“Da una guerra civile- come ha affermato lo storico Gianni Oliva in un suo fortunato libro- non si esce con la semplice resa degli sconfitti”, specie quando ci sono conti aperti che si riferiscono al periodo precedente appena terminato. Questo è quanto accadde nei mesi successivi la fine della seconda guerra mondiale.
La giustizia sommaria esercitata da singoli uomini o da gruppi di ex combattenti che agirono autonomamente, ignorando le disposizioni del CLNAI (Comitato Liberazione nazionale alta Italia), insanguinò per alcuni mesi le strade e le campagne di molte città del Nord d’Italia, specie di quelle del cosiddetto “Triangolo della Morte”. Migliaia furono le vittime di quell’odio e di quella cecità ideologica, che pretendeva l’immediata edificazione della società socialista. Chiunque fosse stato semplicemente sospettato d’aver avuto simpatie con il fascismo poteva sparire da un momento all’altro. Ma il furore rivoluzionario di quei giorni portò anche alla resa dei conti dentro il fronte antifascista, decretando la fine di molti ex partigiani ritenuti pericolosi testimoni o agenti anticomunisti.
A volte poi capitò che il destino caricasse gli uomini di responsabilità e colpe che non appartenevano a loro. Questo è ciò che toccò in sorte a Ippolito Vinzani, un uomo semplice della bassa reggiana, creduto, a torto, figlio illegittimo di Benito Mussolini.
Per capire la sua incredibile e tragica vicenda conviene partire dall’inizio della storia, cioè dal lontano 1902, quando in una fredda e nebbiosa mattina del mese di febbraio, uno spavaldo giovane scese dal treno alla stazione del comune di Guastalla. Avvolto in un vecchio e logoro tabarro nero, quel ragazzo fu subito avvicinato da alcuni uomini, che gli rivolsero una semplice domanda: “Siete voi il maestro di Gualtieri?”, “Sì, sono io – rispose il giovane – sono Benito Mussolini da Predappio”.
Dopo quella breve presentazione, i socialisti del circolo di Gualtieri, infreddoliti per le molte ore d’attesa, lo invitarono a seguirli nel loro paese, dove nella sala dell’asilo lo attendevano tutti gli altri compagni.
All’inizio del secolo Gualtieri era un piccolo comune rosso della bassa reggiana, posto lungo il corso del fiume Po e immerso profondamente nella realtà rurale dell’Italia di quegli anni.
Una ricca presenza di Leghe di resistenza e di cooperative alleviava la grande miseria della popolazione, realizzando a un’efficace rete di solidarietà. Anche Mussolini era socialista, come il padre e come loro. La sua venuta era stata preceduta da una lettera di presentazione dei compagni romagnoli che si facevano garanti della sua preparazione culturale e della sua fede politica. Anche per questo l’attesa a Gualtieri era grande.
A firmare la delibera d’assunzione del nuovo maestro per la piccola frazione di Pieve Saliceto era stato il sindaco in persona, l’avvocato socialista Alessandro Mazzoli, il popolare Lisandrèn.
Già il giorno dopo il suo arrivo il giovane Mussolini iniziò, senza grande entusiasmo, la sua attività d’insegnante nella seconda e terza classe elementare. Per raggiungere la scuola era costretto a percorrere ogni mattina a piedi e con la cartella in mano i due chilometri che separavano la frazione di Pieve Saliceto dal comune di Gualtieri.
Del suo insegnamento rimarrà il ricordo di una sola frase pronunciata al momento della sua partenza “Perseverando, arrivi”.
Le sue vere passioni erano, in realtà, la politica e il giornalismo. Grazie al suo carattere aperto e un po’ guascone, riuscì ben presto a circondarsi di un gruppo d’amici che frequentavano la sede della cooperativa operaia e i locali della trattoria Sarazzi. Con Cesare Grandella, Pompeo Menozzi, Ulisse Verzellesi ed alcuni altri trascorreva tutto il tempo libero dall’insegnamento, discutendo di politica e delle sorti del proletariato.
Al di là di quanto raccontarono alcuni suoi biografi del tempo, come Yvon De Begnac, il futuro Duce fece ben poco per il socialismo gualtierese. Dopo essere stato eletto segretario del circolo, tenne due soli comizi: il 1° maggio e il 2 giugno, anniversario della morte di Garibaldi.

La tradizione e la cultura del socialismo riformista reggiano diffidò sempre del suo estremismo rivoluzionario, finendo per riservargli poche simpatie tra gli aderenti al partito. Lui stesso scoprì d’avere molte più affinità con i sindacalisti rivoluzionari della vicina Parma. Non capiva e disprezzava il “socialismo pantofolaio” di Prampolini, Zibordi e compagni, finendo per restare deluso e isolato. Così, quando il 9 luglio dello stesso anno abbandonò la scuola per recarsi in Svizzera in cerca di fortuna, non provò alcun rimpianto per quell’ambiente politico.
In realtà la strada dell’emigrazione si presentò quasi obbligata, visto che l’incarico d’insegnante, forse anche a causa del clamore suscitato dalla sua relazione sentimentale con una donna del posto, non gli fu rinnovato.
Ma se Gualtieri non gli portò fortuna politica, certo lo deluse meno dal punto di vista sentimentale. Sulle rive del Po, infatti, si consumò forse la sua prima importante relazione sentimentale.
La storia ebbe inizio durante una riunione politica, quando Benito chiese alla compagna Maria Fontanesi la cortesia di indicargli una lavandaia. Questa, senza esitazione, gli presentò la sorella Giuliana (Giulia), una giovane donna sposata e madre di un figlio, che aveva la necessità di guadagnare qualche soldo per aiutare la famiglia, poiché il marito stava prestando servizio militare (…).
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Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
