Nel ’45 ci voleva ben altro che il decreto Bonomi per realizzare una rivoluzione dei costumi prima ancora che politica.
Il primo febbraio di quell’anno, per iniziativa diretta di De Gasperi e Togliatti, entrambi ministri del governo di unità nazionale, era stato infatti riconosciuto il diritto delle donne all’elettorato attivo.
Ma a settembre ’46 Maria Arbizzoni, della sezione di S. Croce, interviene alla conferenza provinciale di organizzazione del Pci (Partito comunista italiano), presente Togliatti, per denunciare che tanti compagni non permettono alle loro mogli sorelle figlie di uscire per partecipare alle riunioni del partito o dell’Udi (Unione donne italiane).
In molte zone delle campagne emiliane, le donne dovevano ancora guadagnarsi il diritto basilare di sedere a tavola con gli uomini di casa.
La tendenza era di far passare l’estensione del diritto di voto in una zona franca di riconoscimenti morali, e non come la risultante di quella attività capillare e intelligente, politica, militare e di cura che le donne avevano messo in campo, senza la quale la Resistenza non avrebbe avuto lo stesso esito.
Eppure, non bastava.
Le donne che a Reggio si riconoscono nell’Udi e nel Cif (Centro italiano femminile), a rappresentare lesocialcomuniste e le cattoliche, sono troppo accorte e battagliere per non capire che l’elettorato anche passivo, la responsabilitàdiretta almeno nelgoverno cittadino – per cominciare – bisogna guadagnarsele sul campo.
In pochi mesi, con tutta la loro creatività e la loro intelligenza tenace, dimostreranno di essere perfettamente in grado di amministrare.
Fino al 5 agosto 1945 la città, con il sindaco Campioli e il prefetto Pellizzi, figure di spicco della Resistenza, era stata sottoposta al governo alleato; il Cln (Comitato di liberazione nazionale) manteneva funzioni solo consultive.
Ma già tre mesi dopo la Liberazione, Egle Gualdi – comunista, perseguitata, esule a Parigi e a Mosca – aveva chiesto con un articolo su “La Verità” che una rappresentanza femminile potesse essere accolta nel Cln per affrontare i problemi delle famiglie e dell’infanzia.
È la prima breccia che si apre nella diga dei comitati e degli organi di governo tutti maschili che devono rimettere in piedi il mondo.
Nei due mesi di interregno fra la partenza degli alleati e l’insediamento, asettembre, del primo consiglio comunale a nomina prefettizia, le donne dell’Udi -segretaria Laura Menozzi e poi Nilde Iotti -–prendono l’iniziativa di slancio: cominciano con le sottoscrizioni a favore dei reduci, e raccolgono di tutto, dal granturco alle latte di conserva, un letto matrimoniale, un salame, nove spagnolette, 8800 lire, persino due vitelli.
E poi promuovono la campagna per costruire quegli asili del popolo dai quali prende avvio una delle pagine più fervorose e più entusiasmanti della storia civile della nostra città: in breve in provincia ce ne saranno sessanta.
Il Cif non sarà da meno. Ha come segretaria provinciale Raimonda Mazzini – 34 anni, insegnante di lettere, fondatrice dei Gruppi di difesa della donna (Gdd), incarcerata durante il fascismo, torturata inutilmente a villa Cucchi, mai arresa.
Anche il Cif organizza asili, colonie, doposcuola, corsi di cultura sociale e di educazione popolare per adulti: è presente in 24 comuni su 45. In una bella gara di emulazione nei confronti dell’Udi.
Ma la prima vera prova di quel che san fare le donne, Udi e Cif la affrontano insieme, quando, all’avvicinarsi della stagione fredda, su mandato degli organi di governo cittadino, gestiscono di concerto e in autonomia, perfettamente organizzate, precise, divise per funzioni e gruppi di zona, il comitato per l’assistenza invernale.
Raccolgono e distribuiscono cucine economiche, legna, alimenti, pacchi natalizi, abiti di lana, scarpe, guanti, calze, coperte, stufe. Cinque milioni e mezzo di lire. Saranno 10.036 le persone bisognose individuate, raggiunte e aiutate. Ogni famiglia ha una scheda compilata nella quale si trovano dati anagrafici, bisogni, i sussidi erogati e il livello di assistenza previsto.
Le socialcomuniste e le cattoliche insieme pianificano con grande rigore questo lavoro di cura che è stato loro affidato, di cui hanno ben compreso la valenza politica e non più solo assistenziale-caritativa: e questo è il gheriglioda cui comincia a nascere nella nostra provincia il sistema di welfare.
Intanto, fra il dicembre ’45 e l’autunno del ’46, su impulso di Teresa Noce, Estella, arrivano a Reggio, accolti nelle case, sfamati, vestiti, educati, curati e fatti rifiorire 2250 bambini milanesi: i controlli periodici sull’andamento del progetto vengono effettuati da commissioni formate da donne Pci, Psiup (Partito socialista di unità proletaria), dell’Udi, dal parroco e dal medico condotto.
E allora fa ridere il confronto fra le cautele infinite con cui i partiti accoglieranno infine Udi e Cif nel Cln con compiti solo consultivi e la macchina solidaristica imponente che le donne avevano nel frattempo messo in moto e fatto funzionare.
A questo punto non c’era più bisogno di nessuna legittimazione né di dimostrare nulla.
