Una presenza insospettata.
Leonardo a Reggio? L’autore della Gioconda, dell’Ultima cena e di migliaia di fogli scritti “alla mancina” e brulicanti di disegni meravigliosi e di osservazioni penetranti, ha lasciato la sua impronta anche nella nostra città?
Ebbene sì! Tutti sanno che l’artista ha vissuto e lavorato a Firenze, Milano, Mantova, Venezia, Roma, Bologna, Amboise, naturalmente Vinci, ecc., ma cosa c’entra Reggio?
Leonardo non ha mai vissuto nella nostra città, né vi si conservano suoi dipinti o disegni ma, grazie al materiale raccolto nel fondo del fisico bibbianese Giovanni Battista Venturi, alle stampe della Raccolta “Angelo Davoli” e ad altri preziosi documenti, un viaggio attraverso il patrimonio della Biblioteca Panizzi può rappresentare un ottimo viatico per la conoscenza di tanti aspetti della figura e dell’opera del Maestro.
Cominciamo da alcune notizie biografiche. Leonardo nasce a Vinci il 15 aprile 1452, figlio naturale del notaio ser Piero da Vinci e di Caterina, giovane donna della quale è stato di recente ipotizzato, su base documentaria, che si trattasse di una schiava circassa (Carlo Vecce, 2024). Il padre, che non lo aveva legittimato, si accorge delle grandi qualità artistiche del giovane e nel 1469 lo mette a bottega a Firenze da Andrea del Verrocchio. Questi era un artista a tutto tondo e molto innovativo: pittore, scultore, orafo, architetto. Leonardo riceve presso di lui una formazione completa, che amplia e sviluppa le sue già notevoli capacità.
Nel primo periodo fiorentino, fra il 1472 e il 1482, l’artista esegue fra l’altro l’Annunciazione (Uffizi), il Battesimo di Cristo (Uffizi, con Verrocchio e altri), il San Girolamo (Musei Vaticani) e l’Adorazione dei Magi (Uffizi). Si tratta di opere che denotano una concezione della pittura e una tecnica esecutiva rivoluzionarie, insieme a una grande attenzione ai dettagli, aspetti che esamineremo più avanti.
Già noto e attestato da documenti d’archivio fin dalla giovinezza, e ancora di più dopo il trasferimento a Milano nel 1482, Leonardo è descritto dalle fonti più antiche come “un uomo di bella presenza e di grande brillantezza mondana” (Edoardo Villata, 2021).
Ma qual era il suo aspetto? Immaginando il volto di Leonardo, tutti pensiamo al cosiddetto “autoritratto di Torino”, vale a dire il ritratto di un anziano filosofo, disegno di Leonardo oggi conservato presso la Biblioteca Reale di Torino. Una sua copia, opera dell’incisore Giuseppe Benaglia, si trova nel volume di Giuseppe Bossi, Del Cenacolo di Leonardo da Vinci libri quattro, pubblicato a Milano nel 1810 (Figura 1). Ma il disegno di Torino, secondo una parte della critica, sarebbe stato eseguito dal Maestro nei primi anni ’90 del Quattrocento, cioè all’età di circa quarant’anni. Troppi segni del tempo per un uomo appena entrato nella maturità!
Pare invece più verosimile l’altro ritratto, eseguito dall’allievo Francesco Melzi e oggi conservato nella Raccolta di Windsor, con una copia antica presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Anche qui vediamo i capelli e la barba lunghi che adornano un profilo di grande nobiltà, recante in basso l’inequivocabile didascalia: “Leonardo Vinci”. Possiamo osservare una citazione del disegno nel volto di Leonardo presente in un’acquaforte di Domenico Cunego del 1782 (Figura 2). In questa bella allegoria dell’artista poliedrico abbiamo forse qualche suggestione di quello che poteva essere l’aspetto fisico di Leonardo.
Nel 1482 il Nostro si trasferisce a Milano, alla corte di Ludovico il Moro. Nel fondo Venturi abbiamo la copia della lettera indirizzata da Leonardo al Duca di Milano, per offrirgli i suoi servigi, soprattutto di architetto militare (Figura 3). Si parla di macchine belliche per assedi, bombarde e altre armi da fuoco, navi da guerra e una sorta di carro armato ante litteram.
Durante il soggiorno milanese al servizio del Moro, durato fino al 1499, le attività principali di Leonardo furono in realtà quelle di artista e organizzatore di spettacoli di corte.
In questo periodo, Leonardo esegue la Vergine delle Rocce oggi al Louvre, l’Ultima cena, o Cenacolo (S. Maria delle Grazie), la Dama con l’ermellino (Museo nazionale, Cracovia) e la Belle Ferronière (Louvre).
