Il 29 agosto del 2026 (36 anni fa, era il 1990) cade l’anniversario della lettera al Carlino Reggio di Otello Montanari, ex partigiano, dirigente del Pci e deputato, comunista scomodo che aprì la pagina dei delitti del dopoguerra. Quel primo scritto volle ricordare il caso di Arnaldo Vischi, il direttore delle Officine Reggiane, sequestrato e ucciso il 31 agosto del 1945, 81 anni sono trascorsi. Negli anni Novanta la vicenda destò clamore e si trasformò in aspro scontro politico, allargandosi ad altre storie di omicidi. Non va dimenticato, però, che grazie a quella pagina di storia che divenne anche inchiesta giudiziaria fu appurata la verità su Germano Nicolini (caso don Pessina) e su Egidio Baraldi (caso Mirotti), due ex partigiani che subirono ingiustamente il carcere, proclamandosi innocenti.
In un’ultima istanza, registriamo e aggiungiamo, come ci ha detto Marco Eboli in una recente intervista, che per la destra reggiana il “Chi sa parli non fu un’operazione verità”, ma una resa dei conti all’interno della sinistra.
A Correggio, all’ultimo piano di una palazzina, ci accoglie sulla soglia di casa con cortesia. La varchiamo ed entriamo. Un rapido giro di perlustrazione-presentazione dell’appartamento, come si faceva una volta ricevendo dei visitatori. Il rammarico per non potersi accomodare nel suo studio (oggi è stato trasformato in una stanza per gli ospiti con tanto di letto) e ci accomodiamo in salotto per l’intervista.
La vera notizia è che il prof Antonio Rangoni, 90 anni, raffinato studioso di musica e un tempo archivista (nel senso di custode della storia e della memoria) del Pci reggiano, a distanza di quasi 30 anni (le carte sono pronte in un cassetto dal 1998), quasi certamente pubblicherà il prossimo autunno il suo libro sul dopoguerra reggiano e sul caso Vischi, con la prefazione dello storico Massimo Storchi.
L’opera, un tomo di circa 900 pagine, originariamente si chiamava ‘Delitto Vischi, Reggio Emilia: 50 di omertà’. Ma di acqua sotto i ponti da allora ne è passata molta, e il prof, che ha difeso il suo volume con gli artigli e con i denti, senza mai scendere a compromessi (neanche una pagina di meno) con chiunque fosse interessato a pubblicarlo, oggi è sceso a più miti consigli: “Decidano loro (gli editori, ndr) come chiamarlo, l’importante è che veda le stampe”.
Ma di cosa tratta il libro di Antonio Rangoni? Dell’omicidio di Arnaldo Vischi, direttore delle Officine Reggiane, ucciso il 31 agosto del 1945. L’assassinio dell’ingegnere è il caso dei casi del dopoguerra reggiano per almeno tre motivi. Primo: per coprire le trame e i responsabili della morte dell’ingegnere furono uccise almeno altre tre persone, anche se per Rangoni sono quattro, come spiegherà. Secondo. Il caso venne aperto in via giudiziaria per ben tre volte: processo di Ancona (1950-1951), nel 1964 in Corte di Assise a Milano, infine nel 1990, dopo la lettera di Otello Montanari al Carlino, che poi diede vita al ‘Chi sa parli’.
E terzo: perché 81 anni dopo, sui quei fatti manca ancora una verità chiara, netta e inequivocabile.
Rangoni, mentre apparecchia la tavola delle sue memorie: foto, documenti giudiziari, saggi dell’epoca e testimonianze registrate su video e nastri, estrae una lettera da una busta. “E’ della nipote di Vischi. Legga”, dice. C’è scritto: “Gentilissimo signor Rangoni, le sono molto grata per il suo decennale e meticoloso sforzo di far luce sull’assassinio di mio nonno Arnaldo Vischi…”.
L’omicidio di Arnaldo Vischi nacque dall’impeto o fu invece premeditato, organizzato?
