La famiglia dei baroni Franchetti era una stirpe di energici commercianti, imprenditori, possidenti, che avevano creato una delle fortune economiche più vaste d’Europa.
Raimondo Franchetti senior, conosciuto all’epoca come l’uomo più ricco d’Italia, possedeva in tutta l’Italia settentrionale immense proprietà agricole, allevamenti e attività industriali. Seguiva quella visione filantropica ed illuminata che caratterizzò molti esponenti dell’imprenditorialità italiana di fine secolo.

Energico, attivissimo, volitivo, costruì o riattò residenze in ognuno dei tanti luoghi in cui aveva attività ed interessi. A Reggio Emilia aveva costruito il palazzo in via Emilia Santo Stefano, attualmente sede della Scuola Media “Alessandro Manzoni”, ed aveva acquistato tutta la collina del Cavazzone, erigendovi la ben nota villa ed azienda agricola.
Dal matrimonio con l’austriaca Luisa Rothschild, della famiglia dei finanzieri più potenti d’Europa, ebbe un figlio, Giorgio, proprietario e restauratore della Ca’d’Oro, che ancora vede raccolta a Venezia la sua collezione di eccezionali opere d’arte. L’altro figlio, Alberto, fu famoso musicista, che collaborò con D’Annunzio, fu strettamente amico di Puccini e Mascagni e le cui opere furono dirette da Toscanini e Mahler.
Non è un caso si sia voluto accennare alla famiglia per introdurre Raimondo “junior”, viaggiatore, esploratore, agente segreto.
La personalità di Raimondo, nato nel 1889, figlio primogenito della contessina reggiana Margherita Levi e del musicista Alberto, sembra fondere gli elementi caratterizzanti della sua famiglia: attivismo ottocentesco e irrequietezza novecentesca. Nel sangue gli tumultuano le ondivaghezze degli avi, da secoli in giro per affari nel Mediterraneo, le irrequietezze materne, le chimere del padre, ma anche la capacità organizzativa e la determinazione del nonno.
Da ragazzino crebbe insofferente all’educazione culturale e disciplinare imposta all’epoca ai figli della buona società, passando da un collegio all’altro, vivendo in maniera instabile tra le varie ville e palazzi posseduti dalla famiglia, soprattutto dopo che il divorzio dei genitori, nel 1897, lo affidò alle cure dello svagato ed errabondo padre Alberto.
Fin da giovanissimo le sue attività preferite furono la caccia e i viaggi.
Grazie anche all’enorme disponibilità finanziaria di cui entra in possesso alla morte del nonno, nel 1905, può sviluppare presto le sue passioni: ha appena diciott’anni, quando, nel 1907, parte per una spedizione venatoria nelle Montagne Rocciose; poi, a poco più di vent’anni, Malesia, Annam, arcipelago indonesiano.
Tra 1912 e 1914 vagabonda per l’Africa, per la quale svilupperà la sua passione. L’Africa era già relativamente frequentata da cacciatori e ricchi turisti europei dell’epoca; lui però, oltre a battere, alla ricerca di selvaggina, Uganda, Sudan, Kenya, risale il corso del Nilo addentrandosi in zone allora parzialmente vergini. Le tassidermie delle sue imprese venatorie arricchiranno prima il palazzo di Reggio, poi verranno in buona parte donate ai nostri Musei Civici.

Fotografo dilettante egli stesso, i suoi viaggi saranno documentati da abbondante materiale fotografico e addirittura cinematografico da parte di professionisti.
Ma incombe la Prima Guerra Mondiale: Raimondo è al fronte. La sua esperienza di automobilista lo rende un elemento raro e prezioso in quella guerra. Perciò si fa arruolare nel nuovissimo reparto di automitragliatrici blindate. Protagonista di alcuni episodi di valore, viene proposto per medaglia d’argento, ma supplica il proponente, tenente Filiberto Comito, di soprassedere. Preferisce, in questo caso, stare nell’ombra.
Torna a casa, a Venezia, nel palazzo Cavalli-Franchetti. Ha un carattere positivo, energico, magari superficiale, un gruzzolo ancora tra i più sostanziosi d’Europa. Ha spesso occasione di incontrarsi con il suo grande amico Amedeo di Savoia-Aosta, con cui condivide la passione per la caccia, l’Africa, le auto, la voglia di vivere. Sposa la contessina veneziana Bianca Rocca, da cui avrà quattro figli: Lauretana, detta Simba, Lorian, Raimondo-Nanuk, Afdera. Riprende i suoi viaggi africani, soprattutto nella zona del Corno.







