L’aumento demografico delle città, l’aumento conseguente dei rifiuti e dei germi, la insufficiente rete idrica e fognaria, costituirono il presupposto per il diffondersi dell’epidemia di colera nel XIX. In Italia se ne contarono dal 1835 al 1893 almeno sei. L’aumento degli scambi commerciali con l’Asia e l’Africa ne favorirono la diffusione in Europa e nel resto del mondo. Si è calcolato che dal 1817 al 1852 almeno trenta milioni di uomini nel mondo siano morti a causa del colera. Si trattò di un vero e proprio flagello.
Quando, nel 1854, si venne a conoscenza che una nave salpata dall’India aveva portato l’epidemia in Inghilterra e da lì a Parigi e a Marsiglia, anche gli italiani cominciarono e temere per la loro vita. Reggio Emilia non fu immune da tale timore e cercò d’organizzarsi per tempo. Il contagio arrivò in Italia solo nel 1856.
Le scarse e spesso inefficienti strutture sanitarie pubbliche, le insufficienti e molto approssimative conoscenze della malattia, delle modalità di diffusione del contagio e i possibili rimedi per affrontarlo, complicarono non poco la situazione.
In città e in campagna si approntarono appositi luoghi provvisori per ospitare gli eventuali contagiati e i medici furono invitati a prestare la loro assistenza. In città un vero e proprio lazzaretto venne aperto presso il Foro Boario (foto generica di fine Ottecento della Biblioteca Panizzi). Il primo decesso si ebbe il 13 luglio 1856. Secondo le voci più accreditate un certo Manzotti, abitante in via Valoria, che aveva conversato poco prima con un pescatore bolognese infetto dal morbo, morì in poche ore.
Già due giorni prima il Municipio della città aveva proibito i mercati e le fiere e il 17 luglio avvisò i cittadini che avrebbe colpito severamente gli untori. Sempre il giorno 17 vennero sospese le lezioni in tutte le scuole e il 18 il Vescovo, probabilmente per aumentare le difese dei singoli, autorizzò a “mangiare di grasso anche nei giorni di magra”. Non esistono dati certi e attendibili sul numero dei decessi e dei contagiati in provincia di Reggio.
Un casuale episodio ha però legato per sempre l’epidemia di colera all’archeologo reggiano don Gaetano Chierici.
Durante alcuni lavori agricoli vennero alla luce presso Montecchio i resti di un edificio di età romana, Era il 30 marzo 1855. Appresa la notizia l’archeologo reggiano don Gaetano Chierici volle visitare il sito per compiervi le opportune misurazioni e osservazioni. Poiché si stava approntando il primo nucleo del museo di Reggio, Chierici era interessato a recuperare ogni tipo reperto: monete, statuette, vasellame vario. Purtroppo il diffondersi della epidemia di colera, che vide in Montecchio il comune più colpito almeno fino all’agosto del 1856, impose la chiusura degli scavi, rendendo impossibile arricchire il nascente museo con i preziosi reperti che sicuramente sarebbero stati rinvenuti negli scavi di Montecchio. Don Chierici non volle, infatti, far mancare la sua assistenza alle alunne delle Scuole del Gesù, di cui era cappellano, che si trovavano senza ricovero e sussidi. Esponendosi al contagio, fu lui stesso colpito dalla malattia. Fortunatamente riuscì a salvarsi e continuare la sua missione di presbitero e di scienziato.

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
