C’è una domanda che nella provincia di Reggio Emilia andrebbe posta con serietà, senza accuse avventate e senza propaganda: chi sta davvero controllando l’andamento dei prezzi alimentari?
Non affermo l’esistenza di cartelli, accordi illeciti o intese tra operatori della grande distribuzione. Sarebbe grave dirlo senza prove. Ma quando una famiglia entra al supermercato con cento euro ed esce con molte meno cose di prima, quando il carrello si alleggerisce e lo scontrino si appesantisce, il silenzio della politica locale diventa un problema.
Le famiglie non vivono di statistiche. Vivono di pane, latte, pasta, olio, bollette, affitti, mutui, benzina, medicine, figli e anziani da assistere. Quando i prezzi aumentano, anche poco, per chi ha redditi bassi o medi quel “poco” diventa rinuncia quotidiana. Si compra meno, si sceglie il prodotto più economico, si rimanda una visita, si taglia dove si può.
La grande distribuzione è oggi uno dei luoghi centrali della vita economica delle famiglie. È lì che si misura davvero il disagio sociale di un territorio. Per questo è legittimo chiedersi perché nei consigli comunali se ne parli così poco, perché i sindaci non promuovano tavoli pubblici sul caro-spesa, perché Camera di Commercio, associazioni dei consumatori, categorie economiche e istituzioni locali non costruiscano un osservatorio permanente sui prezzi dei beni essenziali.

Non basta dire che il problema è nazionale. Le conseguenze sono locali. Le subiscono le famiglie di Reggio Emilia, Scandiano, Correggio, Guastalla, Montecchio, Castelnovo Monti, Novellara, Rubiera, Cavriago, Sant’Ilario, Bagnolo, Albinea, Bibbiano, Casalgrande. Le subisce chi lavora, chi vive di pensione minima, chi ha uno stipendio normale che fino a qualche anno fa bastava e oggi non basta più.
Il punto non è criminalizzare la grande distribuzione, che occupa lavoratori, offre servizi e sostiene una parte importante dell’economia. Il punto è chiedere trasparenza. Non caccia alle streghe, ma verifica. Non sospetto ideologico, ma attenzione pubblica.
La domanda politica è semplice: chi difende il cittadino consumatore quando il mercato diventa opaco?
Il consumatore vede offerte, volantini, tessere fedeltà, sconti, promozioni e prezzi civetta. Tutto sembra conveniente, ma alla cassa il conto resta pesante. Spesso non si capisce più quale sia il prezzo vero.
Serve quindi un monitoraggio serio, pubblico e mensile sui prodotti essenziali: pane, pasta, latte, uova, carne, frutta, verdura, olio, riso, farina, legumi, detersivi, prodotti per l’igiene e alimenti per bambini. Prezzi rilevati, confrontati e pubblicati. Non per accusare, ma per capire.
La politica locale deve smettere di occuparsi solo di eventi, inaugurazioni, festival, fotografie e comunicati stampa. La vita reale è una madre che conta le monete davanti allo scaffale, un pensionato che rinuncia all’olio, una coppia giovane che lavora in due e non riesce più a mettere nulla da parte.
Nessuno deve essere condannato senza prove. Ma nessuno deve essere lasciato senza domande. Se tutto è regolare, lo si dimostri con i numeri. Se gli aumenti dipendono dai costi della filiera, vengano spiegati. Se esistono distorsioni, si chiedano verifiche agli organismi competenti.
La trasparenza non danneggia il mercato sano. Lo rafforza. Danneggia solo l’opacità.
Da cittadino chiedo che nella provincia di Reggio Emilia il caro-spesa diventi un tema politico vero: pubblico, misurato, discusso, documentato. Le famiglie non chiedono miracoli. Chiedono rispetto. Chiedono che qualcuno si accorga che arrivare a fine mese è diventato più difficile.
Perché una provincia non si misura soltanto dal Pil o dalle imprese. Si misura anche da quanta dignità resta dentro il carrello della spesa.

Giacomo Scillia, per 20 segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista e scrittore di novelle, collabora con diverse testate.
