubblico lo premiò fin dall’inizio. Purtroppo quell’esperienza si interruppe anche per l’interferenza di chi pensava che un progetto di questa complessità potesse essere affrontato con leggerezza e improvvisazione. Ma proprio quella vicenda mi ha confermato una convinzione: nel nostro lavoro non bastano l’entusiasmo o le strutture, servono competenze, visione e programmazione. Quando tutti questi elementi si incontrano, allora anche una struttura acquista un’anima e diventa un luogo capace di attrarre artisti e pubblico. Basti pensare a Bruce Springsteen, che solo tre anni fa, si è esibito a Ferrara, in un parco, davanti a 50mila fans. I luoghi competitivi sono tanti in Italia e nel mondo. Un tour mondiale non può toccarli tutti.
Il Comune ha detto che il rilancio dell’Arena avverrà nel 2028. Allora, 2026 neanche un concerto, 2027 solo Elisa, e visto che gli eventi vanno programmati, difficile pensare ci sia qualche altro spettacolo. Nel 2028 qualcuno si ricorderà che a Reggio esiste l’Arena del Campovolo?
Tutto si può fare, tutto può accadere. Certo Hellwatt non è stato un buon inizio per C.Volo e non è un bel biglietto da visita. Come già detto, i grandi concerti del Campovolo hanno creato quella suggestione che poi ha portato a costruire l’Arena. Io continuo a pensare che Reggio Emilia abbia tutte le carte in regola per essere un punto di riferimento della musica dal vivo. Lo ha dimostrato nel 1997 e lo ha confermato negli anni successivi. L’Arena, se ben contestualizzata, può essere uno degli strumenti: ma richiederà tempo e una progettualità internazionale, se vuole diventare meta dei grandi tour della musica dal vivo.
Poi per trasformare un grande spazio in una iniziativa di successo occorre anche molta prudenza, profonda conoscenza del settore, creatività e professionalità.
Brani principali del PopMart Tour al Campovolo di Reggio Emilia, 20 settembre 1997: Mofo, Discothèque, Gone, If You Wear That Velvet Dress, Last Night On Earth, Miami, Please, Staring at the Sun, Even Better Than The Real Thing, Mysterious Ways, One, Until the End of the World, Bullet the Blue Sky, I Still Haven’t Found What I’m Looking For, Where the Streets Have No Name, MLK / Pride (In the Name of Love).