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Quando il lavoro è una condanna a morte, la civiltà ha fallito
di Giacomo Scillia
C’è una frase che dovrebbe restare scolpita davanti a ogni fabbrica, ogni cantiere, ogni magazzino, ogni azienda: chi esce di casa per guadagnare il pane deve tornare a casa vivo.
Tutto il resto viene dopo.
La produttività viene dopo.
I tempi di consegna vengono dopo.
Il profitto viene dopo.
Le urgenze aziendali vengono dopo.
Perché quando un uomo muore sul lavoro, non muore soltanto un lavoratore. Muore un padre, un figlio, un marito, un fratello, un amico. Muore una parte della dignità collettiva. Muore la promessa fondamentale di una società civile: quella secondo cui il lavoro dovrebbe dare futuro, non funerali.
E invece siamo ancora qui. Ancora una volta. Ancora davanti all’ennesima tragedia. Un uomo schiacciato, travolto, caduto, folgorato, stritolato da un meccanismo che avrebbe dovuto essere controllato, prevenuto, fermato prima. Cambiano i luoghi, cambiano i nomi, cambiano i dettagli della cronaca, ma la sostanza resta sempre la stessa: si continua a morire per lavorare.
E allora basta con la parola fatalità usata come lenzuolo pietoso per coprire tutto.
La fatalità può essere un fulmine. Può essere un terremoto. Può essere un evento improvviso e imprevedibile. Ma quando ogni settimana, ogni mese, ogni anno si contano morti nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini, nei campi, sulle strade, allora non siamo più davanti alla fatalità. Siamo davanti a un sistema che non controlla abbastanza, non previene abbastanza, non protegge abbastanza.
Questa non è dignità.
Questa è una vergogna nazionale.
Il lavoro è pane, certo. Ma non può diventare sangue. Non può essere accettato come normale che una persona vada a lavorare la mattina e la sera non torni più a casa. Non può essere considerato un prezzo inevitabile della produzione. Non può essere liquidato con due righe di cordoglio, un minuto di silenzio, una corona di fiori e poi tutto come prima.
Perché il punto è proprio questo: dopo ogni morte si dice che bisogna fare di più. Dopo ogni tragedia si promettono controlli, verifiche, sicurezza, formazione. Dopo ogni bara si ripete che non deve accadere mai più. E invece accade ancora. E ancora. E ancora.
Allora qualcosa non funziona.
Non funziona nei controlli.
Non funziona nella formazione.
Non funziona nella prevenzione.
Non funziona nella cultura d’impresa.
Non funziona nella catena delle responsabilità.
Non basta mettere un cartello con scritto “sicurezza”. Non basta far firmare un foglio. Non basta distribuire un casco, un giubbotto, un manuale letto in fretta. La sicurezza non è burocrazia. La sicurezza è organizzazione concreta, quotidiana, verificabile. È manutenzione dei mezzi. È formazione vera. È rispetto dei tempi umani. È personale sufficiente. È macchinari controllati. È procedure chiare. È responsabilità precise.
E soprattutto è una cosa semplice: nessuno deve essere messo nella condizione di scegliere tra lavorare in modo pericoloso o perdere il posto.
Perché anche questo va detto. Molti lavoratori tacciono. Non perché non vedano i rischi. Li vedono benissimo. Ma hanno paura. Paura di essere considerati rompiscatole. Paura di perdere turni, contratti, fiducia, stipendio. Paura di essere lasciati fuori. E quando un lavoratore ha paura di denunciare una situazione pericolosa, la democrazia del lavoro è già ferita.
Servono più ispettori.
Servono controlli veri.
Servono sanzioni pesanti.
Servono responsabilità personali quando la sicurezza viene trattata come un costo da comprimere.
Servono tutele forti per chi segnala condizioni pericolose.
Servono imprese che capiscano che la sicurezza non è un fastidio, ma il primo dovere morale.
Il lavoro deve dare pane, non funerali.
Ogni morte sul lavoro è una bestemmia civile. È un’offesa alla Costituzione, alla dignità della persona, alla famiglia che resta, alla comunità che piange per un giorno e poi troppo spesso dimentica. Ma non si può più dimenticare. Non si può più archiviare. Non si può più raccontare queste morti come incidenti isolati, come se fossero episodi sfortunati dentro un sistema sano.
Un sistema sano non produce continuamente morti.
Un sistema sano non lascia soli i lavoratori.
Un sistema sano non permette che la fretta, il risparmio, la superficialità o l’abitudine diventino più forti della vita umana.
Bisogna cambiare mentalità. E bisogna farlo davvero. Non con slogan, non con campagne patinate, non con parole pronunciate dopo l’ennesima tragedia. Bisogna entrare nei luoghi di lavoro, controllare, ascoltare, verificare, punire chi non rispetta le regole e premiare chi investe seriamente in sicurezza.
Perché un Paese civile non si misura soltanto dal PIL, dalle esportazioni, dai fatturati, dai cantieri aperti o dalla velocità con cui produce. Si misura da quante persone riesce a proteggere mentre lavorano. Si misura da quanta vita difende dentro i luoghi dove si guadagna da vivere.
E allora diciamolo senza giri di parole: non è accettabile. Non è normale. Non è inevitabile. Non è destino.
Chi esce di casa per guadagnare il pane deve tornare a casa vivo.
Tutto il resto è fallimento.
Tutto il resto è vergogna.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.