Inoltre, è proprio ora che nasce in lui un insopprimibile desiderio di conoscenza, generato dal desiderio di farsi “altore”, come lui scriveva, cioè autore e creatore, attrezzandosi con quelli che erano allora gli strumenti di lavoro di tale figura. Avvia così la ricerca delle opere che potevano arricchire la sua cultura e il suo lessico e appunta nei suoi inseparabili taccuini osservazioni, pensieri e citazioni, relative agli studi che intendeva compiere.
Leonardo cerca e studia opere delle discipline più diverse. Abbiamo per esempio il Trattato di architettura civile e militare di Francesco di Giorgio Martini e la Summa de arithmetica di Luca Pacioli, che nel 1496 Leonardo incontrerà a Milano e con cui stringerà amicizia. Per impossessarsi del latino, lingua dei dotti, e arricchire il suo lessico, il Nostro studia le grammatiche del tempo e legge avidamente Dante e altri testi in volgare, insieme ai volgarizzamenti delle Metamorfosi di Ovidio, della Storia naturale di Plinio il Vecchio, del De re militari di Roberto Valturio (Figura 4) e di altre opere classiche.
Luca Pacioli è anche autore del Divina proportione (Venezia, 1509), una miscellanea di trattati di geometria e architettura, accompagnata dalle famosissime 59 tavole dei solidi platonici (Figura 5), i cui disegni originali sono attribuiti a Leonardo. Il sodalizio con il matematico di Borgo San Sepolcro portò l’artista di Vinci a realizzare tali disegni, nei quali si fondono la sapienza matematica di Luca e l’abilità compositiva di Leonardo, in un insieme che meglio di ogni altro simboleggia l’incontro fra arte e scienza.
Dopo Firenze e Milano, la terza parte della vita di Leonardo è assai più movimentata. Un probabile primo viaggio a Roma, in cui l’artista incontra l’arte antica e ne rimane molto influenzato, avviene nel 1501. L’anno successivo, Leonardo segue Cesare Borgia in Romagna, come ingegnere militare e topografo. Nel secondo soggiorno fiorentino (1503-1508) lavora alla perduta Battaglia di Anghiari (Palazzo Vecchio, Sala dei Cinquecento), inizia a dipingere La Gioconda, o Monna Lisa (Louvre) ed effettua i primi studi pratici di anatomia nell’ospedale di Santa Maria Nuova, compiendo dissezioni su cadaveri di persone ricoverate e decedute.
Più tardi, a Pavia, negli anni 1510-1511, collabora con il medico e anatomista veneto Marcantonio dalla Torre. Un paio di anni dopo, si trasferisce a Roma al seguito di Giuliano de’ Medici e qui si concentra su ricerche scientifiche e anatomiche e riprende a dipingere la Gioconda.
Nel 1516, alla morte di Giuliano, accetta l’invito del re di Francia Francesco I e si trasferisce ad Amboise con gli allievi Francesco Melzi e Salaì, dove coltiva indisturbato i suoi studi e segue progetti di urbanistica e idraulica. Qui, nel 1517, riceve la visita del cardinale Luigi d’Aragona, il cui segretario annota la presenza nel suo studio di manoscritti e disegni, con la Gioconda, la Sant’Anna, la Madonna, il Bambino e l’agnellino e il San Giovanni Battista (tutti al Louvre).
Anche se Leonardo non ha ancora compiuto settant’anni, la sua salute declina. Il 23 aprile 1519 nomina Melzi suo esecutore testamentario e a lui destina “tutti et ciaschaduno li libri che el dicto Testatore ha de presente, et altri Instrumenti et Portracti circa l’arte sua et industria de Pictori” (Edoardo Villata, 1999). Il Maestro muore ad Amboise il 2 maggio 1519.












Figura 1 – Giuseppe Benaglia, Ritratto di Leonardo, sec. XIX (entro il 1809), incisione a “puntillée”, da un disegno di Raffaello Albertolli, a sua volta copia da Leonardo. Figura 2 – Domenico Cunego, Ritratto allegorico di Leonardo da Vinci nello studio, 1782, acquaforte. Figura 3 – Leonardo da Vinci, Lettera a Ludovico il Moro, 1482-1485 ca., copia di Giovanni Francesco Venturi, sec. XIX (1815-1822 ca.). Figura 4 – Macchina bellica, da Roberto Valturio, De re militari, Parigi, 1534. Figura 5 – Solido platonico (Hexaedron Abscisum Elevatum Vacuum), da Luca Pacioli, Divina proportione, Venezia, 1509. Figura 6 – Giuseppe Mochetti, L’ultima cena, sec. XIX (1806-1835 ca.), bulino e acquaforte. Figura 7 – Giovacchino Cantini, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino Gesù, sec. XIX, bulino e acquaforte. Figura 8 – Istrumento della donazione di dodici manoscritti di Leonardo da Vinci fatta alla Biblioteca Ambrosiana di Milano da Galeazzo Arconati, 21 gennaio 1637. Figura 9 – Copia dal Codice Atlantico, tratta da Giovanni Battista Venturi, 1796-1797 ca. Figura 10 – Copia dal Ms. B dell’Institut de France, tratta da Giovanni Battista Venturi, 1796-1797 ca. Figura 11 – Della figura che va contro il vento, da Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, sec. XVIII (1701-1750 ca.), manoscritto cartaceo. Figura 12 – Pompe a pendolo e bombarda ad avvitamento, dal Ms. O (estratti di meccanica, idraulica e astronomia), sec. XVII (1636-1639 ca.), manoscritto cartaceo. (Crediti: Figure 2-12: © Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia).