L’ingegner Vischi era stato sfollato a Lemizzone di Correggio dopo i bombardamenti che avevano colpito la città. Ogni sera, partendo dalle Reggiane, compiva lo stesso identico tragitto. Per via del razionamento del carburante, di solito accompagnava a casa un altro ingegnere, che però proprio il giorno del sequestro non c’era, perché era dovuto andare a Milano per un impegno di lavoro. Tre giovani arrivati in bicicletta da Reggio attendevano Vischi dove la strada per Lemizzone ha un restringimento e fa una curva a gomito. Li la Balilla del direttore ha dovuto rallentare e i tre hanno mollato le bici, sono saliti nell’abitacolo, e hanno portato via il direttore. Tutte le informazioni sugli spostamenti e gli orari di Vischi e il fatto di sorprenderlo solo in auto fanno capire che il colpo era organizzato.
Un sequestro lampo e a stretto giro l’epilogo dell’omicidio. Gli aguzzini erano li per uccidere non per rapire.
Sì, per uccidere. Il sequestro durò per poche centinaia di metri. Poi, parcheggiata l’auto in una piazzola a lato della strada, con i fari lasciati accesi, Vischi venne trascinato, non si sa se ancora vivo o già morto, sull’argine della Canala. A quel punto il corpo, con alcune pietre infilate nelle tasche, fu gettato di sotto nell’acqua torbida.
Perché non occultare meglio il corpo siccome era un uomo molto in vista: direttore delle Reggiane, una delle più grandi fabbriche del Paese, e si sapeva che le ricerche sarebbero scattate subito e a tappeto, appena i familiari si fossero accorti della scomparsa dell’ingegnere?
Mentre cercavano di sbarazzarsi del cadavere, uscì da una casa colonica li vicino un contadino del posto (Guido Salsi che venne poi interrogato dai carabinieri, ndr), gli urlarono: “Torna subito dentro e ricordati che non hai visto niente”. Quest’ultimo così fece, mentre i tre probabilmente affrettarono le operazioni per liberarsi del corpo e fuggire.
Il giorno dopo, nel pomeriggio del primo settembre, un operaio delle stesse Officine Reggiane (tale Enrico Govi, ndr), mentre gettava l’amo nel canale di bonifica, ripescò il cadavere”.
Chi erano i tre che rapirono Arnaldo Vischi?
Nello Riccò (partigiano Agostino, ndr), giovane operaio delle Reggiane, espulso dalla fabbrica dopo una manifestazione di protesta, e con lui altri due ex partigiani.
Alcuni anni dopo l’assassinio di Vischi (1951), il processo di Ancona sollevò il velo su una trama molto più complessa, comminando condanne a esponenti politici del Pci reggiano e portando alla luce coperture e insabbiamenti nelle indagini a opera di comunisti che lavoravano allora in Questura. Vischi era a capo di una realtà industriale che nel ’43 contava oltre 11mila maestranze, con la fine della guerra e la riconversione dell’industria bellica, il piano dei tagli del personale era inevitabile. Fu la necessità di licenziare che costò la vita all’ingegnere?
Didimo Ferrari, il comandante partigiano Eros, alla fine della guerra ricopriva il ruolo di presidente dell’Anpi, a quei tempi un’ associazione molto potente che radunava migliaia di ex partigiani. Il presidente prometteva loro un lavoro e molti ricevevano la promessa di essere assunti alle Reggiane, la più grande realtà industriale della città. Arrigo Nizzoli, il segretario del Pci di Reggio Emilia venuto dopo Saltini, era un uomo malato e cupo di umore. Più volte ammonito dal regime fascista, lo stesso Nizzoli nel 1934 venne condannato dal tribunale speciale a 4 anni di reclusione. Così, per bisogno di un lavoro, andò a pregare l’ingegnere Arnaldo Vischi per essere assunto. Quando poi nel 1945 Arrigo Nizzoli divenne segretario provinciale del Pci quel gesto gli sembrò un cedimento ideologico. Una macchia da cancellare. Nello Riccò, anche lui comunista, era un giovane operaio cacciato dalle Reggiane.
In più Arnaldo Vischi era una figura di dirigente ingombrante. Seppure avesse un piano di riorganizzazione delle Reggiane attraverso il taglio di posti di lavoro, era comunque rispettato dagli operai che in un referendum aziendale si erano espressi per confermargli la fiducia.
Il segretario del Pci Arrigo Nizzoli, dopo la condanna e una breve reclusione, sparì da Reggio. Rimase però nel partito: prima Parma e poi a Ferrara, con il ruolo di segretario amministrativo. Didimo Ferrari invece si rifugiò nell’allora Cecoslovacchia.
