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Cimiteri: vergogna sciacalli, rubano anche ai morti. Servono più controlli
di Giacomo Scillia
Ci sono furti che provocano un danno economico. Poi ce ne sono altri che lasciano una ferita molto più profonda, perché colpiscono gli affetti, la memoria e il rispetto dovuto a chi non c’è più.
Rubare all’interno di un cimitero non significa soltanto portare via del bronzo, una statua, un crocifisso o un’opera funeraria. Significa entrare con violenza nel dolore privato di una famiglia. Significa profanare un luogo che dovrebbe essere sacro, protetto e inviolabile. Significa cancellare, per pochi soldi, pezzi di storia familiare custoditi per anni davanti a una tomba.
La testimonianza arrivata da una famiglia è impressionante. Sarebbero stati sottratti una statua monumentale di circa tre metri, in memoria dell’aviatore Cantarelli, un crocifisso e una figura di bambino nudo collocata dall’altra parte della strada, presso la tomba Marchetti. Un’azione che, per dimensioni e peso degli oggetti, difficilmente può essere considerata un gesto improvvisato. Per portare via manufatti di queste proporzioni servono probabilmente tempo, attrezzature, forza fisica e un mezzo adatto al trasporto. Non si tratta di infilare un piccolo oggetto in una borsa e scappare nel giro di pochi secondi. Chi ha agito, se i fatti saranno confermati nelle modalità descritte, avrebbe dovuto muoversi con una certa organizzazione, senza paura di essere visto e senza alcun rispetto per il luogo nel quale si trovava.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti.
Com’è possibile avvicinarsi a tombe e monumenti funerari, smontare o rimuovere opere di grandi dimensioni e riuscire poi ad allontanarsi senza essere fermati? Com’è possibile che un cimitero possa diventare un terreno apparentemente libero per chi cerca metalli da rivendere o opere da sottrarre?
Sono domande legittime, alle quali le autorità competenti dovranno cercare di rispondere attraverso gli accertamenti e le indagini. Non è corretto indicare responsabilità senza prove, ma è doveroso pretendere che un episodio tanto grave non venga trattato come una semplice sottrazione di materiale.
Dietro ogni tomba c’è una famiglia. Dietro ogni statua c’è una scelta fatta da chi ha voluto ricordare una persona amata. Dietro ogni croce, ogni fotografia e ogni incisione ci sono anni di vita, sofferenze, affetti e ricordi.
Chi ruba in un cimitero non si limita a sottrarre un oggetto. Costringe i familiari a vivere un secondo dolore. Il primo è quello della perdita della persona cara. Il secondo è quello di trovare la sua sepoltura violata, privata dei simboli che la famiglia aveva scelto per custodirne la memoria. È un gesto di una vigliaccheria assoluta.
Non esistono giustificazioni economiche, difficoltà personali o attenuanti morali capaci di rendere meno grave la profanazione di una tomba. Chi attraversa il cancello di un cimitero con l’intenzione di rubare sa perfettamente di trovarsi in un luogo diverso da qualsiasi altro. Sa di colpire persone che non possono difendersi e famiglie che spesso scopriranno il furto soltanto durante una visita successiva.
Questi episodi, purtroppo, non possono essere liquidati con qualche parola di circostanza. Serve una risposta concreta.
Occorre verificare se esistano telecamere nelle zone di accesso, se siano funzionanti, se le immagini possano essere acquisite e se vi siano stati movimenti sospetti nei giorni precedenti. Bisogna controllare eventuali passaggi di furgoni o automezzi, ascoltare possibili testimoni e verificare se episodi simili siano avvenuti in altri cimiteri del territorio.
Va inoltre seguita la pista della possibile rivendita dei materiali. Statue, crocifissi e manufatti metallici non scompaiono nel nulla. Possono essere smontati, fusi, ceduti illegalmente o immessi in circuiti paralleli. Per questo è fondamentale che anche chi acquista metalli usati mantenga la massima attenzione e segnali qualsiasi proposta sospetta. Ma il problema non riguarda soltanto le indagini.
Riguarda anche la prevenzione.
I cimiteri non possono rimanere luoghi facilmente accessibili a chiunque voglia agire indisturbato. È necessario valutare un rafforzamento dei controlli, una migliore illuminazione nelle aree più isolate, sistemi di videosorveglianza agli ingressi e nei punti maggiormente esposti, verifiche periodiche e una collaborazione più stretta tra amministrazioni, custodi e forze dell’ordine.
Non significa trasformare i cimiteri in fortezze. Significa riconoscere che anche i luoghi della memoria devono essere protetti.
La sicurezza non riguarda soltanto le strade, i negozi, le abitazioni e i parcheggi. Riguarda anche quei luoghi silenziosi nei quali migliaia di cittadini si recano per portare un fiore, sistemare una fotografia o restare qualche minuto davanti alla tomba di una persona amata.
Chi entra in un cimitero deve poter trovare pace, non devastazione.
Deve poter essere certo che il monumento funerario collocato dalla famiglia non venga smontato per essere venduto a peso. Deve poter confidare nel fatto che un crocifisso, una statua o una fotografia non diventino merce nelle mani di persone prive di qualsiasi scrupolo. Il danno economico, in situazioni del genere, è quasi secondario rispetto al danno morale.
Una statua può essere ricostruita. Un crocifisso può essere sostituito. Un monumento può essere restaurato. Ma la sensazione di violazione resta. Resta l’amarezza di sapere che qualcuno ha calpestato un luogo intimo e familiare. Resta la rabbia di chi si trova davanti a uno spazio vuoto, là dove per anni aveva visto un simbolo legato alla propria storia.
Una comunità civile dovrebbe indignarsi di fronte a tutto questo.
Non per alimentare paura o cacce al colpevole, ma per ribadire un principio semplice: i morti devono essere lasciati in pace e i loro luoghi devono essere rispettati.
Il livello di civiltà di un territorio si vede anche da come vengono custoditi i cimiteri. Se perfino le tombe diventano occasione di guadagno per ladri senza coscienza, allora non siamo davanti soltanto a un problema di ordine pubblico. Siamo davanti a un impoverimento morale.
Rubare ai morti significa superare un limite che nessuno dovrebbe oltrepassare.
Significa trasformare il ricordo in materiale da rivendere. Significa dare un prezzo alla memoria di una famiglia. Significa dimostrare che, per alcuni, non esiste più alcuna differenza tra un deposito di metalli e un luogo sacro.
Ora servono risposte, controlli e risultati.
Le famiglie colpite hanno diritto di sapere che cosa è accaduto, come sia stato possibile e quali misure verranno adottate affinché episodi simili non si ripetano.
Le istituzioni hanno il dovere di non minimizzare. E la comunità intera ha il dovere di reagire con fermezza, perché quando viene profanata una tomba non viene offesa soltanto la famiglia del defunto. Viene offeso il sentimento collettivo di rispetto verso chi ci ha preceduto. Chi ha portato via quelle opere, se le ricostruzioni saranno confermate, non ha rubato soltanto metallo. Ha rubato silenzio, memoria e dignità. E questo è un furto che pesa molto più di qualsiasi valore economico.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.