Negli anni cinquanta chi non era filosovietico e quindi stalinista, era accusato d’essere filoamericano e complice del capitalismo. Era la logica imposta dalla guerra fredda e dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Perseguire una terza via equivaleva a mettere tutti sullo stesso piano, non identificare le responsabilità e commettere un reato che meritava una dura condanna. Erano gli anni seguiti alla rottura tra Tito e Stalin, sancita dalla condanna sancita dal Cominform nel 1948. O si stava con Mosca, il difensore della pace nel mondo, o si era considerati dei traditori e dei rinnegati.
Tutto ciò lo impararono a loro spese nel 1951 anche due tra i più amati deputati emiliani: Aldo Cucchi (1911-1980, medaglia d’oro della Resistenza, medico e docente universitario, nonché consigliere comunale a Bologna) e Valdo Magnani (1912-1982, medaglia di bronzo della Resistenza, laureato in filosofia e scienze economiche), che nel gennaio di quell’anno si dimisero dal partito. La stessa scelta la fecero anche Riccardo Cocconi, presidente della Federcoop di Reggio, e il professor Mariani, membro del Comitato Federale. Per Magnani, che aveva combattuto nella resistenza jugoslava e aveva frequentato i massimi dirigenti comunisti di quel paese, tutto apparve assurdo e inaccettabile.
I suoi rapporti personali con Togliatti e la frequentazione della sua casa erano noti a tutti. La stima e la considerazione che Magnani godeva presso la direzione nazionale ne faceva un personaggio di statura nazionale. Abile oratore, i suoi comizi erano seguitissimi e richiamavano compagni da tutte le sezioni della provincia.
Lo strappo si consumò il 19 gennaio 1951 al Teatro Municipale di Reggio quando Magnani, al termine della sua relazione congressuale, estrasse dal taschino della giacca e aggiunse: “Dobbiamo dichiarare che ove l’Italia non sia attaccata e quindi in stato di guerra, i comunisti non considerano via della loro rivoluzione democratica il passaggio delle frontiere da parte degli eserciti socialisti”. Prendeva in sostanza le distanze dall’Urss e dalla concezione dello stato-guida. Il documento invitava inoltre il Congresso ad assumere posizione contro chiunque, quindi anche l’Urss, varcando militarmente le nostre frontiere, intendesse aggredire il paese. In fondo erano le tesi già sviluppate da Gramsci e da Togliatti quando quest’ultimo, a partire dalla svolta di Salerno, aveva parlato di via nazionale al socialismo. I tempi però erano cambiati e tutto il partito si era accordato acriticamente alle tesi Mosca.



I 480 delegati rimasero scioccati dalle parole del segretario e un pesantissimo silenzio invase la platea. Antonio Roasio fu visto impallidire e i lavori da quel momento continuarono a porte chiuse. Gli venne richiesta una ritrattazione, e Magnani con un discorso giudicato troppo reticente, ritirò l’ordine del giorno, giudicandolo prematuro. La situazione diventò imbarazzante perché Valdo Magnani era non solo un uomo di vasta cultura e un ex partigiano ma anche cugino di Nilde Iotti, la compagna di Togliatti.
Occorreva prendere subito le distanze da quei due traditori. E così avvenne anche se Magnani fu tuttavia rieletto negli organi federali e indicato come delegato al congresso nazionale.
Dopo un mancato chiarimento con la Direzione nazionale, il 24 gennaio uscì dal partito insieme ad Aldo Cucchi, dimettendosi anche da deputati, ma la Camera dei Deputati, come di prassi, respinse le loro dimissioni. Onder Boni, compagno di provata fede, anche se di diversa levatura politica e culturale, fu eletto segretario della federazione reggiana.
Subito dopo con Ignazio Silone fondarono il Movimento dei lavoratori e il settimanale Risorgimento socialista. Nel 1953 diedero vita All’Unione dei socialisti indipendenti, che raccolse esponenti di diversa matrice politica: socialdemocratici, azionisti, cattolici dissidenti e comunisti.
Alle elezioni del giugno 1953 ottennero un risultato deludente, circa 225.000, pari allo 0,8% e nessun eletto. Tra i collaboratori del giornale vanno ricordati: Ignazio Silone, Alfonso Gatto, Giuliano Pischel, Italo Pietra, Giuliano Vassalli, Massimo Fichera, Lucio Libertini.
Nelle sezioni comuniste circolò a lungo un velenoso opuscolo dal titolo “Due agenti dell’imperialismo”, che contribuì a condannarli definitivamente alla gogna e alla morte civile. Le loro famiglie furono costrette a trasferirsi in altre città per evitare troppe umiliazioni ai figli.
Lo scrittore Mario Tobino raccontò: “I compagni si davano il cambio, erano come agenti in borghese, dando vita a un assedio che durava tutte le 24 ore e che in città era alimentato da insulti, occhiate d’odio, ghigni di disprezzo, rendendo le loro case come trincee circondate”.
Sull’Unità del 28 febbraio Togliatti, che al momento dello strappo era a Mosca, ricordò ai compagni che “anche nella criniera di un cavallo da corsa si possono trovare due o tre pidocchi”. Una vera e pria scomunica. Magnani e Cucchi finirono dunque per impersonare, secondo lo storico F. Barbagallo “il dramma politico e umano di quei dirigenti e militanti comunisti, insofferenti alle ultime aberrazioni teorico-pratiche staliniane”.
Dopo la confluenza nel PSI (1957) e alcuni falliti tentativi d’essere eletto in Parlamento, nel 1961 Magnani rientrò senza autocritiche nel PCI, mentre Cucchi aderì al PSDI. Negli anni seguenti non fece più politica attiva ma fu dirottato alla presidenza della Lega delle cooperative.

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