Non è un caso che quando, il 23 settembre del ’45, si insedia il primo consiglio comunale cittadino di nomina prefettizia, le donne siano 5 su 33 consiglieri. Il 15 per cento.
I seggi erano stati assegnati in proporzione ai quattro partiti del Cln, all’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) e alla Camera del lavoro; le donne cooptate, a quanto si sa, avevano tutte esperienza di lavoro politico e di militanza clandestina e tre di loro non erano giovanissime.
Ma restano in maggioranza delle sconosciute: sulla loro presenza pionieristica nelle istituzioni non si è depositata nessuna memoria.
Erano Angiolina Bellentani, 44 anni, maestra, nata e cresciuta nella Gardenia rossa, iscritta a 17 anni al Psi (Partito socialista italiano) della prima ora, figlia e sorella di perseguitati, che aveva patito dal fascismo molte angherie.
Due le comuniste: Maria Tagliavini, quarantenne, operaia al calzificio Milano (Bloch) e partigiana della 76° brigata Sap (Squadre d0azione patriottica); era la moglie di Avvenire Paterlini, conosciuto negli anni di attività clandestina per il partito.
Ilva Ferraboschi, nipote di Valdo Magnani, 25 anni, nata in Gardenia, era cugina e coetanea di Nilde Iotti, con la quale aveva studiato; era un’insegnante. Muore a Reggio nell’85.
Leocadia Dalzini rappresenta il partito d’Azione; reggiana, si era laureata nel ’38 a Bologna con una tesi di storia del Risorgimento, forse era la più giovane del gruppo. E di lei non si sa nient’altro.
Era laureata in lettere anche Lina Cecchini, per la Dc (Democrazia cristiana), minuta e con i capelli rossi, la più conosciuta del gruppo. 41 anni, vicina ai fratelli Dossetti e a Raimonda Mazzini, nei Gdd fin dalla fondazione, partigiana della 284a brigata Fiamme verdi, schiena dritta – nel ’38 è fra i pochi che accompagnano alla stazione il preside Pardo, epurato dalle leggi razziali –, insegnante alle magistrali, dove tirerà su generazioni di antifascisti, fra i quali Nilde Iotti, Loris Malaguzzi e Antonio Zambonelli.
Nel frattempo, il decreto Bonomi era stato corretto e le donne avevano ottenuto anche il diritto di essere elette; appena in tempo per la tornata amministrativa che in provincia di Reggio si tiene fra il 17 e il 31 marzo ’46.
Ma mentre la nomina prefettizia aveva preso atto del ruolo politico dirompente delle donne nei primi mesi dalla Liberazione, il sistema istituzionale dei partiti invece, che comincia allora a muoversi, adotta una marcia molto più bassa.
In provincia le consigliere saranno 55 su 944, e in 15 comuni non figura nessuna donna. Le assessore saranno una decina, come documenta la ricerca promossa da Anpi in occasione della mostra Dal coraggio alla responsabilità, che sarà inaugurata il prossimo 19 settembre.
A Reggio, su 40 consiglieri previsti, le elette scendono a 2, il 5 per cento.
Si tratta però di due donne molto pensate.
Indipendente nelle liste del Pci è Leonilde Iotti, che esordisce così nelle istituzioni, da qualche mese segretaria provinciale dell’Udi, 26 anni, figlia di un ferroviere prampoliniano, laureata in lettere alla Cattolica, insegnante all’istituto per geometri, una ragazzona di belle speranze, un po’ rigida ma molto studiosa e con un buon senso di sé.
Per la Dc invece viene confermata Lina Cecchini. L’allieva e l’insegnante.
Due prof, provenienti entrambe dall’associazionismo, molto popolari fra le donne.
Ma nessuno regala loro niente: Nilde risulta terzultima degli eletti del Pci, Lina l’ultima degli eletti Dc e l’ultima in assoluto dei consiglieri.
Appena il tempo di insediarsi ed è già il 2 giugno, e stavolta le donne italiane votano tutte insieme, e la posta è molto più alta, è in gioco l’assetto futuro del paese.
Nilde Iotti – che l’8 marzo del ’46, segretaria dell’Udi, aveva portato in piazza a Reggio 30.000 donne – passerà direttamente dalla sala del Tricolore al Parlamento.
Nella foto in alto la dicitura “di Napoli” è sbagliata. La Cecchini diventa deputata dopo le dimissioni di Giuseppe Dossetti dalla Camera.

Laura Artioli è nata e vive a Reggio Emilia.
Dopo la laurea in filosofia, la sua vita professionale si è sviluppata su due binari paralleli: l’impegno in campo politico e socio-educativo e la ricerca storica.
Le sue pubblicazioni più recenti: Storia delle storie di Lucia Sarzi, Reggio Emilia, corsiero, 2014. Con gli occhi di una bambina. Maria Cervi, memoria pubblica della famiglia, Roma, Viella, 2020. Una giovane attrice intelligente. Lettere di Lucia Sarzi (1938 – 1940), con Luciano Casali, Roma, Viella, 2021. La critica è facile, l’arte è difficile. Copioni del repertorio della compagnia popolare Allegrini Sarzi, con Alfonso Cipolla, Torino, Seb27, 2023. Renzo Bonazzi, una storia speciale, Reggio Emilia, corsiero editore, 2026.
