Una premessa a cappello dell’articolo di Valeria Isacchini. Da Napoleone ai Sepolcri del Foscolo, lo slancio di una rinnovata civiltà attraversa il culto dei morti. E l’arte entra nei campisanti per stimolare la memoria collettiva.
Salvare il cimitero monumentale di Reggio Emilia dal degrado e dall’abbandono, renderlo un posto più pulito, sicuro e protetto, in modo che chi lo frequenta non debba avere paura di entrarvi, è una questione di sensibilità e anche di civiltà. Oggi, purtroppo, non ci sembra le cose vadano in questa direzione (lettera all’amministrazione comunale). All’interno del perimetro di fondazione ottocentesca non vi sono controlli (o almeno non si notano). E visitare da soli i desolati e bui sotterranei dell’edificio, magari in una cupa giornata autunnale, non invoglia gli avventori, anzi li impaurisce.
Qualche anno fa, convinsi un amico lombardo a visitare insieme il Cimitero monumentale di Milano, che oltretutto è abbastanza vicino alla stazione centrale. Accettò, credo più per gentilezza che per convinzione. Mi disse poi che era rimasto sorpreso dalla ricchezza e bellezza delle opere d’arte lì racchiuse.
Tutti i cimiteri “storici” delle nostre città racchiudono un notevolissimo e prezioso patrimonio di arte, bellezza, spiritualità, antropologia, storia. Per cimiteri storici alludo a quelli nati dopo l’editto di Saint Cloud, che quelli della mia età conoscevano bene (quelli di adesso non so) se non altro per i riferimenti a Foscolo: Napoleone Bonaparte nel 1804 proibì, per ragioni igieniche e seguendo istanze illuministiche, la sepoltura all’interno delle chiese o nei loro immediati circondari. I cadaveri dovevano essere sepolti fuori dalle mura cittadine e le municipalità dovevano attivarsi al più presto per individuare luogo e struttura di nuovi camposanti.
A Reggio si trovò una zona adatta fuori porta Castello, non troppo distante dalla città, dove il Crostolo era ben contenuto dagli argini, con terreno e ventilazione (era ancora l’epoca in cui ai “miasmi” si addebitava buona parte delle malattie) ritenuti consoni alle esigenze; Domenico Marchelli, architetto del Comune (torneremo a parlare di lui), cominciò ad elaborare i primi progetti, adattandoli man mano in base alle necessità, soprattutto economiche. Nonostante le proteste del proprietario del terreno, Giovanni Fontanesi, nonché dei vicini, e con le inevitabili beghe burocratiche (fin da allora!), i lavori ebbero inizio a settembre 1808.
Ma (spiace ricordare questi macabri particolari), i primi cadaveri, quasi tutti di bimbi piccolissimi, erano ancora tumulati in campo aperto, e avvennero subito profanazioni da parte di animali selvatici. Il Prefetto inviò una lettera pesantissima all’allora Podestà (oggi si chiamerebbe Sindaco) Ancini, “ingiungendogli”, letteralmente, di provvedere. E Ancini si diede da fare. Altri tempi?
Andiamo avanti. A novembre 1809 venne benedetto il recinto finalmente costruito a protezione del nuovo cimitero. Si trattava di quel quadrato sormontato da tetto ad arcate corrispondente al cosiddetto, attualmente, Famedio. Nel frattempo, si era verificato un fatto sorprendente per Reggio: in città era morto un non cattolico, un soldato francese di religione protestante. Oibò: mica si poteva seppellirlo in terreno consacrato come cattolico. Con tante raccomandazioni di non fare pubblicità, venne sepolto in un angolo appartato fuori dal recinto. Ma a Reggio c’erano anche alcuni svizzeri originari del Cantone dei Grigioni, che, com’è ovvio, prima o poi passavano a miglior vita. Accanto al soldato francese sorse quindi, adiacente al camposanto cattolico, un altro recinto per i protestanti; attualmente ha accesso da un cancello sul parcheggio di via Cecati, ma anche dall’interno da una porticina di uno dei corridoi cattolici, alla fine del lato nord-est. L’ultima sepoltura è del 2022.
Ma il camposanto rimase ancora per anni appunto un semplice campo consacrato, con un recinto murario ma senza nessuna struttura che lo identificasse come luogo di Eterno Riposo. D’altra parte, erano tempi calamitosi, di guerre, invasioni, difficoltà economiche di ogni genere, e il Comune doveva arrabattarsi in qualche modo.
Fu solo con la Restaurazione che sembrò che le acque si calmassero; finalmente, nel 1817, il Comune incaricò l’architetto Domenico Marchelli di studiare un progetto per una dignitosa cappella.
Marchelli apparteneva ad una famiglia “d’arte”; veniva dal varesotto, come il fratello Giuseppe, anche lui architetto; suo figlio Pietro si sarebbe poi occupato di restauri, costruzioni di ville e palazzi nel reggiano; a Pietro dobbiamo, per esempio, il Foro Boario (che noi reggiani conosciamo come Caserma Zucchi) e il palazzo ducale in corso della Ghiara (attuale Prefettura). E a Domenico spettano i portici della Trinità (sciaguratamente abbattuti per fare spazio all’Isolato San Rocco) e la nuova linea del fronte dei palazzi di via Emilia San Pietro, per allargare la strada.
Torniamo al cimitero e alla nuova cappella. Marchelli elabora un progetto di gusto neoclassico, con colonne binate e il tipico frontone triangolare.