Un ex partigiano, non coinvolto nell’omicidio Vischi, di origini campane (di Tre Case) e che nel dopoguerra era stato spedito a Praga , dopo qualche tempo chiese di tornare in Italia per stare vicino alla madre anziana. Tentarono di ostacolarlo, nessuno dei compagni voleva che arrivasse a Reggio. Fu poi un senatore del Pci a trovargli una casa a San Maurizio. Tempo dopo venne a lavorare nell’archivio del Pci a Palazzo Masdoni (la storica sede di via Toschi), proprio nel mio ufficio. E fu lui che mi raccontò dei tempi di Praga, quando gli avevano trovato lavoro in un’azienda agricola. Il capo era Didimo Ferrari, il suo braccio destro un ex partigiano di Reggiolo. Lui, il mio aiuto archivista, in Cecoslovacchia tirava a braccia nei campi l’aratro. E quando si stufava, giù botte, come facevano anche con altri.
Che fine ha fatto Nello Riccò, nel 1951 condannato ad Ancona in contumacia, ma in realtà già scomparso da Reggio almeno 6 anni prima ?
Morto ammazzato. Dopo il delitto Vischi fu portato in Questura da Renzo Caffarri, che sosteneva fosse pericoloso in quanto anello debole della catena. Da Caffarri, il Riccò fu poi affidato a un gruppo di partigiani che lo portarono in una ex casa di latitanza alla scuola di Grassano, sulle colline di San Polo d’Enza. Di li poi, dopo essere stato strapazzato e impaurito, riuscì però in qualche modo a fuggire (fu Alfredo Casoli, ex comandante partigiano Robinson a lasciarlo scappare dopo avere detto: “Io i compagni non li ammazzo”, ndr). Per un po’ Nello Riccò si rifugiò in casa di un parente di Carpi. E poi andò da un comunista di Rio Saliceto, Adelmo Cipolli. Infine di lui non si seppe più niente. Svanito nel nulla.
Quanti furono i morti legati all’omicidio di Arnaldo Vischi, chi perché sapeva troppo e chi perché voleva indagare su quei fatti?
Di certo tre, ma io dico quattro. Nello Riccò, direttamente coinvolto nella vicenda, fu il primo. Adelmo Cipolli, che per un periodo aveva ospitato in casa il Riccò, fu il secondo. Poi un partigiano di Vezzano sul Crostolo, Mario Giberti, nome di battaglia Rubens, che indagava sull’omicidio di Vischi e di punto in bianco il 6 gennaio del 1945 non fece più ritorno a casa. E infine Rino Soragni, il partigiano Muso, ucciso dal suo ex amico Alfredo Casoli, il comandante Robinson, nel marzo del 1961.
C’è anche la storia di Vivaldo Donelli, il partigiano Nessuno. Lui indagò sulla fine dell’ingegnere per conto della famiglia e della direzione delle Officine Reggiane. Fu rapito, picchiato e poi liberato. Dove sparì?
Vivaldo Donelli venne rapito a Reggio e portato anche lui a Grassano, nella solita scuola, dove era stato portato anche Nello Riccò. Intimorito con le cattive. Scrisse Corezzola che per Donelli era già stata scavata la fossa. Gliela fecero vedere, una buca nel campo della proprietà contadina dei fratelli Guidetti. Poi, sempre Alfredo Casoli, come nel caso di Riccò, lo risparmiò e lo liberò. Tornato in città, Vivaldo Donelli decise di lasciare per sempre Reggio Emilia e si stabilì in una cittadina del Veneto fino alla fine dei suoi giorni senza più tornare.
Alfredo Casoli (Robinson), una figura eroica della resistenza e tragica del dopoguerra. Comandante della 37esima Gap, aveva salvato il suo vice, il Muso, con un’azione temeraria, strappandolo dalle mani dei nazifascisti. Poi, a liberazione avvenuta, le implicazioni nel caso Vischi, la testimonianza e le rivelazioni al processo di Ancona. Casoli, da leggenda partigiana, diventa Il traditore con la i maiuscola. Emarginato dagli ex compagni, disperato e pieno di rancore, spara e uccide il suo antico amico, Rino Soragni. E’ il marzo del 1961, sono passati 16 anni dalla fine della guerra. E’ Robinson stesso a consegnarsi ai carabinieri, dicendo: “Ho ammazzato il Muso”. Perché finì in quel modo?
