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Partite Iva e fisco: il peso delle tasse sul lavoro autonomo
di Giacomo Scillia
C’è un punto, in questa discussione sulle partite Iva, che spesso viene raccontato male. O meglio: viene raccontato sempre a metà. Da una parte c’è chi dice che gli autonomi pagano troppo. Dall’altra c’è chi risponde subito che gli autonomi evadono. E così, come capita spesso in Italia, invece di guardare il problema in faccia, si finisce nella solita rissa tra categorie.
Dipendenti contro partite Iva. Pensionati contro commercianti. Artigiani contro impiegati. Come se il Paese fosse un’arena dove ciascuno deve dimostrare di essere più tartassato dell’altro. Ma la verità è più scomoda, più concreta, più quotidiana: chi lavora onestamente, in qualunque forma lo faccia, oggi sente addosso un peso fiscale e contributivo enorme.
Il dato riportato dalla Cgia fa discutere: un lavoratore autonomo versa in media 8.331 euro di Irpef, mentre un dipendente 4.215 euro. Quasi il doppio. Ma un numero, da solo, non basta. Bisogna entrarci dentro. Bisogna capire cosa c’è dietro quella cifra. Perché una partita Iva non è sempre il grande professionista con lo studio pieno, il commercialista furbo e il conto robusto. Molto spesso è un piccolo commerciante, un artigiano, un tecnico, un consulente, una persona che si alza al mattino e prima ancora di guadagnare deve già pensare a quanto dovrà pagare.
La partita Iva vive con un’incertezza che chi ha uno stipendio fisso spesso non conosce. Non perché il dipendente stia bene per forza, ci mancherebbe. Anche il lavoro dipendente ha i suoi problemi: salari fermi, contratti poveri, affitti alti, bollette, famiglie da mantenere. Però il dipendente, almeno, sa più o meno quanto entrerà a fine mese. L’autonomo no. L’autonomo può lavorare tanto e incassare tardi. Può fatturare e non essere pagato. Può avere un mese buono e tre mesi vuoti. Può ammalarsi e scoprire che il negozio, lo studio o il laboratorio non si mandano avanti da soli.
Eppure lo Stato arriva puntuale. Arrivano gli acconti, i saldi, i contributi, le scadenze. Arrivano anche quando gli incassi rallentano. Arrivano anche quando la città è vuota, quando i clienti tagliano le spese, quando i fornitori aumentano i prezzi, quando la luce costa di più, quando l’affitto del locale pesa come un macigno. Il fisco non sempre vede la fatica. Vede la dichiarazione, vede il codice, vede la categoria. Ma dietro quella categoria c’è una persona.
C’è il negoziante che apre la saracinesca anche se sa già che passeranno in pochi. C’è l’idraulico che corre da una casa all’altra e poi la sera deve fare i conti. C’è il barista che incassa, sì, ma poi paga dipendenti, fornitori, affitto, tasse, energia, banca, commercialista. C’è il piccolo professionista che deve sembrare sempre lucido, disponibile, competente, anche quando dentro ha solo stanchezza e preoccupazione.
Naturalmente l’evasione esiste. Sarebbe ipocrita negarlo. Esistono quelli che non dichiarano, quelli che fanno i furbi, quelli che vivono alle spalle degli altri. Ma il punto è proprio questo: non si può usare l’evasione di alcuni per condannare tutti. Perché così si finisce per colpire soprattutto chi è già visibile, chi lavora alla luce del sole, chi fa fatture, chi paga, chi non ha scorciatoie. I grandi evasori spesso hanno strumenti, consulenti, società, schermi, possibilità. Il piccolo invece è lì, nudo davanti alle scadenze.
La grande ingiustizia italiana sta anche qui: si parla genericamente di partite Iva come se fossero tutte uguali. Ma non sono uguali. C’è chi guadagna molto e può permettersi di pagare. C’è chi guadagna abbastanza. E c’è chi resiste, mese dopo mese, senza sapere se l’anno prossimo sarà ancora in piedi. Mettere tutti nello stesso sacco è comodo, ma non è serio.
Serve un fisco capace di distinguere. Chi evade davvero va perseguito con decisione. Chi nasconde ricchezza va stanato. Chi costruisce patrimoni e poi dichiara poco non deve avere alibi. Ma chi lavora, paga, rischia e tiene aperta un’attività non può essere trattato ogni volta come un sospetto. Non può vivere con la sensazione di essere sempre in difesa. Non può passare più tempo a temere una scadenza che a pensare al proprio mestiere.
Il lavoro autonomo è una parte fondamentale dell’Italia. Non è solo economia. È tessuto sociale. Sono negozi, botteghe, studi, officine, laboratori, piccole imprese familiari. Sono persone che spesso conoscono i clienti per nome. Sono pezzi di quartiere. Sono presenze che tengono vive le strade. Quando una piccola attività chiude, non sparisce solo una partita Iva. Si spegne una luce. Si abbassa una serranda. Una via diventa un po’ più fredda.
Per questo il tema fiscale non può essere liquidato con una battuta. Non basta dire “pagano troppo” e non basta rispondere “evadono”. Bisogna avere il coraggio di dire che il sistema è complicato, pesante, spesso poco umano. Chiede tanto, ma ascolta poco. Pretende precisione, ma non sempre offre semplicità. E chi lavora in proprio finisce spesso in mezzo: da una parte il mercato, dall’altra lo Stato.
Le tasse sono necessarie. Nessuna società civile può vivere senza tasse. Servono per gli ospedali, le scuole, le strade, i servizi, la sicurezza. Ma proprio perché sono necessarie devono essere giuste. Devono essere comprensibili. Devono essere proporzionate. Devono colpire chi fa il furbo senza schiacciare chi fa il proprio dovere.
Il Paese ha bisogno dei lavoratori dipendenti, ha bisogno dei pensionati, ha bisogno degli autonomi, ha bisogno delle imprese sane. Non ha bisogno di una guerra interna tra chi fatica. Perché mentre noi litighiamo tra categorie, il problema resta lì: un sistema fiscale che spesso pesa troppo sulle spalle sbagliate e non sempre riesce a prendere davvero chi dovrebbe prendere.
Una partita Iva non è automaticamente un privilegiato. Spesso è solo uno che ha scelto, o è stato costretto, a rischiare in proprio. Uno che non ha tredicesima sicura, ferie vere, malattia tranquilla, stipendio garantito. Uno che ogni mese deve ricominciare da capo. E quando paga, paga davvero: con i soldi, con il tempo, con l’ansia, con la vita.
Se vogliamo un’Italia più giusta, dobbiamo smetterla di raccontare il lavoro autonomo come una zona grigia per definizione. Bisogna separare i furbi dagli onesti. Bisogna aiutare chi produce valore reale. Bisogna rendere più semplice pagare e più difficile imbrogliare.
Perché uno Stato serio non deve avere paura di chiedere le tasse. Ma deve avere il dovere di non far sentire colpevole chi le paga.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.