Ma la città si allargava, gli abitanti erano sempre più, e conseguentemente la necessità di sepolture. Si allarga sempre più il cimitero, si raddoppia il terreno. Si spezzettano le nuove acquisizioni esterne al quadrato del vecchio camposanto per consentire a famiglie eminenti e facoltose di costruire proprie cappelle private, si costruiscono semplici colombari sia in elevazione che sotterranei, ma il tutto ha un aspetto alquanto trasandato.
E arriviamo agli anni ’30, quando finalmente si decide di dare un decoro monumentale al camposanto. Se ne occupa il nuovo architetto comunale, Prospero Sorgato, a cui i reggiani devono, se non altro, due rimpianti: il Mercato Coperto (esiste ancora, ma vabbè …) e lo Chalet Bottazzi, ovvero Diana. Ѐ sorprendente (parere esclusivamente mio) che un tempo gli architetti a cui il Comune affidava i lavori fossero decisamente all’altezza…
Comunque sia, dal 1931 si iniziano i lavori per un ingresso imponente (che, per consentire l’allineamento con la cappella marchelliana, resta rivolto in direzione ovest, cioè verso il Crostolo, anziché verso la città) e portici monumentali; si attua sistemazione a verde per nascondere gli aspetti meno gradevoli (l’alveo del Crostolo, i nuovi colombari) e addirittura il Comune provvede al pagamento per quei proprietari di via Beretti che sistemeranno adeguatamente i cancelli per dare decoro all’accompagnamento funebre.
Nel 1932 il progetto urbanistico dell’ing. Giulio Artoni prevede, come avverrà, l’inserimento del Cimitero come monumento cittadino, accanto alla nuova circonvallazione che permette una facile accessibilità dalla città.
Nel frattempo, le più importanti famiglie della città avevano provveduto ad elevare cappelle private di degna architettura, spesso ornate da apparato musivo e scultoreo di notevole rilevanza artistica. Vennero chiamati i migliori artisti operanti nella città e dell’Emilia: Paolo Aleotti, Guglielmo Fornaciari, Ferruccio Orlandini, Carmela Adani, Tonino Grassi, Riccardo Secchi, Francesco Camuncoli, Anselmo Govi ed altri. Un giro per il camposanto permette, come succede per la maggior parte dei cimiteri monumentali, di scoprire sorprendenti opere che si discostano dalla logora tradizione iconografica funebre. Infatti il cimitero di Reggio è periodicamente oggetto di visite guidate di turisti dall’Emilia Romagna (forse a qualche lettore tornano in mente le ironiche pagine dedicate al turismo funebre da Jerome K. Jerome, nel suo “Tre uomini in barca”).















Purtroppo, come sappiamo, nel luglio 2026 un furto sacrilego, senz’altro organizzato conoscendo la situazione di troppo facile accesso notturno e di mancata sorveglianza, ha reso ormai irreperibili alcuni dei monumenti bronzei più pregevoli, cioè un Cristo benedicente sulla tomba della famiglia Romagnani, una Deposizione di Riccardo Secchi sulla tomba Menozzi e l’opera forse più conosciuta ed iconica, l’aviatore Giovanni Cantarelli, di Carmela Adani. Sottrazione anticipata da numerosissimi furti di rame, principalmente di grondaie e pluviali delle cappelle, ma che in questo caso, data la pesantezza delle grandi statue bronzee, ha richiesto tempo, attrezzature, probabilmente gru, camion per il trasporto, rumore, ecc. Insomma, uno sfregio quasi irridente da parte dei delinquenti, che certo sapevano di poter contare sull’immunità.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Massimo Pirondini, “Reggio Emilia, guida storico-artistica”, Bizzocchi, 1982
“Il Cimitero Suburbano e il Cimitero Ebraico di Reggio Emilia”, a cura di Ist. Tecn. Geometri di Reggio Emilia, Fondazione Pietro Manodori, 2000
Giovanna Borziani Bondavalli, “Storia del Cimitero Suburbano di Reggio Emilia dalle origini all’Unità d’Italia (1808-1861)” Bollettino Storico Reggiano n. 119, Deputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi, 2003.
Valeria Isacchini è nata a Reggio Emilia, città nella quale risiede. E’ co-direttore di www.ilcornodafrica.it.
PUBBLICAZIONI (Monografie)
“Il 10° parallelo: vita di Raimondo Franchetti da Salgari alla guerra d’Africa”, Aliberti, 2005.
“L’onda gridava forte: il Nova Scotia e altri casi di fuoco amico su civili italiani”, Mursia, 2008.
“Fughe: dall’India all’Africa, le rocambolesche evasioni di prigionieri italiani”, Mursia, 2012.
“Italiani strani”, coautore Vincenzo Meleca, Greco&Greco, 2014.
“Col ferro e col fuoco: la straordinaria vita di Paolo Assalini, chirurgo napoleonico”, Tracce per la Meta, 2021 – premio Microeditoria 2023.
Ha pubblicato vari articoli, presentazioni per mostre, reportages di viaggi e studi su riviste e siti web specializzati; tra i principali: Rivista Marittima, Bollettino d’ Archivio dell’Ufficio Storico Marina Militare, Resto del Carlino, Marinai d’Italia.
Ha curato l’organizzazione della giornata di studi “Il barone viaggiante: Raimondo Franchetti e le esplorazioni nel Corno d’Africa”, Reggio Emilia, 16 aprile 2005.
Ha partecipato come relatrice all’incontro seminariale su “Giovanni Ellero” presso l’Università di Udine il 29 ottobre 2010.
Ha partecipato come relatrice alla Giornata di Comunicazione “L’onda gridava forte: 28 novembre 1942, una tragedia in mare” il 31 ottobre 2012 presso l’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia.
