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Annullare la visita delle pedagogiste israeliane non ha senso
di Giacomo Scillia
La richiesta di annullare la visita delle pedagogiste israeliane alle scuole reggiane, riportata dalla Gazzetta di Reggio, merita una discussione seria. La mia posizione è chiara: la nazionalità, da sola, non può diventare un motivo sufficiente per escludere una persona da un confronto educativo. Su questo una città democratica dovrebbe mantenere fermezza, anche quando il dolore e l’indignazione rendono difficile parlarsi.
La sofferenza della popolazione palestinese, e soprattutto dei bambini, esige attenzione, solidarietà e iniziative concrete. È legittimo criticare le scelte del governo israeliano, chiedere il rispetto del diritto internazionale e discutere le responsabilità delle istituzioni. Nessuno dovrebbe essere invitato al silenzio davanti alla sofferenza. Ma proprio la serietà di queste ragioni impone di individuare con precisione i destinatari della protesta.
Una pedagogista israeliana non rappresenta automaticamente il governo del proprio Paese. Per stabilire se lo rappresenti occorrono elementi concreti: il suo incarico, il mandato con cui partecipa, il ruolo dell’ente di appartenenza, la natura dell’iniziativa. Il passaporto non dimostra quali idee abbia, quali decisioni sostenga o quali responsabilità abbia assunto. Attribuirle tutto questo senza verificarlo significa sostituire il giudizio sulla persona con un giudizio sulla sua provenienza.
Il paragone con i medici aiuta a comprendere il punto. A un medico chiediamo competenza, correttezza e rispetto per il paziente. A chi si occupa di educazione chiediamo preparazione, responsabilità e attenzione ai bambini. Queste qualità vanno valutate nel lavoro, nelle scelte e nei comportamenti. Nessuna nazionalità garantisce la bontà di un professionista; nessuna dovrebbe bastare a dimostrarne l’inadeguatezza.
Naturalmente una professione non rende immuni dalle critiche. Anche un medico, un docente o una pedagogista possono essere chiamati a rispondere delle proprie azioni. Ed è altrettanto ragionevole distinguere un incontro tra professionisti da una collaborazione ufficiale con apparati statali o da un’iniziativa costruita per promuovere l’immagine di un governo. Sono situazioni differenti, che richiedono valutazioni differenti.
Per questo sarebbe utile rendere chiari il programma della visita, gli enti coinvolti, gli eventuali finanziamenti e le finalità dello scambio. Se emergono criticità documentate, le si affronti pubblicamente e si valuti se modificare o interrompere la collaborazione. Una decisione così motivata può essere discussa nel merito. La semplice provenienza nazionale, invece, non offre una spiegazione sufficiente.
È questa distinzione che rende credibile una battaglia per i diritti. Contestare un’istituzione per attività documentate richiede argomenti verificabili. Escludere indistintamente i cittadini di un Paese rischia di colpire anche chi non ha alcuna responsabilità nelle decisioni contestate. Il dissenso politico acquista forza quando sa riconoscere queste differenze.
La preoccupazione che un incontro venga utilizzato come propaganda merita attenzione. Gli organizzatori devono chiarirne gli obiettivi e tutelarne l’autonomia educativa. Accogliere delle professioniste per conoscere e discutere il loro lavoro non equivale, di per sé, ad approvare la politica del loro governo. Anche questo va detto con chiarezza, senza minimizzare le obiezioni e senza trasformarle in un divieto automatico.
L’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani indica tra le finalità dell’istruzione il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, insieme alla comprensione, alla tolleranza e all’amicizia fra le nazioni e i gruppi umani. È un riferimento che dovrebbe orientare anche questa discussione: il confronto educativo può essere uno degli strumenti attraverso cui impariamo a riconoscere la dignità altrui. (un.org)
A mio giudizio, proprio nei momenti di conflitto diventa prezioso mantenere occasioni di incontro nelle quali si possano fare domande, esprimere dissenso e ascoltare risposte. Il dialogo non assolve nessuno dalle proprie responsabilità. Permette però di conoscere le persone prima di giudicarle e di verificare le ragioni prima di adottare una decisione.
Mi preoccupa la logica dell’esclusione quando l’appartenenza nazionale prende il posto dell’accertamento delle responsabilità. La considero una deriva intollerante, anche quando nasce da un’indignazione sincera. È una critica a un criterio di giudizio: chi sostiene l’annullamento ha pieno diritto di manifestare, argomentare e chiedere spiegazioni. Lo stesso spazio deve essere riconosciuto a chi ritiene che accogliere un confronto professionale sia una scelta utile alla pace.
La democrazia richiede questa disponibilità reciproca. Non possiamo pretendere di difenderla distribuendo patenti di legittimità a seconda della vicinanza alle nostre posizioni. Possiamo chiedere a tutti il rispetto delle regole comuni, la trasparenza delle iniziative e la responsabilità per ciò che fanno. Sono criteri esigenti, che hanno il vantaggio di poter essere applicati con coerenza.
Reggio Emilia può sostenere i diritti dei palestinesi, promuovere iniziative per i bambini colpiti dalla guerra e coltivare rapporti educativi capaci di favorire la conoscenza reciproca. Sarebbe utile sviluppare occasioni di confronto anche con educatori palestinesi, secondo programmi realizzabili e rispettosi delle loro condizioni. La solidarietà può tradursi in opportunità, sostegno e lavoro comune.
Alle istituzioni chiedo quindi una scelta motivata e trasparente. A chi protesta chiedo di distinguere le persone dalle istituzioni e di rendere espliciti gli elementi su cui fonda la richiesta di esclusione. A tutti, me compreso, chiedo di conservare la misura: le convinzioni più ferme devono poter essere espresse senza negare la dignità di chi abbiamo davanti.
Dobbiamo lavorare per la democrazia. Questo significa difendere i diritti, verificare le responsabilità e lasciare aperto lo spazio del confronto. Una pedagogista va giudicata per il suo lavoro e per le sue azioni. Il luogo in cui è nata, da solo, non può decidere al suo posto.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.