Ci sono imposte che i cittadini pagano con rassegnazione e altre che finiscono per diventare il simbolo di un malessere più profondo. La Tari appartiene ormai a questa seconda categoria.
Non è soltanto una tassa destinata a finanziare il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Per migliaia di famiglie rappresenta una delle tante spese che, sommate tra loro, rendono ogni mese sempre più difficile arrivare alla fine.
Bollette di luce e gas, mutui, affitti, spese sanitarie, carburanti, alimentari, assicurazioni, addizionali, imposte locali. In questo contesto la Tari continua a crescere o, comunque, a mantenersi su livelli che molti cittadini considerano ormai eccessivi. Il problema non è soltanto l’importo finale.
Il problema è il rapporto tra ciò che si paga e ciò che si percepisce di ricevere.
Ogni amministrazione sostiene che il servizio ha costi elevati, che esistono obblighi ambientali, che aumentano le spese di conferimento e che la normativa nazionale impone determinati criteri tariffari. Tutto vero. Ma esiste anche il punto di vista dei cittadini. E quel punto di vista merita rispetto. Per una pensionata sola, per una giovane coppia, per una famiglia con figli, per un commerciante o per un piccolo artigiano, la Tari non è un dato statistico inserito in un bilancio comunale.
È denaro che esce concretamente dal proprio conto corrente. È una scadenza che arriva puntuale. È una cifra che spesso obbliga a rinunciare ad altro. Quando una tassa viene percepita come troppo alta, si incrina inevitabilmente il rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini. Non basta spiegare che il servizio costa. Occorre dimostrare che ogni euro viene utilizzato nel modo migliore possibile. Occorre rendere trasparenti i costi. Occorre spiegare quali risparmi siano stati cercati prima di chiedere ulteriori sacrifici ai contribuenti.

La sensazione diffusa è invece quella di un sistema che scarica troppo facilmente sulle famiglie il peso degli aumenti. Nel frattempo gli stipendi crescono lentamente. Le pensioni perdono potere d’acquisto. Le piccole attività commerciali continuano a fare i conti con consumi in calo, costi energetici elevati e margini sempre più ridotti. In questo scenario anche qualche decina o qualche centinaio di euro in più può fare la differenza.
Esiste poi un altro tema. La Tari dovrebbe anche incentivare comportamenti virtuosi. Chi differenzia correttamente, chi produce meno rifiuti, chi rispetta le regole dovrebbe percepire un beneficio concreto. Molti cittadini, invece, hanno l’impressione che l’impegno quotidiano nella raccolta differenziata non trovi un adeguato riconoscimento economico. Quando il cittadino dedica tempo a separare carta, plastica, vetro, organico e altri materiali, lo fa anche perché crede di contribuire a un sistema più efficiente. Se però la bolletta continua a restare elevata, nasce inevitabilmente una domanda: dove finiscono realmente i benefici economici della raccolta differenziata?
La trasparenza diventa quindi fondamentale. I cittadini hanno diritto di conoscere con chiarezza come viene costruita la tariffa. Hanno diritto di sapere quanto costa realmente raccogliere, trasportare, trattare e smaltire i rifiuti. Hanno diritto di comprendere quali siano le spese inevitabili e quali invece potrebbero essere ridotte attraverso una gestione più efficiente. La fiducia nasce dalla chiarezza. Non dagli slogan. Negli ultimi anni si è parlato molto di sostenibilità ambientale. È un obiettivo condivisibile e necessario. Ma la sostenibilità deve avere due facce.
Quella ambientale e quella economica.
Perché una tassa ambientalmente corretta ma economicamente insostenibile rischia di perdere consenso proprio tra coloro che ogni giorno sono chiamati a sostenerla. La politica dovrebbe ricordare che amministrare significa anche stabilire delle priorità. Ogni euro richiesto ai cittadini dovrebbe essere considerato quasi come denaro proprio, da spendere con attenzione, prudenza e rispetto. Ridurre gli sprechi interni dovrebbe essere il primo obiettivo. Solo dopo si può chiedere un sacrificio ai contribuenti.
Troppo spesso, invece, accade il contrario. Si aumentano i costi senza che i cittadini percepiscano un reale miglioramento dei servizi. Questo alimenta sfiducia. E la sfiducia è uno dei problemi più seri che una comunità possa vivere. Una Tari più equa non significa necessariamente una Tari uguale per tutti. Significa costruire un sistema capace di tenere conto delle reali condizioni economiche delle persone, di premiare i comportamenti virtuosi e di garantire una gestione sempre più efficiente delle risorse pubbliche. Perché pagare le tasse è un dovere. Ma pretendere che siano giuste, proporzionate e accompagnate da servizi all’altezza è un diritto. Ed è proprio da questo equilibrio che si misura la qualità di una buona amministrazione.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