Leonardo pittore e disegnatore dà prova di una eccezionale capacità di osservazione dei fenomeni naturali e del paesaggio, da cui consegue una resa pittorica estremamente naturalistica, con una “capacità di cogliere i valori vitali insiti nella natura stessa, nei suoi impulsi creatori, nelle sue continue trasformazioni” (Maria Teresa Fiorio, 2015). La rappresentazione quasi mimetica della realtà, genera nei primi dipinti di Leonardo, in particolare nell’Annunciazione degli Uffizi, una volontà di modellare il disegno in senso tridimensionale, addirittura lasciando le impronte digitali in alcuni punti del dipinto.
Nelle opere successive (San Girolamo), emergono una più approfondita conoscenza dell’anatomia umana, insieme a una grande padronanza dello spazio entro il quale si colloca tridimensionalmente la figura. Culmine del primo periodo fiorentino è l’Adorazione dei Magi degli Uffizi, il cui recente restauro ha messo in luce importanti novità e scoperte. Innovando profondamente l’iconografia tradizionale, la Vergine e il Bambino sono al centro di un vortice di figure, azioni e gesti che ruotano intorno ad essi, dando grande dinamismo alla scena. Il dipinto, databile agli anni 1481-1482, è opera matura del Maestro e sembra al tempo stesso chiudere un ciclo e aprirsi al futuro. Come ha scritto Pietro Marani, grazie all’Adorazione degli Uffizi, “anche se non avesse dipinto nient’altro, Leonardo occuperebbe ugualmente un posto eminente nella storia della pittura fiorentina” (Pietro C. Marani, 1999).
Nel Cenacolo di S. Maria delle Grazie, eseguito fra il 1494 e il 1498 e che qui vediamo riprodotto in un’incisione della prima metà dell’Ottocento (Figura 6), convergono le osservazioni scientifiche e le teorie sull’arte di Leonardo nell’ultimo decennio del Quattrocento. Nelle diverse espressioni degli apostoli, che reagiscono all’annuncio di Gesù: “uno di voi mi tradirà”, vediamo la manifestazione dei “moti dell’animo” e allo stesso tempo la dimostrazione ‘scientifica’ della propagazione del suono e dei raggi luminosi. In questo dipinto dalle sfortunate vicende conservative, Leonardo porta a compimento le ricerche in campo artistico e scientifico condotte fino ad allora e risolve problematiche già poste con l’Adorazione dei Magi, come la struttura compositiva e la pittura di “storia”.
Il dipinto del Louvre con Sant’Anna, la Madonna, il Bambino e l’agnellino, del 1510-1513 circa, qui “tradotto” a bulino e acquaforte da Giovacchino Cantini, allievo di Raffaello Morghen (Figura 7), esalta il dinamismo insito nelle opere di Leonardo. La Vergine che in primo piano trattiene il Bambino, il quale a sua volta gioca con l’agnellino, tutti sovrastati dalla imponente figura di Sant’Anna, mentre un paesaggio di brume si staglia in lontananza, sottintendono, come è stato scritto, “quel senso della natura in perenne movimento e trasformazione che rende il dipinto di Parigi di una instabilità quasi vertiginosa” (Pietro C. Marani, 1999).
I codici e taccuini di Leonardo, venticinque le unità oggi identificabili con chiarezza, meno della metà di quelli da lui redatti, sono, infine, insieme all’opera pittorica, un tassello fondamentale per comprendere appieno la personalità e il metodo di lavoro del Maestro.
A parte le raccolte maggiori, come il Codice Atlantico (Biblioteca Ambrosiana, Milano), la Raccolta di Windsor e il Codice Arundel (British Museum, Londra), le prime due assemblate dallo scultore Pompeo Leoni dopo la morte dell’autore per renderle più appetibili agli occhi dei collezionisti, si tratta di quaderni e taccuini di medie o piccole dimensioni, che – a partire dal 1484-1486 – Leonardo portava con sé in forma di fogli sciolti, lavorando sia in studio, sia all’aperto, per appuntare idee, progetti, schizzi e disegni, insieme a rielaborazioni di testi ricavati dalle sue letture.