Alfredo Casoli, Robinson, era stato abbandonato da tutti. Non aveva eseguito gli ordini. Aveva lasciato fuggire Nello Riccò e poi anche Vivaldo Donelli (partigiano Nessuno). Al processo di Ancona testimoniò sui fatti collegati all’omicidio Vischi, coinvolgendo in particolare Didimo Ferrari e poi anche Arrigo Nizzoli. Dopo quella pagina giudiziaria fu trattato molto male. Casoli era un bravo artigiano, lasciò la città e cercò di aprire un’azienda a Milano, ma da Reggio salirono su e gliela fecero chiudere. Poi andò a Sassuolo, stessa sorte. Nel 1960, dopo i 5 operai morti in piazza il 7 luglio, tentò di riprendere contatto con i vecchi compagni, ma lo allontanarono di nuovo. Infine, alla morte del padre, un anziano e convinto comunista, gli negarono persino la bandiera del partito da mettere sulla bara.
All’Anpi venne addirittura falsificato il tesserino da partigiano di Robinson: fu retrocesso a vice-comandante della 37esima Gap, e al suo posto si volle far figurare che il comandante fosse Rino Soragni (Muso), che invece era il suo sottoposto. Gli avevano staccato la fotografia dalla tessera. Ma i cartellini li conservo io, a riprova della mistificazione.









Nelle foto. Il libro La Ballilla del direttore di Eugenio Corezzola, alias Luciano Bellis. La lettera della nipote di Arnaldo Vischi. Antonio Rangoni e Ferruccio Del Bue. Il ricordo di Arnaldo Vischi alle Reggiane: tra gli altri Otello Montanari, Antonio Rangoni, il socialista Giorgio Carpi, l’allora presidente delle nuove Reggiane, Luciano Fantuzzi, lo storico e avvocato di destra, Luca Tadolini. Ritagli di giornale alla riapertura del caso nel 1990, epoca del Chi sa Parli. Ultima foto: Alfredo Casoli, il comandante Robinson, immagine tra le pagine della cronaca dopo la notizia del suo arresto nel 1961 .
Quindi Alfredo Casoli, che nei primi giorni dopo la liberazione aveva calcato la via Emilia al fianco di Palmiro Togliatti, da uomo ammirato, temuto e invidiato, era ridotto a un appestato. Si dice che si fosse recato alla Cooperativa Abbattitori, dove Rino Soragni aveva fatto carriera, per chiedere un lavoro, ma fu messo alla porta. I ruoli, alla fine della guerra, si erano invertiti: il Muso ebbe successo, Robinson uno sbandato, schivato dagli ex amici che lo incontravano per strada. Come si arrivò a quel giorno del 18 marzo del 1961?
Robinson non sapeva più cosa fare. Prese il fucile, arma che sapeva maneggiare benissimo e andò a Sant’Ilario. Scese sull’Enza e li pensò a cosa fare: se ammazzarsi o, al contrario, vendicarsi per quel suo stato di emarginato e fare fuori qualcuno. Alla fine prese la sua decisione. Risalì in macchina e viaggiò fino a Cavriago, perché voleva incontrare Onder Boni. Dopo la conversazione, arrivò a Reggio e si fermò di nuovo alla tabaccheria della stazione, per comprare le sigarette. Chissà cosa gli passò per la testa. Fu allora che puntò l’auto in direzione di via Fabio Filzi. Giunto all’imbocco della via, scese, e proprio in quell’istante gli passò davanti Soragni in sella alla bicicletta. Uscito dal lavoro, mentre pedalava verso casa, la figura del Muso stava per essere coperta alla sguardo di Robinson da un camion. Casoli ebbe una frazione di secondo per riflettere prima che Soragni sparisse dietro il mezzo pesante. Così, prende e spara. E uccide.
Certo Robinson sapeva sparare, lo aveva dimostrato durante la guerra. Nelle azioni sul campo di battaglia era risoluto, freddo. Uno che non si faceva prendere dal panico. Stessa cosa nel 1961, quando uccise il Muso in via Filzi: fucile in pugno, rientrò in auto. Appoggiò l’arma sul sedile lato passeggero, accese il motore, inforcò la prima e ripartì. E dove andò?
