A Reggio Emilia assistiamo all’ennesimo capolavoro della politica del doppio binario. In alcune parti della città il Comune depavimenta, elimina asfalto e cemento e presenta gli interventi come una grande conquista ambientale. Alle ex Reggiane, invece, le motoseghe stanno tagliando decine di alberi per fare spazio a nuove strutture comunali. Una contraddizione talmente evidente da far pensare a un’urbanistica ubriaca, incapace di ricordare oggi ciò che ha solennemente proclamato ieri.
Da una parte si organizzano convegni sull’ambiente, si diffondono comunicati sulla sostenibilità e si annunciano progetti contro le isole di calore. Dall’altra si abbattono alberi già cresciuti, proprio quelli che producono ombra, assorbono anidride carbonica, trattengono le polveri e rendono più vivibili le aree urbane. Piantare domani qualche alberello non equivale a conservare oggi una pianta adulta. Serviranno anni prima che una giovane essenza possa offrire gli stessi benefici di quella eliminata in poche ore.
La rigenerazione urbana dovrebbe recuperare edifici e spazi senza cancellare ciò che la natura ha faticosamente costruito. Possibile che non esistesse un progetto capace di integrare le nuove strutture con il verde presente? Sono state veramente studiate soluzioni alternative oppure, come spesso accade, si è scelta la strada più comoda per il cantiere e più costosa per l’ambiente?
Dove sono gli ecologisti reggiani, sempre pronti a impartire lezioni agli altri? Perché davanti a questo intervento sembrano improvvisamente silenziosi? Evidentemente anche l’indignazione ambientale funziona a corrente alternata: rumorosa quando colpisce l’avversario politico, molto più discreta quando le motoseghe sono autorizzate dagli amici.
Il Comune dovrebbe rendere pubblici il numero esatto degli alberi abbattuti, le loro condizioni, le ragioni tecniche del taglio, le alternative valutate e le compensazioni previste. I cittadini hanno diritto di sapere se quelle piante fossero davvero tutte irrecuperabili o se siano state sacrificate semplicemente perché ostacolavano il progetto.






La transizione ecologica non può essere uno slogan da utilizzare nelle conferenze stampa o sulle pagine social. Se in una strada si toglie il cemento per restituire spazio alla natura e, poco distante, si elimina il verde per costruire, non siamo davanti a una strategia coerente. Siamo davanti alla solita propaganda amministrativa: una mano depavimenta per farsi fotografare, l’altra accende le motoseghe lontano dai riflettori. E alla fine, come sempre, a pagare il conto sono la città, l’ambiente e la credibilità delle istituzioni.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
