C’è una domanda semplice, quasi brutale, davanti alla nuova operazione sulla gestione in house dei parcheggi pubblici: il Comune di Reggio Emilia si riprende davvero il volante per guidare meglio la città o per puntare dritto alla cassa?
Perché alla fine, al netto di formule amministrative, delibere, società in house, delle parole ben pettinate e delle conferenze stampa, il nodo resta uno solo: chi paga? E la risposta, come sempre, è facilissima. Pagano i reggiani.
Pagano quando lasciano l’auto sulle strisce blu e vanno in centro per un caffè, un acquisto, un appuntamento di lavoro, una visita medica. Pagano quando provano ancora, ostinatamente, a vivere una città che negli ultimi anni ha reso il centro sempre più complicato e sempre meno competitivo rispetto ai centri commerciali, alle periferie organizzate, agli spazi dove il cittadino non viene trattato come un limone da spremere.
La gestione della sosta è un tema serio. Nessuno pretende parcheggi gratis ovunque, anarchia automobilistica o città consegnate al caos. Una città moderna deve regolare traffico, accessi, rotazione, mobilità, parcheggi, residenti e commercianti. Ma una cosa è governare la sosta per rendere la città più vivibile; altra cosa è trasformarla in una rendita stabile, comoda, quotidiana. Un bancomat urbano. Una piccola tassa mascherata da servizio.
E qui nasce il sospetto politico: non si sta forse costruendo una macchina pubblica capace di incassare direttamente, senza intermediari, milioni di euro dai cittadini? Non si sta forse dicendo ai reggiani: “Venite pure in centro, ma ricordatevi che ogni ora vi costa”?

Si parla di cifre importanti, di oltre venti milioni in cinque anni. Bene. Ma quei soldi non piovono dal cielo. Non li stampa il Comune. Non li regala qualche benefattore. Quei soldi escono dalle tasche di chi parcheggia. Escono a monete, a carte, ad app, a minuti, a frazioni d’ora. Escono dalle tasche dei cittadini comuni, quelli che non partecipano ai consigli d’amministrazione, non siedono nelle stanze dove si decide, non hanno titoli da esibire, ma ogni giorno devono semplicemente muoversi, lavorare, comprare, vivere.
Il punto, allora, non è fare una battaglia ideologica tra pubblico e privato. Sarebbe troppo facile. La domanda vera è un’altra: quei soldi torneranno alla città o finiranno nel grande calderone delle entrate comunali?
Perché se gli incassi della sosta servono a migliorare davvero parcheggi, accessibilità, sicurezza, manutenzione, illuminazione, trasporto pubblico, servizi per i residenti e sostegno al commercio, allora se ne può discutere. Ma se invece la sosta diventa soltanto una gallina dalle uova d’oro per tenere in piedi bilanci, compensare inefficienze e allargare strutture, allora bisogna dirlo chiaramente: non siamo davanti a una politica della mobilità, siamo davanti a una tosatura amministrativa.
E i reggiani, francamente, sono già stati tosati abbastanza.
Il centro storico soffre. I negozi faticano. Le vetrine si spengono. Molti cittadini entrano sempre meno in città perché trovano traffico, costi, difficoltà, insicurezza percepita, parcheggi cari, poca comodità. In questo quadro, aumentare il peso economico della sosta o gestirla come una leva di incasso rischia di essere l’ennesimo colpo a chi ancora resiste.
Il commerciante del centro non ha bisogno di slogan. Ha bisogno che la gente possa arrivare, fermarsi, comprare, tornare. Il residente non ha bisogno di sentirsi raccontare la grande strategia urbana. Ha bisogno di poter vivere senza essere assediato da tariffe, permessi, regolamenti e burocrazia. Il cittadino non ha bisogno di una città teoricamente sostenibile e praticamente ostile. Ha bisogno di una città accessibile, ordinata, sicura, pulita, funzionante.
E invece troppo spesso si ha l’impressione che la politica amministrativa ragioni al contrario: prima si incassa, poi si vedrà. Prima si costruisce la macchina, poi si cercherà una giustificazione nobile. Prima si mette il cittadino davanti al parchimetro, poi gli si spiega che è tutto per il suo bene.

No. Non basta dire “gestione pubblica” per rendere giusta un’operazione. Anche una gestione pubblica può essere fredda, esosa, burocratica, distante. Anche il pubblico può comportarsi da esattore. Anzi, quando il pubblico incassa direttamente dal cittadino, dovrebbe avere un dovere ancora maggiore di trasparenza: spiegare dove vanno i soldi, come vengono usati, quali benefici concreti producono.
Perché altrimenti la parola “pubblico” diventa solo una coperta elegante sopra una realtà molto più semplice: il Comune incassa e il cittadino paga.
E allora diciamolo senza ipocrisie: la sosta non può diventare una rendita politica. Non può essere il modo più comodo per finanziare una macchina amministrativa che fatica a trovare risorse altrove. Non può diventare la tassa silenziosa di chi entra in città. Non può essere il pedaggio quotidiano imposto a chi ancora crede nel centro storico.
Se il Comune vuole davvero riprendersi la gestione della sosta per servire Reggio Emilia, allora lo dimostri con atti precisi: tariffe intelligenti, agevolazioni reali per chi compra nei negozi del centro, sostegno ai commercianti, parcheggi più efficienti, controlli seri, manutenzione visibile, sicurezza nelle aree di sosta, collegamenti migliori, attenzione ai residenti e ai lavoratori.
Altrimenti resterà il sospetto più amaro: che dietro le parole sulla mobilità ci sia soprattutto una grande, ordinata, modernissima macchina per fare cassa.
E allora la domanda finale è inevitabile. Il senso dell’operazione è servire meglio Reggio Emilia o spiumare meglio i reggiani?

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
