L’imminente decreto legge sull’integrazione scolastica, annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che fissa un tetto del 30% per gli alunni non italiani e corsi di italiano per i genitori “dovrà dire – afferma Carmelo Randazzo, segretario generale Cisl Scuola Emilia Centrale – chi accerta la difficoltà, con quali criteri, quante ore sono previste e come si conciliano corsi, lavoro, trasporti e cura dei figli. E deve essere chiaro che l’italiano per gli adulti è un diritto e uno strumento prezioso di partecipazione e integrazione. Non può diventare un obbligo senza condizioni, né l’alibi per ignorare il depotenziamento a Reggio dei Centro per l’istruzione degli adulti (Cpia)”.
“Nell’a.s. 2025/26 – afferma la Cisl – gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati 13.247, il 18,2% del totale; nella sola scuola statale 12.003. Ma 8.020, il 66,8%, sono nati in Italia; all’infanzia sono l’81,3%, alle primarie il 72,1%. Non esiste un dato che quantifichi quanti non parlino italiano: la cittadinanza non misura la competenza linguistica. Fare questa confusione significa non leggere correttamente i bisogni reali degli studenti”.
La pressione più marcata – prosegue il sindacato – si concentra nelle primarie cittadine Lepido (46,2%), Manzoni (45,8%), Da Vinci (43,7%) e Galilei (43,1%); alle medie Ligabue arriva al 49,5%, Galilei al 44,5%, Da Vinci al 38,3%. Fuori città, l’IC Fabbrico-Rolo raggiunge il 43,4% alle primarie e il 33,3% alle medie; Luzzara il 37,3% e il 31,1%”.

“La scuola deve rimanere, invece, luogo di integrazione, dialogo e inclusione, ma l’integrazione – sottolinea Randazzo – non si costruisce con automatismi anagrafici o percentuali applicate con il righello. Servono organico L2, mediatori, tempo scuola e una regia con Comuni e scuole. Se si vogliono introdurre nuovi obblighi, occorre contemporaneamente mettere scuole e Cpia) nelle condizioni concrete di attuarli: con personale, sedi e risorse adeguate. Altrimenti il rischio è che una misura annunciata come soluzione diventi un ulteriore problema scaricato sulle scuole”.
Randazzo stigmatizza il fatto che nel frattempo avendo accorpato il Centro per l’istruzione degli adulti (Cpia) di Reggio se ne è appesantita la funzionalità “riducendone autonomia, capacità organizzativa e prossimità annunciando poi che proprio quel centro dovrà accogliere obbligatoriamente i genitori degli alunni stranieri con gravi problemi di inserimento. È una contraddizione che va affrontata partendo dalla realtà delle scuole e dei territori”.
La Cisl ricorda che a Reggio Emilia la “fusione dei due Cpia ha concentrato in una sola autonomia una rete costruita negli anni: 33 sedi, dalla montagna alla Bassa. L’ultima rilevazione conta 2.558 iscritti, di cui 2.331 ai corsi di alfabetizzazione; prima dell’accorpamento i due Cpia avevano già oltre 2.500 frequentanti e 1.800 persone in lista d’attesa. Ciò che denunciavamo ora è realtà: affidare al Cpia depotenziato nuovi compiti senza accompagnarlo con un adeguato rafforzamento di organici, mediazione, personale amministrativo, sedi e risorse rischia di mettere ulteriormente sotto pressione un servizio già fortemente impegnato, con ricadute sui tempi di attesa e sulla qualità della risposta alle persone”.
Quattro problemi
Il decreto legge sull’integrazione scolastica con la soglia del 30% per gli alunni non italiani “se non è accompagnata da risorse e da una lettura individuale dei bisogni, secondo la Cisl, pone quattro problemi: “1) Il primo è spostare, non risolvere: se una classe non può accogliere, la famiglia deve cercare un altro plesso, con più pendolarismo e possibili nuove concentrazioni. 2) il secondo è il rischio di confondere situazioni molto diverse: un ragazzo nato qui e pienamente italofono non ha lo stesso bisogno di un neoarrivato. 3) il terza sono deroghe strutturali senza organico: nei bacini già oltre soglia il criterio formale non crea docenti di italiano L2, mediatori o tempo per il rapporto con le famiglie. 4) il quarta è la disuguaglianza territoriale: nei Comuni con una sola scuola non si redistribuisce nulla; nelle aree sovracomunali l’effetto ricade su trasporti, scelta della scuola e continuità educativa”, spiega Randazzo.
