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Prima hanno desertificato le piazze, ora scoprono che servono gli alberi
di Giacomo Scillia
C’è qualcosa di quasi comico, se non fosse triste, in questa nuova illuminazione amministrativa: dopo anni in cui il centro storico è stato svuotato, reso difficile, raffreddato, burocratizzato, controllato più che vissuto, adesso si scopre che le piazze sono invivibili perché manca il verde. Ma guarda un po’.
Ci voleva davvero un convegno, una strategia, una parola inglese, una consulenza, una “progettazione dedicata” per capire che una piazza senza alberi, senza ombra, senza sedute vere, senza vita attorno, d’estate diventa una padella? Bastava uscire alle tre del pomeriggio in piazza della Vittoria, sedersi cinque minuti sotto il sole, e il piano climatico veniva fuori da solo. Gratis.
Il problema non è il verde. Il verde serve, eccome. Il problema è che questi amministratori arrivano sempre dopo. Prima lasciano morire i luoghi, poi fanno il funerale con le brochure. Prima rendono le piazze corridoi di pietra, poi si accorgono che la pietra brucia. Prima parlano di riqualificazione, poi scoprono che una riqualificazione senza anima è solo arredamento urbano costoso. Prima svuotano il centro, poi si domandano perché la gente non ci va più.
Qualche anno fa hanno “diversificato”, “riqualificato”, “ripensato”. Belle parole. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: piazze più fredde, meno vissute, meno popolari, meno accoglienti. Ora, davanti all’evidenza, si cambia lessico: resilienza climatica, Urban Nature, superfici verdi, zone d’ombra. Tutto giusto, per carità. Ma sembra sempre la stessa medicina somministrata dopo aver aggravato la malattia.
E allora viene da dire: più che grandi strategie, qui servirebbe un po’ di buon senso. Quello che aveva qualunque anziano seduto su una panchina all’ombra. Quello che sapeva già che una città vive se ci sono alberi, persone, negozi, sicurezza, bellezza, manutenzione, pulizia, socialità. Non se si fanno annunci a puntate.
Danno l’impressione, politicamente parlando, di una classe dirigente capace di complicare anche la gestione di un condominio: prima tolgono le piante dall’androne perché “sporcano”, poi convocano un’assemblea straordinaria per discutere dell’assenza di verde. Prima spengono la luce, poi presentano il progetto per aumentare la luminosità.
Reggio Emilia non ha bisogno dell’ennesima trovata comunicativa. Ha bisogno di piazze vive, non di piazze fotografate. Ha bisogno di alberi veri, non di rendering. Ha bisogno di amministratori che camminino nei luoghi prima di deliberare sui luoghi. Che stiano in centro quando il centro è vuoto, quando fa caldo, quando i negozi chiudono, quando la sera resta solo il rumore delle sedie impilate.
Il verde va fatto, subito e bene. Ma non raccontiamolo come se fosse una scoperta geniale. È una riparazione tardiva. Necessaria, certo. Ma tardiva.
Perché la verità è semplice: chi governa una città dovrebbe capire prima ciò che i cittadini subiscono dopo. Qui invece accade il contrario. I cittadini vivono il problema, l’amministrazione lo riconosce anni dopo, e poi lo presenta come visione.
Non è visione. È ritardo con la fascia tricolore.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.