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Dora, la donna che per fermare il comunismo attentò alla vita di Lenin (2)
di Fabrizio Montanari
Pubblichiamo qui sotto la seconda parte della storia della rivoluzionaria che attentò alla vita di Lenin, ferendo gravemente a colpi di pistola il capo della rivoluzione bolscevica. Al termine dell’articolo il link alla prima puntata del racconto.
(…) Per diversi giorni la vita di Lenin rimase dunque sospesa e si temette, in caso di decesso, una vera e propria crisi di Stato. Secondo la versione allora più accreditata l’attentatrice, venne immediatamente fermata dagli operai della fabbrica, consegnata agli agenti della Ceka e da questi portata alla Lubjanka.
Al momento del fermo non era in possesso di nessuna arma, che fu trovata solo qualche giorno dopo la sua morte. Anche sull’ora esatta del fatto esistono diverse versioni: si parlò delle ore 20:00, la Pravda delle 21:00, mentre l’autista ricordò le 23:00. Il secondo giorno, per ordine di Jakov Sverdlov, braccio destro di Lenin e poi presidente del Comitato Centrale, venne trasportata in una cella del Cremlino e messa in isolamento. Dora venne immediatamente interrogata, trovò la forza di dichiarare: “Mi chiamo Fanja Kaplan. Oggi ho sparato a Lenin. L’ho fatto da sola. Non dirò da chi ho ottenuto il mio revolver. Non darò dettagli. Avevo deciso di uccidere Lenin molto tempo fa, quando ero a Simferopol (Crimea) e da allora mi preparavo a farlo. Lo considero un traditore della rivoluzione. Più a lungo vivrà, più a lungo allontanerà l’idea del socialismo. Se sopravvivrà la realizzazione degli ideali socialisti sarà rinviata di decenni. Sono stata esiliata ad Akatui per aver partecipato a un tentativo di omicidio contro un funzionario zarista a Kiev. Ho passato 11 anni ai lavori forzati. Dopo la rivoluzione sono stata liberata. Ho favorito l’Assemblea Costituente e sono ancora favorevole”.
La Ceka però era convinta che facesse parte di un disegno più generale messo a punto dai socialisti rivoluzionari e che lei non fosse che una pedina. Dora, pur ammettendo d’aver avuto contatti con alcuni esponenti dei S.R., negò tuttavia ogni loro coinvolgimento, addossandosi tutta la responsabilità. Tutti sospettarono della Spiridonova e della sua organizzazione terroristica segreta, che già aveva compiuto diversi attentati contro esponenti bolscevichi. Altri indicarono la mandante in Ldya Konopleva, insegnante e anche lei autrice di attentati a esponenti bolscevichi. Sarebbe appartenuta al gruppo terroristico clandestino del PSR del siberiano Grigori Ivanovich Semenov. Il processo intentato contro il Partito socialista rivoluzionario del luglio 1922 indicherà proprio lui quale ispiratore e organizzatore dell’azione omicida. A questo punto le ipotesi diventavano molte e le più diverse. La tesi più accreditata sosteneva che Dora non fosse sola davanti ai cancelli della fabbrica, ma avesse una complice, forse proprio quella che premette il grilletto e la Kaplan volle coprire.
D’altra parte subito dopo l’attentato, fonti vicine al Cremlino, parlarono di diversi fermati e non di una sola persona. Uno sarebbe stato Alexander Prototipov, che fu giustiziato senza alcun processo e alcuna indagine. Lo stesso autista di Lenin Piotr Guil, unico testimone, diede più versioni dell’accaduto, con il risultato di confondere ancora di più la realtà dei fatti. Il PSR negò ogni affiliazione della Kaplan e chiese con urgenza l’apertura di una inchiesta. Tale richiesta però fu ignorata. Il fatto fece talmente clamore che il New York Times, nell’evidente tentativo di fare uno scoop sensazionale, diede notizia di Lenin, suscitando incredulità, dolore ma anche soddisfazione nell’opinione pubblica occidentale.
Al termine dell’interrogatorio di Dora, Varlam Avanesov e Feliks Dzerzinskij convocarono alla Lubjanka il comandante Malkov perché si occupasse del caso. Questi ordinò l’immediato trasferimento della donna nelle prigioni del Cremlino, il che avvenne circa alle ore 3 della notte. Un’ora dopo il suo arrivo venne portata in un cortile interno e lì uccisa con un colpo di pistola alla nuca dal comandante del Cremlino Pavel Malkov, mentre un motore acceso di un’auto copriva il rumore. Il corpo, cosparso di benzina, venne bruciato e le sue ceneri disperse. Subito dopo Malkov fece regolare rapporto a Sverdlov. Molti suoi amici sarebbero morti nelle settimane seguenti, mentre tutti coloro che rispondevano al nome Kaplan furono inviati a morire nei gulag. Il poeta più considerato dal regime Demyan Bedny fu invitato ad assistere all’esecuzione, perché trovasse ispirazione per i suoi futuri componimenti poetici. L’assenza d’indagini, i tempi, la modalità d’esecuzione della condanna a morte e l’urgenza di far scomparire il corpo, destarono molti sospetti allora e negli anni a seguire. La stessa pistola Browning con la quale avrebbe sparato venne trovata solo qualche giorno dopo e arbitrariamente a lei attribuita.
