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Primo maggio: se il lavoro per molti è un dovere e non più un diritto
di Giacomo Scillia
Il Primo Maggio non dovrebbe essere soltanto una data rossa sul calendario, né una ricorrenza da attraversare con qualche frase di circostanza. Dovrebbe essere un esame di coscienza collettivo. Perché il lavoro, quando manca, quando è povero, quando è instabile, quando non consente a una persona di progettare la propria vita, non è più solo un problema economico: diventa una ferita sociale, morale, perfino familiare. Lo vediamo ogni giorno, nelle città e nei paesi: nei bar aperti all’alba, nelle botteghe che resistono, nei magazzini, nelle case dove lavorano badanti e colf, nei cantieri, negli uffici, sulle biciclette dei rider, nelle stanze dei giovani che mandano curriculum e ricevono silenzi.
L’economia vera non sta solo nei grafici o negli indici di fiducia. Sta nelle mani delle persone. Sta nella schiena di chi torna a casa stanco. Sta nello sguardo di un imprenditore che paga stipendi, affitti, bollette, contributi, tasse, fornitori, e vorrebbe dare di più ai propri dipendenti. Sta nel ragazzo laureato che si sente dire di fare esperienza gratis, come se l’esperienza potesse pagare un affitto. Sta nel cinquantenne che perde il lavoro e scopre di essere considerato troppo vecchio per ricominciare e troppo giovane per fermarsi.
Per questo il Primo Maggio, se vuole avere ancora un senso, deve uscire dalla retorica. Non basta dire “viva il lavoro”. Bisogna chiedersi quale lavoro, a quali condizioni, con quale salario, con quale rispetto, con quale futuro. Un lavoro che non permette di vivere dignitosamente non può essere celebrato come conquista. Un lavoro pagato male, frammentato, umiliato, ridotto a prestazione senza volto, non costruisce cittadinanza: produce rancore, sfiducia, solitudine. E una società piena di lavoratori poveri è una società che ha perso il senso della propria promessa democratica.
Il punto economico è questo: non esiste sviluppo stabile se il lavoro non torna al centro del patto sociale. Le imprese devono reggere i costi, investire, assumere, innovare. Ma i lavoratori devono vivere, consumare, curarsi, studiare, risparmiare qualcosa. Se i salari restano compressi e il costo della vita cresce, il mercato interno si indebolisce, il commercio soffre, le piccole attività chiudono, le famiglie rinviano tutto. Lavoro povero significa anche economia povera.
Certo, non si può scaricare tutto sulle imprese, soprattutto sulle piccole e medie, carne viva del territorio. Molti imprenditori non sono padroni ricchi seduti sopra un privilegio: sono persone che rischiano, lavorano più ore dei loro dipendenti, dormono male quando i conti non tornano. Anche questa verità va detta. Proprio per questo serve una politica economica seria: meno burocrazia inutile, meno pressione improduttiva, più sostegno a chi assume bene, forma i giovani, stabilizza, crea lavoro vero. La dignità del lavoro non si costruisce contro l’impresa sana, ma insieme all’impresa sana.
Il nodo più doloroso resta quello dei giovani. Abbiamo chiesto loro di studiare, di essere flessibili, di imparare lingue, tecnologie e competenze. Poi spesso li accogliamo con stage infiniti, contratti brevi, paghe basse, promesse vaghe. È come se avessimo trasformato la giovinezza in una sala d’attesa. Ma un Paese che tiene i giovani in attesa consuma il proprio domani. Senza lavoro stabile non si forma una famiglia, non si compra una casa, non si resta nel proprio territorio.
Serve allora una nuova alleanza tra scuola, formazione, impresa e territorio. Non basta dire che i ragazzi non hanno voglia. Molti ragazzi hanno voglia, ma non vogliono essere presi in giro. Vogliono imparare, però chiedono che l’apprendistato non sia sfruttamento mascherato. Vogliono entrare nel mondo del lavoro, però non vogliono essere trattati come materiale usa e getta. Vogliono autonomia, non elemosina. E noi adulti dovremmo smettere di giudicarli dall’alto, perché spesso siamo stati noi a consegnare loro un mercato più fragile e un futuro più incerto.
Il lavoro, poi, non è soltanto salario. È identità, utilità, tempo riconosciuto. Quando manca, non toglie solo reddito: toglie fiducia, relazioni, voce. E quando c’è ma resta povero, produce una umiliazione più sottile: fare la propria parte senza riuscire a stare in piedi.
Da qui dovrebbe ripartire il Primo Maggio: dalla persona concreta, non dall’ideologia. Dal muratore, dall’infermiera, dalla commessa, dall’artigiano, dal pensionato che ha lavorato una vita, dal giovane che cerca il primo impiego, dall’imprenditore onesto che resiste, dalla badante che entra nelle case quando gli altri non possono più esserci. Ognuno di loro tiene in piedi un pezzo di Paese.
Una buona economia non dovrebbe misurarsi soltanto da quanto produce, ma da quanta dignità distribuisce. Dovrebbe chiedersi se chi lavora riesce a vivere, se chi assume riesce a non essere schiacciato, se chi studia vede una strada, se chi è anziano non viene lasciato indietro, se chi cade può rialzarsi. Questo è il vero bilancio sociale di una comunità.
Il Primo Maggio, allora, non sia una celebrazione stanca. Sia una domanda rivolta a tutti: che cosa stiamo facendo del lavoro umano? Lo stiamo proteggendo o lo stiamo consumando? Lo stiamo pagando o lo stiamo soltanto usando? Lo stiamo rendendo futuro o lo stiamo riducendo a sopravvivenza?
Io credo che il lavoro resti la più grande forma di dignità civile, ma solo se non diventa ricatto. Deve essere fatica, sì perché ogni costruzione costa impegno. Ma non deve essere umiliazione. Deve sostenere imprese e famiglie. Deve creare profitto, ma non dimenticare mai la persona. Perché dietro ogni busta paga c’è una vita. Dietro ogni contratto c’è una speranza. Dietro ogni giovane che chiede lavoro c’è un Paese che può ancora scegliere se invecchiare nella paura o rinascere nella fiducia.
Giacomo Scillia, per 20 segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista e scrittore di novelle, collabora con diverse testate.