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‘Radiografia’ del quartiere della stazione, dove non tutto è degrado
di Glauco Bertani
Nella zona della stazione storica di Reggio Emilia – quotidianamente al centro della cronaca per criminalità, degrado e abbandono – questa volta siamo andati non per fatti di “nera”, ma per un pranzo “etnico” al Binario 49 di via Turri nel corso del quale è stata presentata una ricerca realizzata a marzo da 9 classi (terze e quarte) dell’istituto Matilde di Canossa su questa «zona molto complessa». Obiettivo del lavoro [consultabile online qui], offrire «all’attenzione mediatica quella che può essere una voce spendibile in più nel dibattito pubblico su questa parte della città».
A parlarne a SpazioReggio è Fabio Cernesi, 27 anni, laureato in sociologia, coordinatore della ricerca sulla zona della stazione storica condotta dagli studenti del Canossa e portavoce di una fitta rete di associazione e istituzioni* che ne hanno agevolato la realizzazione.
Nel preambolo affermate che se l’impatto visivo è duro, segnato da degrado fisico e incuria, che genera un immediato senso di spaesamento e insicurezza, tuttavia l’esperienza diretta e la frequenza scardinano i pregiudizi, trasformando lo spazio da “pericoloso” a “vivibile”. Potrebbe spiegarci meglio?
La ricerca è stata condotta con gli studenti e le studentesse del liceo Canossa, intervistando circa un centinaio di persone. La loro percezione negativa è stata riscontrata nel momento del primo impatto con la zona stazione, legata soprattutto all’incuria e al degrado degli stabili, alla sporcizia nelle strade. Le uscite, per ciascuna delle 9 classi coinvolte, erano di tre ore, un periodo breve: tuttavia, nel corso della permanenza nella zona alla fine tendevano ad avere – salvo qualche gruppo di studenti che ha avuto un’esperienza negativa – una percezione migliore rispetto al primo impatto. Così come gli stessi abitanti del quartiere. Dalle interviste fatte, possiamo dire che le persone che vivono nella zona della stazione hanno una percezione, soprattutto quelle che abitano lungo via Turri, migliore del contesto. La stessa tendenza l’abbiamo registrata in quelli che vi lavorano o comunque sono soliti frequentarla non occasionalmente.
Nella ricerca, di taglio sociologico, si sostiene che la sicurezza non è un dato oggettivo, ma una costruzione influenzata da chi guarda: che significa?
In Italia la percezione di insicurezza è crescente, tuttavia nel 2025 il numero di omicidi è calato del 15% rispetto all’anno prima, fermandosi a 285: che non sono pochi, certo, ma tuttavia rappresentano un dato tra i più bassi in Europa. Questo permette di capire che se il tema “pericolosità” viene inflazionato sul piano mediatico, allora la percezione che si svilupperà su quel luogo, l’Italia o nel nostro caso la zona della stazione storica, sarà influenzata da questa narrazione.. In altre parole, significa che se la pericolosità è l’unica informazione trasmessa a livello mass mediatico allora in quel contesto lì, probabilmente, la percezione di insicurezza diventa totalizzante. Questo non vuol dire non ci siano problematiche legate all’insicurezza, ma che la dimensione del fenomeno spesso non rispecchia il vissuto reale.
Qual è la “percezione” delle persone che abitano in quartieri indenni da certi fenomeni riscontrabili quando arrivano in zone come la stazione?
Un altro dato importante da tenere in considerazione è proprio da dove parte il proprio sguardo, che in sociologia si chiama il “tema del posizionamento”. Se con un “posizionamento” da cittadino italiano bianco, che ha frequentato determinati contesti non degradati e vive ad esempio ad Albinea, arrivo in un contesto sociale significativamente differente, leggo un’alterità da cui può scattare una dinamica di paura legata alla non conoscenza del contesto. Albinea, in questo caso, è la norma di riferimento che consolida la propria abitudine, mentre ciò che si vede in stazione, luogo di transito, esce da essa. La vista di spazi degradati, il fatto anche solo di vedere persone di nazionalità differenti in maggior numero rispetto alle zone in cui si vive può generare una lettura del contesto attraverso la lente dell’insicurezza.
Le classi come hanno reagito?
In parte questo è avvenuto anche nei ragazzi, che avevano paura ad avvicinarsi a gruppi di persone “nere”, non perché stessero facendo, in quel momento, qualcosa di male, ma perché esse rappresentavano un insieme di significati simbolici associabili al fatto che “un gruppo di persone nere riunite in un posto non può che essere legato alla criminalità, allo spaccio”. È il risultato di un insieme di riferimenti culturali che abbiamo e crea una percezione di insicurezza che non è detto sia reale.
