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Rcf Arena, se il grande contenitore non basta a garantire il successo
di Giacomo Scillia
Quello che sta accadendo attorno alla RCF Arena non è soltanto una vicenda di concerti, festival annunciati, nomi cambiati, organizzatori che entrano ed escono, polemiche sui social e pubblico lasciato nell’incertezza. È qualcosa di più profondo. È il sintomo di un errore originario: avere immaginato una grande infrastruttura per eventi come se bastasse costruirla, inaugurarla, darle un nome importante e aspettare che il mercato facesse il resto.
Ma il mercato, quando si parla di eventi da decine di migliaia di persone, non è una magia. È competenza, rete, affidabilità, reputazione, programmazione, capacità tecnica, rapporti internazionali, sicurezza, contratti, logistica, comunicazione. È una macchina complessa. E una macchina complessa, se viene affidata a pochi soggetti, o se sembra ruotare sempre attorno agli stessi nomi, rischia prima o poi di incepparsi.
L’Arena non è un capannone da riempire quando capita. Non è un prato con un palco. Non è una scommessa privata travestita da bene collettivo. È, o dovrebbe essere, una piattaforma strategica per Reggio Emilia, per il turismo, per l’economia urbana, per alberghi, ristoranti, trasporti, commercio, immagine della città. Per questo non può vivere di improvvisazione, né di personalismi, né di annunci che poi si complicano lungo la strada.
Da tempo si capisce che il problema non è la bellezza dell’idea. Avere a Reggio Emilia un luogo capace di ospitare grandi concerti può portare gente, visibilità, indotto e reputazione. Ma una buona idea, se non è governata bene, diventa un boomerang. E quando un progetto nasce per essere grande, ogni incertezza diventa grande anch’essa.
Il punto vero è questo: una struttura di tale portata deve essere aperta al mercato vero, non a un mercato ristretto. Deve attrarre organizzatori diversi, promoter solidi, professionisti riconosciuti, operatori capaci di portare artisti e pubblico senza trasformare ogni stagione in una lotteria. Se invece l’impressione è che tutto dipenda da pochi equilibri, da poche mani, da pochi rapporti, allora la città ha il diritto di chiedere spiegazioni.
Perché qui non è in discussione soltanto un festival. È in discussione il modello. Una grande Arena deve avere una governance chiara, trasparente, industriale. Deve avere criteri pubblici, interlocutori affidabili, controlli seri, un piano annuale e pluriennale, obiettivi misurabili. Non può essere raccontata ogni volta come una grande promessa e poi difesa ogni volta come se ogni critica fosse un sabotaggio. Chi ama la città non sabota. Chi chiede serietà non è nemico dell’Arena. È nemico dell’approssimazione.
La frase più lucida è forse la più semplice: non bastano i capitali, servono le competenze giuste. È una verità elementare, ma spesso dimenticata. Avere soldi, o trovare chi mette soldi, non significa saper organizzare un evento. Comprare uno spazio non significa sapere gestire flussi, sicurezza, contratti, artisti, fornitori, assicurazioni, biglietteria, comunicazione e rapporto con il pubblico. Un concerto da migliaia di persone non si improvvisa con un comunicato stampa. Un festival non nasce perché lo si annuncia. Un’arena non funziona perché esiste.
Reggio Emilia dovrebbe imparare da questa vicenda una lezione più ampia. Le infrastrutture non sono monumenti all’autocompiacimento. Sono strumenti. E uno strumento vale per l’uso che se ne fa. Se costruisco una grande cucina ma non ho cuochi, brigata, fornitori e gestione, non avrò un ristorante: avrò solo un locale grande. Se costruisco una grande Arena ma non ho una filiera organizzativa matura, non avrò una capitale della musica: avrò un problema da amministrare.
E il rispetto passa anche dal linguaggio. Basta con gli annunci trionfali prima che le cose siano davvero solide. Basta con le narrazioni grandiose che poi devono essere ridimensionate. Basta con l’idea che chi solleva dubbi sia un gufo. In una città matura, il dubbio è uno strumento democratico. La critica è manutenzione civile. Meglio una domanda scomoda oggi che un fallimento domani.
L’Arena può ancora essere una risorsa. Ma per esserlo deve uscire dalla logica del feudo e diventare davvero infrastruttura di sistema. Deve parlare con il territorio, con le categorie economiche, con gli operatori culturali, con il turismo, con la logistica, con chi conosce il mestiere. Deve essere una casa aperta a chi sa lavorare, non una porta stretta da cui passano sempre gli stessi.
Reggio Emilia non ha bisogno di illusioni. Ha bisogno di progetti seri. Non ha bisogno di nomi altisonanti usati come fuochi d’artificio. Ha bisogno di credibilità. Non ha bisogno di una grande Arena che ogni volta produce incertezza. Ha bisogno di una grande Arena che funzioni.
Se l’Arena è davvero un patrimonio della città, allora va sottratta alla fragilità dei pochi e consegnata alla competenza dei molti. Se invece resterà pensata per pochi, o per uno solo, continuerà a produrre gli stessi risultati: promesse enormi, polemiche enormi, incertezze enormi.
E Reggio Emilia, ancora una volta, sarà costretta a guardare un’occasione importante trasformarsi in un problema annunciato.
Giacomo Scillia, per 20 segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista e scrittore di novelle, collabora con diverse testate.