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Centro svuotato, e riqualificazioni senza vita non portano economia
di Giacomo Scillia
Reggio Emilia è una città bella, antica, colta, piena di potenzialità. Ma da anni sembra vittima di un equivoco urbanistico e politico: credere che rifare uno spazio significhi automaticamente restituirgli vita.
Non è così. Una piazza nuova può restare vuota. Un chiostro restaurato può restare freddo. Una strada ripavimentata può continuare ad avere vetrine spente. Una città può spendere, inaugurare, tagliare nastri, produrre rendering, comunicati e fotografie ufficiali, ma se poi le persone non si fermano, non comprano, non abitano, non passeggiano, non tornano, quella non è rigenerazione: è scenografia.
Il problema di Reggio Emilia è esattamente questo: troppe riqualificazioni senza economia, troppi luoghi rifatti senza una vera funzione urbana, troppi spazi sistemati dal punto di vista estetico ma incapaci di generare commercio, relazioni, permanenza, comunità.
Il centro storico non muore perché mancano le pietre nuove. Muore perché mancano le ragioni per andarci. Muore quando i negozi chiudono, quando gli affitti restano fuori mercato, quando i servizi vengono spostati, quando la sosta diventa complicata, quando il decoro viene confuso con il vuoto, quando la sicurezza percepita cala, quando la politica pensa agli eventi ma dimentica la quotidianità.
I numeri sono durissimi. Secondo l’Osservatorio Confcommercio, nei dieci principali comuni dell’Emilia-Romagna sono spariti 4.007 negozi in tredici anni: le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 17.299 nel 2012 a 13.292 nel 2025, con un calo del 23,2%. Per Reggio Emilia il dato è ancora più pesante: -26,6% di imprese commerciali attive rispetto al 2012. Non è una flessione temporanea. È desertificazione commerciale.
E mentre il commercio arretra, il centro mostra la ferita più evidente: centinaia di vetrine sfitte. Nel centro storico, secondo i dati emersi nel dibattito pubblico locale, si parla di 424 spazi commerciali vuoti, di cui circa 270 lungo la via Emilia, da San Pietro a Santo Stefano. È un dato che non può essere liquidato con una scrollata di spalle o con qualche iniziativa natalizia. È il sintomo di una malattia urbana profonda.
Per questo bisogna avere il coraggio di dirlo: non basta rifare le piazze. Non basta restaurare i luoghi. Non basta cementare, pavimentare, illuminare, ordinare. Se attorno resta il vuoto economico, il luogo non vive. Diventa pulito, forse. Fotografabile, forse. Ma non vivo.
Il piazzale dei Teatri dovrebbe essere uno dei cuori pulsanti della città. Invece troppo spesso appare come uno spazio freddo, attraversato più che abitato. I Chiostri di San Pietro sono un patrimonio straordinario, ma rischiano di funzionare a intermittenza, accesi dagli eventi e spenti nella vita normale. Porta Santo Stefano, con quell’ingresso duro, cementizio, poco accogliente, dà l’impressione di una soglia più respingente che invitante. E la via Emilia, che dovrebbe essere la spina dorsale commerciale e civile della città, mostra troppe ferite, troppe saracinesche abbassate, troppi locali senza destino.
La domanda è semplice: chi pensa questi spazi ha davvero capito che una città non è un catalogo di arredo urbano?
Una città è economia di prossimità. È bottega. È bar. È edicola. È libraio. È artigiano. È ristorante, ma non solo ristorante. È mercato, servizio, residenza, passaggio, incontro. È una signora che scende a comprare il pane, un ragazzo che si ferma in libreria, un impiegato che pranza in centro, un anziano che trova una panchina, una famiglia che non percepisce il centro come fatica ma come piacere.
A Reggio, invece, si è spesso ragionato al contrario: prima si sistema il contenitore, poi si spera che arrivi la vita. Ma la vita urbana non arriva per miracolo. Va costruita con una strategia economica. Servono politiche sugli affitti commerciali, incentivi veri per le nuove aperture, presidio quotidiano, pulizia, sicurezza, accessibilità, parcheggi intelligenti, servizi riportati in centro, eventi non episodici ma collegati a una visione commerciale.
Il centro storico non può essere tenuto in vita con qualche festival. Una città non campa di inaugurazioni. Campa di lunedì mattina, di martedì pomeriggio, di mercoledì sera. Campa quando un negozio riesce ad aprire e restare aperto, quando un residente trova servizi, quando un imprenditore non viene lasciato solo davanti a costi, burocrazia e deserto pedonale.
La vera riqualificazione non è rifare una piazza. È far sì che quella piazza produca vita. Se dopo un intervento pubblico le persone passano senza fermarsi, se i negozi intorno continuano a chiudere, se i locali restano sfitti, se lo spazio funziona solo durante gli eventi, allora non si è rigenerata la città: si è soltanto abbellito il vuoto.
Reggio Emilia deve smettere di pensarsi come una città da sistemare in superficie e cominciare a pensarsi come una città da riabitare. La bellezza medievale non può essere soffocata da interventi freddi, né il centro storico può essere trattato come un salotto buono da mostrare ogni tanto.
Un centro vive se produce relazioni, lavoro, commercio, sicurezza, desiderio di esserci. Altrimenti avremo piazze rifatte, chiostri restaurati, ingressi ridisegnati, ma sempre meno cittadini, meno negozi, meno anima.
E una città con le piazze nuove e le vetrine chiuse non è una città riqualificata.
È una città che ha curato il pavimento dimenticando il cuore.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.