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Tari: la politica lo chiama progresso, per i cittadini resta il conto da pagare
di Giacomo Scillia
La prima forma di rispetto verso i cittadini dovrebbe essere la misura nelle parole. Soprattutto quando si parla di tasse. Soprattutto quando si parla di soldi che escono dalle tasche delle famiglie, dei pensionati, dei lavoratori, dei commercianti, dei proprietari di casa. Per questo, quando una misura sulla Tari viene presentata come una “rivoluzione”, è legittimo chiedersi: rivoluzione per chi?
La Tari non è una parola tecnica da comunicato stampa.
La Tari è una tassa.
È denaro vero.
È una voce pesante nei bilanci familiari.
E allora bisognerebbe avere il pudore di non trasformare ogni modifica amministrativa in una conquista storica. Perché i cittadini non vivono dentro gli slogan. Vivono tra bollette, rincari, scadenze, stipendi fermi, pensioni consumate e conti sempre più difficili da far quadrare. Da anni il meccanismo è lo stesso: si annuncia un beneficio, si parla di equità, si racconta una svolta. Poi, nella realtà, qualcuno riceve uno sconto e qualcun altro continua a pagare. Sempre gli stessi.
Pagano le famiglie che non sono abbastanza povere per essere aiutate, ma non abbastanza ricche per stare tranquille. Pagano i pensionati con una casa costruita in una vita di lavoro. Pagano i piccoli commercianti già schiacciati da costi, utenze e burocrazia. Pagano i proprietari, spesso trattati come privilegiati, ma caricati di tasse, manutenzioni e responsabilità.
Non si tratta di negare gli aiuti a chi ha davvero bisogno. Una comunità civile deve sostenere i più fragili. Ma aiutare qualcuno non può significare scaricare sempre il costo sugli stessi cittadini silenziosi, quelli che lavorano, pagano, non chiedono nulla e vengono ricordati solo quando c’è da incassare.
La Costituzione parla di capacità contributiva e progressività. Ma nella vita reale molti cittadini vedono altro: una pressione continua su chi è più facile tassare, controllare, raggiungere.
Case, utenze, attività, conti, bollette. Tutto tracciato. Tutto richiesto. Tutto dovuto. E intanto la politica parla di rivoluzione.
Ma la vera rivoluzione sarebbe un’altra: dire la verità. Dire chi paga. Dire quanto paga. Dire chi riceve il beneficio e chi ne resta fuori. Dire con chiarezza che ogni agevolazione ha un costo e che quel costo ricade su altri cittadini.
La trasparenza non è un favore. È un dovere. Perché i cittadini non sono sudditi da tranquillizzare con le parole giuste. Sono persone adulte, che mantengono la macchina pubblica con il proprio lavoro e i propri sacrifici.
La Tari, in fondo, è il simbolo di una stanchezza più grande. La stanchezza di chi paga sempre. Di chi non riceve bonus. Di chi non rientra nei parametri. Di chi non protesta, ma ogni anno si ritrova davanti l’ennesimo conto.
Una città giusta non si costruisce dividendo i cittadini tra chi riceve e chi paga. Si costruisce distribuendo i sacrifici con equilibrio, rispetto e serietà.
Per questo chiamare “rivoluzione” ciò che per molti resta soltanto una tassa da pagare è fuori misura. La vera rivoluzione sarebbe smettere di usare parole grandi per coprire problemi molto concreti. Perché sulla Tari, come su tante altre cose, i cittadini non chiedono miracoli.
Chiedono solo rispetto.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.