Foto 1) La tomba del barone Raimondo Franchetti a Massaua. Foto 2) Sosta in accampamento in Dancalia. Foto 3) La mappa della Dancalia (Nord-Est dell’Etiopia) prima della spedizione di Raimondo Franchetti. Foto 4) Ritratto del barone Raimondo Franchetti. Foto 5) Autoblindo di Franchetti colpito da proiettile. Foto 6) Le tassidermie al palazzo Franchetti di Reggio Emilia. Foto 7) Riunione con gli ascari della scorta in Dancalia.
L’affermarsi del governo di Mussolini viene probabilmente salutato da Raimondo con approvazione, seppure senza particolari entusiasmi. La politica non è nelle sue corde: finché il fascismo non si occupa dell’argomento che a lui interessa, cioè l’Africa, sta alla finestra e non si impiccia.
Ma quando Mussolini comincia a parlare di espansionismo coloniale, Franchetti sente il dovere di dire la sua. Nel 1926 ha un primo incontro con il Capo del Governo, al quale piace subito: è atletico, spavaldo, irruente, insomma ha quelle caratteristiche di “italiano nuovo” vagheggiato dal fascismo.
Comincia una seconda fase della vita di Raimondo: non si accontenta più di percorrere piste già battute. Tra il 1928 e il 1929 esplora, con una spedizione ricca di uomini e mezzi, una zona ancora in buona parte sconosciuta, la Dancalia, uno dei deserti più aridi del mondo, tra Eritrea ed Etiopia.
Il percorso di Franchetti attraversa tutta la depressione in direzione prima Est-Ovest, perlustrando per la prima volta zone sconosciute. Poi inversamente da Ovest a Est, ma in latitudine più meridionale del percorso precedente. Della sua esplorazione restano un libro, “Nella Dancalia Etiopica” e un affascinante documentario “Luce” a opera di Mario Emilio Craveri.
Nel frattempo, prende contatto con le popolazioni e i capi locali.
Ci sono buone ragioni, documentate, per ritenere che uno dei principali obiettivi della spedizione fosse un’attività di “promozione” in Etiopia della capacità e della potenza italiana, nonché l’invio ai feudatari ribelli contro il governo centrale di Hailè Selassiè di una certa quantità di armi e munizioni. Obiettivo, questo, mancato per cautele diplomatiche.
Di carattere impetuoso, talvolta fino all’arroganza, il suo decisionismo e il suo attivismo lo portarono spesso a scontrarsi con i cauti funzionari dei ministeri.
Tuttavia, Mussolini lo proteggeva, sia perché lo ammirava, sia perché sapeva di poter contare sulle sue conoscenze e capacità, e pure, se vogliamo, sulle sue ricchezze: il costo della spedizione, che pure aveva scopi anche politici, venne sopportato interamente dal barone.

Il quale poco dopo presenta un altro, spericolato, progetto: creare un “Ufficio Speciale Etiopia”, di membri disposti a tutto, che, a proprie spese, si rechino in Etiopia a svolgere “delicate missioni di indole politica”. Da turista, a viaggiatore, a esploratore, ad agente segreto.
Solo nell’aprile del ’34 la sua proposta viene ufficialmente approvata e Franchetti si precipita in Africa Orientale, con lo scopo di creare una banda armata di irregolari che dovrà occuparsi di azioni di propaganda e di informazioni.
A fine luglio del ’35 Raimondo è a Roma, dove si incontra con Mussolini. Decide di tornare in Eritrea con l’aereo che porterà ad Asmara il Ministro dei Lavori Pubblici, Luigi Razza. Il 6 agosto l’aereo atterra presso il Cairo, per passare la notte. Riparte all’alba del 7 agosto, ma ad Asmara non arriverà mai.
I resti del velivolo precipitato vengono ritrovati solo il giorno seguente, nei pressi dell’aeroporto di partenza. Si avanzano subito ipotesi, credibili, di un attentato ad opera di servizi segreti inglesi. Come aveva chiesto, è sepolto in Eritrea.
Valeria Isacchini è stata la prima a pubblicare una biografia completa di Raimondo Franchetti (Aliberti, 2005). Ha pubblicato molti libri e articoli di argomento storico. Appassionata di viaggi e di storia, è co-direttrice del sito www.ilcornodafrica.it, dedicato appunto alla storia di Eritrea, Somalia, Etiopia.
