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Voci dal Plata (1). L’anarchico reggiano Gobbi e gli Studi Sociali a Montevideo
di Fabrizio Montanari
A partire dal 1930, ogni fine mese con la nave passeggeri proveniente dall’Argentina, giungevano a Marsiglia, opportunamente nascosti fra le altre merci, numerosi pacchi di giornali antifascisti di ogni tendenza politica. Erano il frutto del lavoro politico svolto dalle comunità e dai circoli italiani dei paesi Latino-americani, desiderosi di contribuire anche da lontano alla resistenza antifascista. Marsiglia rappresentava una delle principali porte d’accesso all’Europa e per questo era una delle città più frequentate dagli esuli politici, dagli agenti segreti del controspionaggio italiano e dalle polizie di molti paesi.
Gli italiani d’altra parte erano di casa in quella città da almeno cent’anni, fin da quando Mazzini, Garibaldi e molti altri suoi seguaci vi avevano trovato rifugio e fondato la Giovine Italia.
Una volta sbarcati, i corrieri di dileguavano e quei fogli raggiungevano clandestinamente gli esuli antifascisti sparsi in tutta Europa, per poi giungere finalmente in Italia. Uno dei giornali più attesi, oltre ai Newyorkesi L’Adunata dei Refrattari e Italia Libera, era il bimensile anarchico Studi Sociali, stampato nella lontano Montevideo (Uruguay) dal prof. Luigi Fabbri e da alcuni aderenti al locale circolo libertario Volontà.
La sua influenza superava i confini dell’Uruguay per raggiungere tutti i compagni esuli in America Latina. Era talmente autorevole da essere considerato la voce anche degli anarchici residenti in Argentina, Brasile e Paraguay. Studi Sociali si distingueva dagli altri giornali per il carattere non squisitamente propagandistico e legato alla contingenza politica, ma come rivista votata a privilegiare l’impostazione storica, politica, culturale e formativa. Il contenuto di ogni numero, infatti, era oggetto di riflessioni, dibattiti e approfondimenti, che contribuivano molto alla definizione del programma antifascista, al rapporto con le altre forze politiche e allo sviluppo del movimento proletario internazionale. D’altra parte la situazione politica generale dell’Europa e quella dell’Italia in particolare stava precipitando e appariva ogni giorno più preoccupante.
Negli anni trenta del secolo scorso, infatti, mentre il fascismo stava vivendo la sua migliore stagione, riscuotendo il massimo dei consensi, molti antifascisti italiani di ogni fede politica, dopo il fallimentare tentativo Aventiniano seguito al delitto Matteotti e l’approvazione delle leggi e del Tribunale speciale, erano già emigrati oltre le Alpi. In Svizzera, in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna si erano formati e organizzati gruppi di esuli politici, si stampavano giornali, si preparavano azioni dimostrative e attentati al Duce. I partiti politici, sciolti e dispersi dopo l’emanazione delle leggi speciali del 1925, celebravano all’estero i loro congressi, si riorganizzavano per continuare nelle forme possibili la lotta antifascista, ormai impossibile in Patria. L’esigenza di unire le residue forze attorno a un programma minimo di lotta aveva dato vita in Francia alla “Concentrazione Antifascista”, che raccoglieva i rappresentanti di tutti i partiti antifascisti, tranne i comunisti. La necessità d’aiutare gli esuli in difficoltà, oltre a quelli detenuti nelle patrie galere aveva inoltre partorito il “Soccorso Rosso Internazionale”. La situazione che si trovarono a vivere gli esuli era in effetti drammatica sotto ogni punto di vista. Lontano da casa, senza un reddito e la conoscenza della lingua, seguiti e perseguitati ogni giorno dalla polizia, la loro sopravvivenza e quella delle loro famiglie dipendeva spesso dalla solidarietà dei compagni di fede e dalla loro personale capacità d’adattamento alla vita clandestina.
Molti tra i più noti e prestigiosi rappresentanti dell’antifascismo italiano erano già morti o presto lo sarebbero stati: Giacomo Matteotti nel 1924, Anna Kuliscioff nel 1925, Piero Gobetti e Giovanni Amendola nel 1926. A questi seguirono nel volgere di pochi anni Camillo Prampolini nel 1930, Errico Malatesta e Filippo Turati nel 1932, Luigi Fabbri nel 1935, Pietro Montasini nel 1936, Camillo Berneri, i fratelli Rosselli e Antonio Gramsci nel 1937.
Sorvegliati dall’O.V.R.A., che li voleva catturare e consegnarli alla polizia italiana, espulsi da diversi paesi, che preferivano sottostare ai pressanti inviti delle autorità italiane perché venissero identificati, arrestati e riportati in Italia, piuttosto che rompere definitivamente i rapporti con Roma, gli antifascisti vivevano costantemente nel timore d’essere spiati, espulsi o uccisi. È ciò che accade ai fratelli Rosselli, assassinati da una organizzazione estremistica della destra francese al soldo dei servizi segreti italiani. Per sopravvivere svolgevano i mestieri più diversi, senza per questo perdere i contatti con i loro compagni di fede in Italia e all’estero. Tra questi c’era il rilegatore di libri e anarchico reggiano Torquato Gobbi (1888-1963), che vantava un passato d’attivista di tutto rispetto nel movimento libertario. Acceso oppositore dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, aveva convinto, nel 1916 Camillo Berneri ad abbandonare il PSI, la cui linea politica (né aderire né sabotare) considerava troppo arrendevole ed equivoca. Animatore del circolo anarchico Spartaco di Reggio Emilia, sindacalista dell’USI (Unione sindacale italiana), diffusore della stampa anarchica e dell’Esperanto, da lui considerata la lingua che avrebbe dovuto diventare patrimonio di tutto il movimento internazionale, aveva subito a più riprese le violenze delle squadre fasciste, tanto da dover riparare a Milano
(1 continua) .
Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.