L’arma non fu sottoposta ad alcuna perizia balistica e conteneva quattro cartucce su sei, quando i colpi sparati, per stessa dichiarazione ufficiale, erano stati tre. Da allora l’arma è esposta nel Museo-Lenin di Mosca. In tutta questa intrigata vicenda un ruolo chiave pare abbia assunto Jakov Sverdlov. Soprattutto le recenti indagini seguite alla apertura degli archivi segreti sembrano addensare molti sospetti su di lui. All’epoca dei fatti aveva 33 anni e già svolgeva un ruolo di grande importanza.
La sua carriera politica fu fulminante. Dopo essere stato arrestato più volte tra il 1906 e il 1910, subì la deportazione in Siberia fino al 1917. Uomo molto ambizioso, con la rivoluzione accumulò una serie di cariche senza eguali: Segretario organizzativo del partito, Presidente del Comitato Centrale dopo Kamenev, presidente della commissione che elaborò la Costituzione della Repubblica socialista sovietica. Fu lui a ordinare il trasferimento della Kaplan dalla Lubianka al Cremlino e la fucilazione della famiglia dello zar Nicola II. Accumulò alcune amicizie o frequentazioni per lo meno equivoche come quella con il terrorista Garsky, incontrato due giorni prima l’attentato. Morì improvvisamente la mattina del 16 marzo 1919, appena mezz’ora dopo aver fatto visita a Lenin. Fu sepolto accanto alle mura del Cremlino. Al suo funerale Lenin, forse sospettando un suo ruolo equivoco, fu sostituito da Stalin. Alcuni studiosi non escludono la tesi che l’uomo chiave dell’attentato sia stato proprio lui. Si sarebbe dimostrato molto abile nel coinvolgere le persone giuste, a eliminare la presunta colpevole, eliminandone il corpo, e a individuare i responsabili politici nel PSR. In questo caso si trattò del tentativo di un vero e proprio colpo di stato, coperto per mostrare la debolezza del partito e le sue divisioni interne.
Nel 1993 due autorevoli giornali, Komsomolskaja Pravda e Nezavisimaja Gazeta, sollevarono la necessità di rivedere tutto e riaprire le indagini. A loro parere c’era da capire se si trattò di un tentativo di colpo di stato per favorire la presa del potere di un gruppo dissidente interno alle fila bolsceviche o la messa in scena per scatenare il terrore verso tutti gli oppositori. Il 31 agosto 1918 in effetti la Pravda scrisse: “Lavoratori, per noi è giunta l’ora di annientare la borghesia altrimenti essa vi annienterà. Le città devono essere ripulite con implacabile determinazione da tutto il marcio borghese. Tutti questi signori saranno schedati, e quelli che rappresentano un pericolo per la causa rivoluzionaria sterminati. L’inno della classe operaia sarà un canto di odio e di vendetta”. Il 3 settembre un articolo sulla Izvestija chiamava a schiacciare l’idra della controrivoluzione con massiccio terrore”.
Il 5 settembre fece seguito da parte della Ceka il decreto sul “Terrore Rosso”. Era in fondo ciò che Lenin, Trockij e Bucharin avevano teorizzato e previsto nei loro libri. Le vittime per alcuni storici non superarono nei mesi seguenti le 10.000 unità, per altri invece furono molto di più. Per la prima volta fu sperimentato il campo di concentramento, che in poco tempo si diffuse e rappresentò la tomba per migliaia di russi negli anni avvenire. Chi attribuisce a Stalin l’origine della repressione contro i dissidenti e l’istituzione dei campi di prigionia (gulag), deve dunque ricredersi. Egli semmai ne perfezionò il funzionamento. Su questa tragica vicenda sono stati prodotti negli anni diversi film, sia da parte sovietica sia da produttori occidentali. In particolare nel 2016 al Festival Internazionale di Odessa ottenne grande successo di critica quello intitolato My Grandmother Fanny Kaplan, ispirato dalla convinzione della sua innocenza espressa da alcune sue discendenti, che denunciarono la mancanza nei documenti ufficiali della polizia e conservati nell’Archivio di Stato di diverse pagine, che inchioderebbero gli allora dirigenti sovietici alle loro responsabilità per aver mentito e occultata la verità.
Dora, la donna che per fermare il comunismo attentò alla vita di Lenin (1)
Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.