La strage di Bologna, avvenuta sabato 2 agosto 1980 alle ore 10.25 alla stazione centrale, è stato il più grave attentato terroristico di matrice neofascista nella storia dell’Italia repubblicana. Un ordigno ad alto potenziale, contenuto in una valigia abbandonata nella sala d’aspetto di seconda classe, provocò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.
Tra le vittime della Strage, vi furono anche tre persone originarie o residenti nel reggiano. Romeo Ruozi (54 anni), originario di Reggio Emilia, ma residente a Bologna, si trovava in stazione ad accogliere dei familiari. Anche Vittorio Vaccaro (24 anni), operaio ceramista, residente a Casalgrande, rimase ucciso, insieme alla madre Eleonora Geraci, abitante a Scandiano, nella sala d’attesa proprio della seconda classe della stazione. Stavano aspettando un parente in arrivo dalla Sicilia.
Non sembra possibile sapere invece se vi siano stati dei feriti reggiani, perché i registri medici ufficiali non sarebbero stati suddivisi in base alla provincia di provenienza. Si può, però, affermare che dei feriti gravi ricoverati negli ospedali bolognesi e in altri della Regione, fra cui quello di Reggio Emilia, non risultano cittadini reggiani.
Dopo la Bomba
In un primo momento, come viene riportato nel servizio del TG3 (vedi video), sia il governo, con le prime dichiarazioni del presidente del Consiglio Francesco Cossiga, sia le varie autorità avanzarono l’ipotesi dell’esplosione della caldaia del bar della stazione o della centrale termica. Un tentativo di spiegazione che durerà solo poche ore, spazzato via dall’evidenza dei rilievi scientifici. Sotto le macerie si trovavano i locali delle cucine e del ristorante le cui caldaie erano intatte. Gli esperti constatarono che i danni strutturali erano incompatibili con uno scoppio di vapore o di gas. Nel tardo pomeriggio del 2 agosto, i medici legali e i periti chimici trovarono tracce di zolfo, tritolo e T4 sulle macerie, sui corpi delle vittime e nei bagagli.
Era stata una bomba.
Dopo una lunga serie di processi, svoltisi nell’arco di circa 45 anni tra indagini e iter giudiziario, sono stati individuati come esecutori materiali della strage cinque esponenti del terrorismo neofascista e condannati all’ergastolo: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), condannati in via definitiva nel 1995; Luigi Ciavardini: minorenne all’epoca dei fatti, la sua condanna definitiva a 30 anni è arrivata nel 2007; Gilberto Cavallini, terrorista dei Nar, condannato definitivamente in Cassazione a inizio 2025.
Infine, il reggiano Paolo Bellini, militante di Avanguardia nazionale, finito sul banco degli imputati per avere materialmente partecipato all’attentato, riconosciuto nel corso dell’udienza del 21 luglio 2021 da sua moglie in un filmato amatoriale ripreso casualmente sul luogo della strage. Condannato all’ergastolo in primo grado nell’aprile 2022, pena confermata in via definitiva dalla Cassazione il 1° luglio 2025.






Depistaggi e iter giudiziari
I depistaggi sulla strage di Bologna sono stati attuati per allontanare i sospetti dai terroristi neofascisti e coprire i mandanti legati alla loggia massonica P2.
La vicenda giudiziaria legata alla strage di Bologna è stata complicata nell’individuare le responsabilità. Diversi i gradi di giudizio che si sono succeduti: primo processo 1987, poi l’appello nel 1990 che sovverte il verdetto di primo grado assolvendo tutti gli indagati. Solo il 23 novembre 1995 si arriva alla sentenza definitiva della Corte di Cassazione, con la condanna all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (che si sono sempre dichiarati innocenti, pur avendo apertamente rivendicato vari altri omicidi di quegli anni). Sono condannati a 10 anni, per il depistaggio delle indagini, l’ex capo della loggia massonica “P2” Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza e i due alti ufficiali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, rispettivamente generale e colonnello del servizio segreto militare (Sismi). Nel 2007, viene poi condannato a 30 anni per l’esecuzione della strage anche Luigi Ciavardini (minorenne all’epoca dei fatti).
Nel 2017 è stato rinviato a giudizio per concorso nella strage di Bologna, il terrorista dei Nar Gilberto Cavallini. Il 9 gennaio 2020 Cavallini, già condannato a otto ergastoli, è stato ritenuto colpevole per concorso nella strage con sentenza del 2023. Il 6 aprile 2022 è stata emessa la sentenza del «cosiddetto processo ai mandanti per la Strage alla Stazione di Bologna, che ha condannato all’ergastolo il reggiano Paolo Bellini, a sei anni Piergiorgio Segatel, l’ex capitano dei carabinieri accusato di depistaggio, e a quattro anni Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini di via Gradoli a Roma, accusato di false informazioni al Pubblico ministero al fine di sviare le indagini» (Rai Cultura).
Nel luglio del 2024 la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo per l’ex esponente dell’organizzazione neofascista Avanguardia nazionale, il reggiano Paolo Bellini, e nel gennaio 2025 la Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo nei confronti dell’ex Nar Gilberto Cavallini, accusato di concorso nell’attentato. Nel luglio 2025, seconda sentenza emessa dai giudici della Cassazione con condanna definitiva all’ergastolo per Bellini, e «conferma della condanna a sei anni per l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel per depistaggio e a quattro anni per Domenico Catracchia, amministratore di alcuni condomini di via Gradoli a Roma, per false informazioni al pubblico ministero» (Rai Cultura).
Il nome di Domenico Catracchia (deceduto nel 2026) è legato indirettamente alle indagini sul sequestro e sul delitto di Aldo Moro, come figura chiave dei misteri riguardo il covo delle Br di via Gradoli 96 a Roma, dove fu nascosto il presidente della Democrazia cristiana dopo l’azione di via Fani, il 16 marzo 1978. Catracchia è stato l’amministratore immobiliare e unico gestore delle società proprietarie di numerosi appartamenti in via Gradoli, e la palazzina dove fu tenuto in ostaggio Moro «è stata definita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta come “marchiata” dai servizi segreti».
Nel 1978, durante i 55 giorni del sequestro Moro, Mario Moretti (sotto il falso nome di ingegner Borghi), il capo delle Brigate Rosse, utilizzò come base operativa principale l’interno 11 della palazzina di via Gradoli 96. Catracchia era l’amministratore di quel condominio.
(Il video a corredo dell’articolo contiene diversi spezzoni del TG3 andato in onda il 2 agosto 1980, poco dopo la strage)
