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La Candida e il mistero delle sue inseparabili borsine
Gli anni passavano, le mille diventavano cinquemila, poi diecimila lire. Ma lei era sempre lì: lungo i marciapiedi della via Emilia (più Santo Stefano che San Pietro), sotto l’Isolato San Rocco, in piazza grande o – più di rado – in piasa céca, alla fermata del tram, di solito in corso Garibaldi davanti al Cristo, dove passava e passa tuttora il 4 per Coviolo.
Lei, col suo berrettino di lana calato sugli occhi, e mille borsine infilate sotto il braccio mentre camminava, a piccoli passi con le sue inconfondibili babbucce con la zip. O appoggiate a terra intorno a lei, se si fermava a fumare una sigaretta. E ne fumava tante, tutte scroccate ai passanti quasi sempre al posto delle mille, cinquemila o diecimila lire che fossero: “Ghet n’a sigareta?”.
Lei era, e rimarrà per sempre nei cuori dei reggiani, la Candida. Aveva certamente un cognome, forse Incerti, ma poco conta perché per tutti lei era semplicemente “la Candida”. Candidamente Candida, nonostante un passato giovanile – diciamo così – bohémien.
Aveva fatto “la vita” a Genova per più di vent’anni, raccontava lei stessa, e probabilmente anche a Reggio, nei primi tempi, quando abitava in via Cavagni, una stradina di San Pietro che oggi non esiste più. Demolite le case di tolleranza dalla legge Merlin, si trasferì in via Compagnoni, che raggiungeva appunto con il tram per Coviolo, magari facendo una sosta davanti alla Coop Canalina.
La Candida era una presenza fissa per chi, tra gli anni Settanta e la fine del passato millennio, frequentava il centro di Reggio. Tutti la conoscevano e le volevano bene, ma in realtà di lei non si sapeva quasi nulla. Sulle sue immancabili borsine sono sorte leggende: c’è perfino chi è convinto fossero piene di soldi, chi invece giura di averne visto il contenuto e racconta che ci fossero solo altre borsine e stracci vecchi. Anche “Candida” non è detto fosse il suo vero nome, magari era un soprannome nato proprio per il suo passato. Viveva libera, grazie all’elemosina dei reggiani. Che non abbassavano lo sguardo cambiando lato della strada – come spesso si fa oggi quando intravediamo chi chiede aiuto – ma le offrivano volentieri qualche banconota (le monete no, pesavano troppo, diceva), una sigaretta o un cappuccino e magari facevano due chiacchiere con lei. Stretti dalla simpatia dei suoi occhi blu e dalla dolcezza del suo sorriso puro così sdentato.
Se n’è andata a inizio millennio, dopo essere stata investita da una macchina e aver trascorso gli ultimi anni al ricovero San Girolamo. Portando via con sé un pezzo della storia della Reggio di fine Novecento.
(f.m.)