Sono trascorsi 55 giorni dall’agguato di via Fani, quando il presidente della DC Aldo Moro è stato rapito dalle Brigate Rosse e la sua scorta è stata massacrata. Sotto i colpi delle BR guidate da Mario Moretti e Prospero Gallinari, muoiono gli agenti Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.
Il 9 maggio 1978 una telefonata delle BR comunica che il cadavere dello statista democristiano si trova nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, al centro di Roma, tra le sedi della DC e quella del PCI.

La tragica conclusione del rapimento avviene dopo diversi depistaggi, estenuanti trattative e feroci polemiche fra quelli che sostengono la linea della fermezza per non legittimare le BR (DC, PCI, PRI, PLI, ecc.) e quelli (PSI, Radicali e alcuni esponenti della DC) disposti a ricercare autonomamente, quindi senza una trattativa con le BR, una soluzione umanitaria nel tentativo di salvare la vita di Moro. Anche l’appello del Papa agli “uomini delle BR” non sortisce nessun esito e chiude definitivamente la partita.
Dalla “prigione del popolo” Moro, che coglie perfettamente la gravità della situazione, scrive molte lettere ai familiari, ai dirigenti politici di quasi tutti i partiti, specie alla DC, cercando disperatamente di suggerire una possibile soluzione. Ma tutti i suoi sforzi risultano vani. Molti negano addirittura l’autenticità delle lettere. “Moro – si dice – non è più lui ed è in balia dei suoi carcerieri”.
La vicenda che ha tenuto tutti gli italiani con il fiato sospeso e catalizzato l’interesse di tutti gli osservatori del mondo, giunge così al suo tragico epilogo.
Una raffica di mitra mette fine alla vita dell’illustre prigioniero. È il 9 maggio 1978. Non appena il cadavere è recuperato, Cossiga si dimette da ministro dell’Interno.
Aldo Moro era nato a Maglie in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916. Docente di filosofia del diritto all’Università di Bari fin dal 1943, sposa Eleonora Chiaravelli, dalla quale avrà 4 figli. Nel 1946 fa parte dell’Assemblea costituente ed è nominato sottosegretario agli Esteri nel governo De Gasperi. Più volte ministro, nel 1962 è chiamato a costituire il primo governo di centrosinistra. Cinque volte Presidente del Consiglio dei Ministri e presidente della DC, è considerato il principale artefice dell’avvicinamento al Partito comunista di Enrico Berlinguer.

È questo disegno politico detto di “solidarietà nazionale”, che probabilmente gli rimproverano i suoi assassini e che lo porta alla morte. Il rapimento avviene infatti il 16 marzo, giorno della presentazione del governo alle Camere, che in poche ore votano la fiducia.
Il rito funebre ufficiale è celebrato dal suo amico di vecchia data papa Paolo VI, senza però la salma dello statista per esplicito volere della famiglia, la quale, ritenendo che lo Stato italiano abbia fatto poco o nulla per salvargli la vita, rifiuta i funerali di Stato, optando per le esequie private.
Molti interrogativi circa gli esecutori, la dinamica degli avvenimenti e il ruolo dei servizi segreti italiani e stranieri restano ancora aperti e rappresentano ancora oggi uno dei principali misteri della storia repubblicana italiana.

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