Poco lontano. Percorse un tratto della circonvallazione, poi svoltò verso il centro storico. Fermò la macchina, parcheggiò vicino a Corso a Cairoli. Li dalla caserma c’era un bar. Robinson vi entrò e al bancone ordinò al barista un Vermut. Lo sorseggiò. Pagò il conto, prese la porta, attraversò la strada e suonò alla guardina dei carabinieri. “Sono Alfredo Casoli, Robinson. Vengo qui a costituirmi, ho ammazzato il Muso”.
Eugenio Corezzola (Luciano Bellis), partigiano e poi giornalista prima de La Penna e poi de La Nuova Penna, nonchè autore della Balilla del direttore (il primo libro sul caso Vischi), di Robinson scrisse: “Violento, ma estroso, focoso ma leale, è dotato di un certo ascendente sui suoi uomini, e anche sulle donne, verso le quali si mostrava rude e galante al tempo stesso… Aveva fama di cacciatore e pistolero infallibile (un po’ caricata indubbiamente), una fama simile ai vecchi eroi del West, cui era affine anche per un certo codice morale”.
“Sì, Eugenio Corezzola conosceva bene Alfredo Casoli. Fu lui a convincerlo ad andare al processo di Ancona, dove Robinson testimoniò con l’intenzione di difendere e discolpare l’ex partigiano Giuseppe Grassi. Ma non vi riuscì, quest’ultimo fu infatti condannato da innocente. Ho intervistato Corezzola nei suoi ultimi momenti di vita, quando era ormai sdraiato sul letto di morte”.
Nel 1964 a Milano si celebrò il processo di Robinson e si riaprì di nuovo il caso Vischi. La cosa curiosa fu che, mentre in un’aula del tribunale lombardo si dibatteva sull’omicidio di Rino Soragni, nell’altra accanto e in contemporanea, andava in scena il dibattimento per i 5 morti del 7 luglio 1960 di piazza della Vittoria.
Più che una coincidenza, sembrò fatto apposta. Tutta l’attenzione mediatica e pubblica si concentrò sui morti di piazza della Vittoria a Reggio Emilia. Il processo ad Alfredo Casoli passò in secondo piano, silenziato anche dalle cronache della stampa che ne diedero conto con trafiletti. Ma fu invece in quell’occasione che emerse la verità più completa. Robinson e il suo avvocato difensore, a loro insaputa, erano stati registrati nel corso dei loro colloqui.
Negli anni che seguirono alla vicenda giudiziaria con Alfredo Casoli non ha mai parlato di questa storia? Lui aveva ripreso a fare l’artigiano a Reggio. Gli aveva dato un lavoro l’imprenditore Claudio Campani.
No. Alfredo Casoli non è mai più voluto tornare su quei fatti. Muto. Si era ritirato dalla vita sociale e pensava solo al suo lavoro. Partigiani, politica, tutto alle spalle, come una ferita che non si può rimarginare, meglio non guardarla più.
Ma adesso, basta, le ho raccontato anche troppo… Per saperne di più, bisogna che leggiate il mio libro.
Ha le sue fondate ragioni il prof Antonio Rangoni, che ripete: “Tutto quello che sapete di queste vicende, lo avete imparato da me. Io ho raccolto tutto questo materiale”. Da quasi 30 anni dispensa pillole delle sue ricerche a professori, laureandi, giornalisti, scrittori e storici. La sua casa è stata visitata a turno da studiosi che non hanno bisogno di presentazioni: da Giampaolo Pansa, che poi diede vita alla serie fortunata sui suoi romanzi del dopoguerra (ne ricordiamo uno per tutti Il sangue dei vinti), allo storico mantovano Frediano Sessi, autore tra l’altro di un volume su Germano Nicolini, il comandante Diavolo, e anche dal prof Luciano Casali, storico di fama nazionale.
Rangoni è stato generoso dispensatore di informazioni con tutti i curiosi delle sue memorie. Anche se alla fine esprime un rammarico: “Mi è capitato di dare due dritte a Gianfranco Stella (si riferisce allo scrittore romagnolo di destra che ha pubblicato Compagno mitra, libro controverso), pensavo fosse Gian Antonio Stella, il giornalista del Corriere”.
