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Il centro storico: San Pietro e Santo Stefano, i quartieri dimenticati
di Giacomo Scillia
Ci sono quartieri che sembrano esistere solo sulle cartine del Comune. Quartieri nominati nei discorsi ufficiali, citati nei programmi elettorali, evocati quando fa comodo parlare di città diffusa, prossimità, partecipazione, rigenerazione urbana. Poi, però, quando si tratta di presenza concreta, cura quotidiana, sicurezza, decoro, ascolto vero, questi stessi quartieri diventano improvvisamente periferia dell’attenzione politica.
San Pietro e Santo Stefano, a Reggio Emilia, conoscono bene questa sensazione.
Non sono luoghi qualunque. Sono pezzi vivi della città, zone con storia, commercio, residenti, famiglie, anziani, attività economiche, problemi reali e potenzialità enormi. Non sono retrobotteghe urbane. Non sono passaggi secondari. Non sono spazi da ricordare soltanto quando bisogna tagliare un nastro, annunciare un evento, fare una fotografia o raccontare l’ennesima narrazione rassicurante della città che funziona.
Eppure, da tempo, molti cittadini hanno l’impressione di essere trattati come abitanti di una Reggio minore. Una Reggio che paga, lavora, subisce, segnala, aspetta, ma riceve meno attenzione rispetto ad altre zone sempre illuminate, sempre curate, sempre al centro della scena pubblica.
La domanda, allora, è semplice: San Pietro e Santo Stefano sono parte piena della città o sono soltanto quartieri da sopportare amministrativamente?
Perché il tema è tutto qui. Non basta amministrare il centro simbolico della città. Non basta concentrare iniziative, eventi, presidi, ordinanze, comunicazione e attenzione sempre negli stessi luoghi. Una città seria si giudica anche da come tratta le sue zone meno celebrate. Anzi, soprattutto da lì. Dalle strade dove i residenti convivono con problemi quotidiani. Dai portici lasciati al caso. Dalle attività commerciali che faticano. Dagli anziani che chiedono sicurezza senza essere accusati di allarmismo. Dai cittadini che non pretendono miracoli, ma rispetto.
Qui nessuno chiede l’impossibile. Si chiede semplicemente una città governata con equilibrio. Una città dove la cura non sia distribuita a macchia di leopardo. Una città dove non esistano quartieri di serie A e quartieri di serie B. Una città dove il decoro non venga usato come parola da manifesto, ma praticato come dovere amministrativo.
Perché il decoro non è una fissazione estetica. Il decoro è dignità. È illuminazione. È pulizia. È manutenzione. È controllo del territorio. È ascolto dei commercianti. È attenzione ai residenti. È capacità di prevenire il degrado prima che diventi abitudine. È non lasciare che alcune zone scivolino lentamente in una normalità fatta di rassegnazione.
E quando una giunta non riesce a dare questa risposta, è legittimo dirlo. Non come insulto personale, ma come giudizio politico. A nostro avviso, questa amministrazione ha dimostrato, su questi quartieri, una preparazione insufficiente, una visione debole e una capacità di intervento non adeguata alla complessità dei problemi. Non è una offesa. È una valutazione politica. Ed è il sale della democrazia.
I cittadini hanno il diritto di giudicare chi governa. Hanno il diritto di dire: non ci avete ascoltato abbastanza. Non siete stati presenti abbastanza. Non avete capito abbastanza. Avete parlato molto di città, ma troppo poco di chi la città la vive ogni giorno, anche nelle sue zone più difficili.
San Pietro e Santo Stefano non chiedono passerelle. Chiedono rispetto.
Non chiedono slogan. Chiedono interventi.
Non chiedono promesse. Chiedono continuità.
Non chiedono di essere ricordati soltanto sotto elezioni. Chiedono di non essere dimenticati tra una campagna elettorale e l’altra.
Per troppo tempo la politica locale ha pensato che bastasse raccontare una Reggio ordinata, europea, progressista, accogliente, vivibile. Ma il racconto non basta più. La città reale è più dura dei comunicati. È fatta di marciapiedi, vetrine, saracinesche, parcheggi, panchine, angoli bui, piccoli episodi ripetuti, fastidi quotidiani, segnalazioni che cadono nel vuoto, persone che abbassano la testa e tirano avanti.
Una buona amministrazione non deve innamorarsi della propria propaganda. Deve camminare nei quartieri. Deve guardarli senza filtri. Deve ascoltare anche le voci scomode. Deve accettare che la critica non è sempre opposizione strumentale: spesso è l’ultimo modo civile con cui i cittadini cercano di farsi sentire.
Ecco perché la memoria diventerà politica.
Alle prossime amministrative, San Pietro e Santo Stefano si ricorderanno del trattamento ricevuto. Si ricorderanno di chi c’era e di chi non c’era. Di chi ha ascoltato e di chi ha minimizzato. Di chi ha promesso e di chi ha realizzato. Di chi ha guardato questi quartieri come parte della città e di chi li ha considerati margine, fastidio, problema secondario.
Il voto non è una vendetta. È uno strumento democratico. È il momento in cui il cittadino presenta il conto politico, senza urlare, senza offendere, senza inseguire nessuno. Semplicemente scegliendo. E scegliendo ricorda.
Ricorda le strade trascurate.
Ricorda i commercianti lasciati soli.
Ricorda le richieste non ascoltate.
Ricorda la sensazione di vivere in quartieri meno considerati.
Ricorda le parole dette e i fatti mancati.
Perché la democrazia funziona così: chi governa ha il tempo per dimostrare. Chi è governato ha il diritto di valutare. E quando la valutazione è negativa, non serve insultare. Basta cambiare voto.
San Pietro e Santo Stefano meritano una politica più presente, più competente, più concreta. Una politica che non arrivi solo quando c’è da fare campagna elettorale. Una politica che sappia distinguere tra immagine e realtà, tra comunicazione e amministrazione, tra evento e governo quotidiano.
Reggio Emilia non può permettersi quartieri dimenticati. Non può permettersi zone lasciate a metà. Non può continuare a raccontarsi come città modello se poi una parte dei suoi cittadini si sente trattata come un problema laterale.
La città è una sola. O si tiene insieme tutta, oppure si divide lentamente tra chi viene ascoltato e chi deve arrangiarsi.
E chi oggi si sente costretto ad arrangiarsi, domani voterà ricordando.
Non con rabbia cieca. Con memoria.
Non con odio. Con giudizio.
Non con vendetta. Con dignità civica.
San Pietro e Santo Stefano non chiedono privilegi. Chiedono parità di attenzione. Chiedono rispetto amministrativo. Chiedono che la parola “quartiere” non sia una formula vuota da usare nei programmi elettorali, ma un impegno concreto da onorare ogni giorno.
E se questa giunta non è stata capace di dimostrarlo in modo convincente, allora sarà giusto dirlo nelle urne.
Perché i cittadini possono sopportare molto.
Ma non dimenticano tutto.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.