Una preziosa testimonianza dei manoscritti di Leonardo ci è offerta dal fondo Venturi della Biblioteca Panizzi. Giovanni Battista Venturi, infatti, esaminando i codici vinciani che allora si trovavano a Parigi e pubblicando il saggio sugli scritti scientifici di Leonardo (1797), ha aperto un nuovo capitolo negli studi dedicati all’artista di Vinci.
Per effettuare un lavoro così innovativo e approfondito, lo scienziato aveva raccolto, durante il soggiorno parigino e successivamente, una mole ingente di materiali dedicati a Leonardo, ai suoi scritti e alla loro fortuna nel corso del tempo, che ora si trova nella sezione vinciana del fondo e ci fornisce un’immagine precisa e articolata di Leonardo “scrittore”.
Abbiamo, prima di tutto, il rarissimo atto di donazione dei manoscritti di Leonardo alla Biblioteca Ambrosiana, da parte del nobile milanese Galeazzo Arconati, rogato a Milano il 21 gennaio 1637 (Figura 8).
Il documento contiene fra l’altro, riportiamo testualmente, la “Descrittione delli dodeci volumi di Leonardo da Vinci, li quali contengono diverse figure mathematiche, & disegni con le dichiarationi scritte alla mancina, che detto Illustrissimo Signor Galeaz(zo) Arconato dona alla Libreria Ambrosiana, perché ivi si conservino perpetuamente a beneficio publico”.
I “dodeci volumi di Leonardo da Vinci” consistevano in due tomi rimasti a Milano, il manoscritto del Divina proportione e il Codice Trivulziano, e nei dieci portati a Parigi dai francesi nel 1796, vale a dire il Codice Atlantico (poi restituito nel 1815), e i manoscritti dalla A alla B e dalla E alla M, rimasti a Parigi, presso la Biblioteca dell’Institut de France.
Esaminando tali codici, Venturi trascrisse in particolare le sezioni relative alla scienza e alla tecnologia e alcuni dei relativi disegni: parliamo di fisica, astronomia, geologia, prospettiva, architettura militare, chimica, metodo scientifico.
Dal Codice Atlantico, vediamo le copie del celebre disegno del mortaio e di quello della “spingarda a cavalletto” (Figura 9) e dal manoscritto B una pianta di fortezza e, sotto, “questo stromento s’usa ne’ mari d’India a cavare le perle” (Figura 10) e Venturi commenta: “ecco il palombajo”.
Per sottolineare l’importanza, se ce ne fosse bisogno, delle copie che Venturi trasse a Parigi dai codici di Leonardo, ricordiamo che esse contengono anche la trascrizione parziale di 14 fogli del manoscritto A, di un foglio del manoscritto B e di cinque del manoscritto E, mancanti negli originali e ad oggi non recuperati.
Ma Venturi era anche un grande collezionista. Ed ecco che nel fondo si trovano un bellissimo esemplare illustrato del Trattato della pittura di Leonardo (Figura 11) e il cosiddetto manoscritto O, una copia diretta dagli originali vinciani, ricavata nel primo Seicento nell’ambito della famiglia Arconati e recante estratti di meccanica, idraulica e astronomia (Figura 12).
Il viaggio fra le memorie di Leonardo conservate a Reggio può offrirci molte suggestioni circa la grandezza e unicità dell’artista e l’insospettato valore del nostro patrimonio culturale.
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Vedi anche i fascicoli su Leonardo della serie “Art e dossier” (Firenze, Giunti): Leonardo (n. 12/1987), Il disegno (n. 67/1992, nuova ed. 97/2016), I codici (n. 100/1995), Il ritratto (n. 138/1998), Il Cenacolo (n. 146/1999), La Gioconda (n. 189/2003), L’anatomia (n. 207/2005), La pittura (n. 215/2005), La tecnica pittorica (n. 281/2011), Leonardeschi. Leonardo e gli artisti lombardi (n. 309/2014).
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Risorse consultate il 1° agosto 2026.

Roberto Marcuccio. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna, è bibliotecario professionista e ricercatore in ambito storico. È stato responsabile della Sezione Manoscritti e Libri a stampa antichi della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia e direttore della Biblioteca Universitaria di Genova. Nell’anno accademico 2016-2017 ha insegnato “Storia del libro e dell’editoria” all’Università di Genova. Le sue attività di ricerca riguardano la storia e la descrizione dei manoscritti, dei libri a stampa antichi e degli archivi; la storia della cultura e della scienza nei secoli XVIII-XIX, con particolare riguardo alla figura di Giovanni Battista Venturi; la ricezione di Leonardo da Vinci fra Settecento e Novecento e figure e momenti della storia di Reggio Emilia. A questi e altri temi ha dedicato numerosi articoli, saggi e relazioni a convegni.
