C’è un dato che, letto in fretta, potrebbe sembrare soltanto una piccola notizia economica. Nei primi tre mesi del 2026 le imprese giovanili in provincia di Reggio Emilia sono cresciute di 57 unità rispetto all’anno precedente, arrivando a quota 3.591 attività. In percentuale significa un aumento dell’1,6%. Non una rivoluzione, certo. Ma in un Paese dove l’impresa giovanile arretra, dove molti ragazzi guardano più facilmente all’estero che al proprio territorio, dove aprire una partita Iva o una piccola attività è spesso un salto nel buio, quel segno più merita attenzione.
Reggio Emilia, in questo caso, non segue la media nazionale. La supera. Mentre il dato italiano mostra una flessione, la provincia reggiana registra una tenuta positiva, superiore anche alla media regionale. È un segnale economico, ma anche sociale. Perché dietro quei numeri non ci sono solo codici fiscali, visure camerali e registri d’impresa. Ci sono giovani che hanno deciso di mettersi in gioco. C’è chi apre un’attività nei servizi, chi prova nel commercio, chi lavora nell’edilizia, chi porta avanti un mestiere, chi tenta una strada autonoma invece di aspettare che qualcuno gli costruisca il futuro.
Il dato più forte riguarda proprio la presenza delle imprese under 35 nel tessuto economico reggiano: il 7,7% del totale. Una percentuale che colloca Reggio Emilia sopra Piacenza e Parma. Non è un dettaglio secondario. Vuol dire che, nonostante i costi, la burocrazia, la difficoltà di accesso al credito, gli affitti, l’incertezza dei consumi e una pressione fiscale spesso scoraggiante, esiste ancora una generazione che non si rassegna al ruolo di spettatrice.
È interessante osservare dove si concentrano queste imprese. Il primo settore è quello delle costruzioni, con 909 attività giovanili, pari al 25,3% del totale. Poi arrivano i servizi, con 787 imprese, e il commercio, con 732. Questo racconta una provincia concreta, poco incline alla retorica astratta delle startup raccontate come favole da convegno. Qui il giovane imprenditore non è soltanto quello che inventa un’app o cerca fondi in qualche incubatore. È anche chi sale su un furgone alle sette del mattino, chi apre una serranda, chi fa preventivi, chi tratta con clienti sempre più esigenti, chi lavora nei cantieri, chi tiene insieme competenza, fatica e coraggio.
È una crescita giovane, ma non necessariamente facile. La quasi totalità delle imprese under 35 è costituita da ditte individuali. Questo significa libertà, certo, ma significa anche solitudine. Dietro una ditta individuale spesso c’è una persona sola che rischia in proprio, che anticipa spese, che firma contratti, che risponde ai clienti, che paga contributi e tasse anche quando il lavoro rallenta. È l’imprenditoria più fragile e più esposta, quella che non ha grandi uffici legali, consulenti permanenti o strutture alle spalle. È l’impresa del volto, del nome, della responsabilità personale.
Per questo il dato va accolto con favore, ma non va trasformato in propaganda. La crescita c’è, ed è positiva. Ma ora bisogna chiedersi che cosa si fa per accompagnarla. Perché un giovane che apre un’attività non ha bisogno soltanto di essere celebrato nelle statistiche. Ha bisogno di credito accessibile, tempi amministrativi rapidi, formazione vera, spazi adeguati, canoni sostenibili, meno complicazioni inutili, più ascolto da parte delle istituzioni e delle associazioni economiche.
Reggio Emilia ha una tradizione imprenditoriale importante, fatta di artigianato, cooperazione, piccola e media impresa, lavoro diffuso e capacità di adattamento. Ma una tradizione non basta se non viene consegnata alle nuove generazioni con strumenti moderni. Il rischio è che i giovani entrino nel mercato con entusiasmo e ne escano dopo pochi anni per stanchezza, costi e isolamento. Aprire un’impresa è difficile; tenerla viva lo è molto di più.
La distribuzione territoriale del fenomeno dimostra che non tutto si concentra nel capoluogo. Certo, Reggio Emilia città raccoglie una quota importante di imprese giovanili, ma numeri significativi arrivano anche da comuni come Campegine, Reggiolo, Sant’Ilario d’Enza, Montecchio Emilia, Fabbrico e Albinea. Questo è un altro elemento da non sottovalutare. La vitalità economica giovanile non riguarda solo il centro urbano, ma attraversa la provincia. È una presenza diffusa, quasi capillare, che può diventare un antidoto allo svuotamento economico dei territori minori.
Ma perché ciò accada serve una politica economica meno rituale e più concreta. Servono bandi semplici, non labirinti di carte. Servono sportelli che accompagnino davvero chi apre un’attività, non soltanto uffici che consegnano moduli. Serve una rete tra imprese mature e giovani imprenditori. Serve un sistema bancario che non guardi un ragazzo di trent’anni come un rischio da evitare, ma come una possibilità da costruire. Serve anche una cultura sociale meno sospettosa verso chi prova a fare impresa.
Perché oggi mettersi in proprio da giovani è quasi un atto di fiducia. Fiducia nel territorio, nel lavoro, nei clienti, nella propria capacità di resistere. E questa fiducia non va sprecata.
Il dato sulle imprese under 35 non dice che tutto va bene. Dice però che qualcosa si muove. Dice che una parte giovane di Reggio Emilia non vuole vivere solo di attesa, concorsi, precarietà o fuga. Dice che esiste ancora un’energia imprenditoriale che cerca spazio. Forse piccola, forse fragile, forse ancora troppo sola. Ma reale.
E allora la domanda vera è questa: Reggio Emilia saprà limitarsi ad applaudire questi giovani quando compaiono nelle statistiche, oppure saprà metterli nelle condizioni di durare?
Perché un’impresa giovane che nasce è una buona notizia. Ma un’impresa giovane che sopravvive, cresce, assume, innova e resta sul territorio è molto di più: è un pezzo di futuro che non se ne va.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