Avete rilevato una differenza della percezione di insicurezza fra donne e uomini?
Sì. Sull’aspetto emotivo abbiamo cercato di mappare proprio dove venivano provate le emozioni più positive rispetto a quelle più negative. Un esempio. Le emozioni più negative le abbiamo registrate soprattutto in viale 4 Novembre, e qui mi ricollego al tema della differente percezione di genere, le cui dinamiche sono legate al “cat calling”.
Può spiegare che cosa è il “cat calling”?
E’ la molestia verbale da strada, apprezzamenti indesiderati fatti alle donne. Un atteggiamento che crea una percezione di insicurezza, di disagio e di vulnerabilità nelle ragazze. A differenza di viale 4 Novembre, in via Turri, andando verso piazza Domenica Secchi, non vi sono state solo impressioni negative. Sulla mappa pubblicata nella ricerca si possono vedere più segnalazioni verdi, cioè positive, legate soprattutto alla presenza di molti negozi, di gruppi che facevano attività sociali, ludiche, dando una percezione di maggior sicurezza.
Quest’ultima osservazione mi rimanda al paragrafo della ricerca intitolato “Interculturalità mancata”. Ad esempio il “Binario49” in via Turri o altri luoghi, se ce ne sono, che cercano un’interconnessione culturale, hanno favorito in questi anni l’interculturalità e la convivenza?
Posso dire che per le persone il Binario49 come la sede, tutta in vetro, di CàReggio, presente in piazza Domenica Secchi, infondono una percezione positiva. E, proprio, sotto il portico di Binario49, con un pranzo di quartiere, è stata presentata la ricerca, un’occasione di incontro tra persone di diversi background culturali. È stata, tuttavia, un’attività sporadica. Vi sono altre attività, invece. che hanno una maggior continuità, punti di riferimento per le persone del quartiere come, ad esempio, gli “avvocati di strada”, che abbiamo intervistato.
Gli “avvocati di strada” che servizi offrono?
È una realtà che opera a livello nazionale e a Reggio ha sede proprio al Binario49, offrendo consulenza legale alle persone migranti di ogni provenienza. Da questo punto di vista il locale ha un ruolo importante, perché è un quartiere dove esiste anche una problematica abitativa molto significativa. Da parte di persone straniere c’è un’alta richiesta di abitazioni perché avere la residenza significa poter accedere ai documenti che poi servono per lavorare. Da parte degli italiani c’è invece diffidenza nell’affittare i locali a stranieri. Così abbiamo tanti appartamenti sfitti da un lato, dall’altro tanti locali occupati da una quantità di persone superiori rispetto alla capienza.
Nella ricerca avete valutato anche la repressione del crimine?
Abbiamo avuto l’occasione di incontrare gli Street tutor, figure “paramilitari”, presenti a fasce orarie nella zona stazione, tuttora attivi, il cui ruolo è di assistenti sul territorio in casi di necessità. Alcuni studenti hanno anche intervistato pattuglie di polizia e di carabinieri che operano in zona stazione, che hanno a loro volta fornito la loro percezione, tendenzialmente quella di un peggioramento della situazione negli ultimi anni.
Cosa è emerso da questi incontri?
Le classi accompagnate dagli Street tutor hanno avuto una percezione più negativa del quartiere in quanto lo sguardo e la lettura offerta da loro, che spiegavano le varie situazioni, tendeva a focalizzarsi prevalentemente sulla criminalità. Dicevano: «Vedete qua è un angolo non sicuro; guardate là stanno spacciando…». Nella rendicontazione finale la loro esperienza è stata più negativa rispetto a chi ha girato con accompagnatori diversi, magari entrando nei negozi o alla scuola “Elisa Lari” di via Paradisi, luoghi che a differenza dello spazio pubblico non custodito hanno offerto una percezione di sicurezza ai ragazzi.
Professoressa referente del progetto Mariarosaria Pranzitelli.
(*) «Rete Stazione, Dario di Ca’Reggio, il Centro Sociale Casetta del Campo di Marte, Attilio del Bicibox, la Biblioteca Ospizio, Don Pietro Sun,, la comunità di Sant’Egidio, la Uil, la Cisl, la Cgil, Città migrante, Avvocati di strada, Binario 49, la Scuola “Elisa Lari” di via Paradisi, il Punto comune di Via Turri, il progetto K-lab in Polverierea, gli Street Tutor, Sandra per il suo lavoro sulla toponomastica e Youness per il contributo sulla Street art». Turri 20sette.