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E se il centro storico fosse spacciato? Partecipa al nostro sondaggio
di Iulio Lo Piccolo
Prima parte. Qualche giorno fa, su queste pagine, Giacomo Scillia ha analizzato lucidamente alcune cause che concorrono allo svuotamento del centro storico di Reggio Emilia: sicurezza carente, desertificazione commerciale, perdita di residenti e servizi, mobilità complicata, mancanza di identità commerciale e di una regia politica stabile.
Nello scenario attuale, ammesso che si trovino soluzioni per questi annosi problemi, la via Emilia avrebbe davvero qualche possibilità di riprendersi? E soprattutto chi dovrebbe tornare a comprare in centro?
Non è una domanda retorica. È una domanda demografica ed economica.
Chi ha vissuto il centro reggiano negli anni Settanta-Novanta ricorda un pubblico preciso: famiglie che facevano la spesa settimanale nelle botteghe, ragazzi che passavano il sabato pomeriggio tra i negozi di dischi e le vetrine dei punti vendita di abbigliamento, un viavai che si autoalimentava. Quel pubblico esisteva perché esisteva un’economia che lo sosteneva: stipendi stabili, orari di lavoro compatibili con gli orari dei negozi, automobili che potevano arrivare quasi ovunque, sebbene ce ne fossero meno, e un tempo libero che si consumava necessariamente fuori casa perché tra quattro mura domestiche non c’era molto altro con cui intrattenersi.
Oggi quelle condizioni sono cambiate quasi tutte, e non solo per colpa delle piattaforme di e-commerce. Il primo dato da guardare in faccia è quello del lavoro. Secondo l’ultima rilevazione della UIL Emilia-Romagna (luglio 2026), tra gennaio e settembre 2025 l’83,2% dei nuovi rapporti di lavoro attivati in regione era a termine, e il 45,3% dei nuovi contratti under 34 si accompagna a un altrettanto alto tasso di cessazioni nella stessa fascia d’età. A Reggio Emilia il tasso di disoccupazione si attesta tra i più bassi d’Italia, ma il mercato è caratterizzato da una forte precarizzazione. Il reddito familiare reggiano dovrebbe crescere del 3,2% nel 2026 secondo le stime della Camera di Commercio, ma in un quadro di instabilità: contratti brevi, turnover alto, difficoltà a programmare una spesa che non sia strettamente necessaria.
A questo si aggiunge un fatto più semplice: chi ha vent’anni oggi non ha nessun ricordo affettivo del centro storico “di una volta”. Per un ventenne il centro non è la sostituzione di qualcos’altro che è andato perso. E’ semplicemente un posto tra i tanti, forse peggiore di tanti altri, e valutato con gli stessi criteri con cui si valuta qualsiasi altra opzione: comodità, costo, tempo.
Ed è qui che entra in scena un concorrente di cui si parla meno del solito indiziato Amazon: il centro commerciale con cinema integrato. Stiamo parlando di strutture che offrono più di 60 negozi, 11 sale cinematografiche, una palestra, un parcheggio gratuito da quasi 1.500 posti, aria condizionata, aree relax. Se guardiamo a “I Petali”, ad esempio, le recensioni online lo descrivono, senza mezzi termini, come “punto di ritrovo di adolescenti il sabato” . La stessa funzione sociale che un tempo aveva la passeggiata in via Emilia.
Il calcolo che fa oggi un adolescente o una famiglia con budget limitato è brutale nella sua semplicità: se devo comunque spendere in benzina e parcheggio per raggiungere un posto, tanto vale che quel posto mi offra tutto insieme: shopping, cinema, cibo, bagni puliti, aria condizionata sono più concorrenziali di un centro dove il cinema è sparito da anni e dove, superate le 19, restano aperti un paio di bar.
C’è infine un elemento strutturale che a Reggio pesa più che altrove: l’assenza di un flusso turistico consistente. A differenza di Modena e Parma – dove, secondo più fonti locali, il commercio del centro storico si regge in parte proprio sul turismo – Reggio non ha un bacino di visitatori capace di sostituire la domanda dei residenti quando questa cala. E i residenti del centro, va detto, sono l’unico segmento di pubblico che sembra avere ancora una domanda solida e prevedibile: non a caso, una delle aperture più significative e coerenti nell’esagono è stata quella del supermercato di prossimità, il Despar di via Emilia San Pietro, pensato esplicitamente per chi in centro ci abita e ci lavora, non per chi ci va a “fare shopping”.
La domanda che resta aperta
Sicurezza, canoni, regia politica: sono tutti temi reali che esamineremo. Ma prima di chiedersi come attirare di nuovo pubblico in centro, forse bisognerebbe individuare quale pubblico, con quali soldi e quali abitudini, stiamo immaginando di attirare. Se il target ideale del centro storico reggiano è ancora quello di trent’anni fa, la partita è probabilmente già persa in partenza: non solo per mancanza di strategia, ma perché quel pubblico, semplicemente, non esiste più nella stessa forma.
Questo è il primo di cinque articoli con cui SpazioReggio prova a raccontare le cause profonde della crisi del centro storico di Reggio Emilia, oltre il tema degli affitti e della sicurezza. Nei prossimi giorni: la concorrenza dell’online (parte 2), il caso del Mercato Coperto e del confronto con l’Albinelli di Modena (parte 3), i mestieri scomparsi o trasformati (parte 4), e infine le soluzioni tentate finora, a Reggio e altrove, per invertire la rotta (parte 5). Intanto vi proponiamo alcune domande le cui risposte saranno rese pubbliche con le prossime pubblicazioni.
Il nostro sondaggio