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La sicurezza un diritto: troppi reggiani ospiti impauriti nella loro città
di Giacomo Scillia
Ci siamo stancati del buonismo di maniera, di quella retorica stanca secondo cui ogni richiesta di sicurezza sarebbe autoritarismo, ogni divisa sarebbe sospetta, ogni intervento deciso delle forze dell’ordine dovrebbe essere accompagnato da mille distinguo, mille cautele, mille paure politiche.
La verità è molto più semplice e molto più dura: in troppe città italiane, e anche nel cuore di Reggio Emilia, la libertà non l’hanno persa i delinquenti. L’abbiamo persa noi. L’ha persa il cittadino che non esce più tranquillo la sera. L’ha persa il commerciante che abbassa la saracinesca con l’ansia. L’ha persa l’anziano che evita certe strade. L’ha persa la donna che cambia marciapiede. L’ha persa chi paga le tasse, rispetta le regole, lavora, vive civilmente e poi si sente ospite impaurito nella propria città.
E qui va detto chiaro: la percezione di insicurezza non esiste. La sicurezza c’è o non c’è, punto. È molto semplice. Se prendi un pugno, se vieni derubato, se ti minacciano sotto casa, non è percezione. È un fatto. O stai sicuro o non stai sicuro. Chi subisce non percepisce, subisce. Continuare a parlare di percezione significa negare la realtà a chi la vive sulla pelle.
Allora diciamolo chiaramente: la democrazia non consiste nel rendere impotente lo Stato per non disturbare i balordi. La democrazia consiste nel proteggere i cittadini perbene. Consiste nel garantire che una piazza, una via, un portico, un parco, una stazione, un centro storico siano luoghi di vita e non territori lasciati all’arroganza di chi spaccia, minaccia, occupa, sporca, aggredisce, intimidisce.
Per questo parlare oggi di carabinieri di quartiere è giusto, ma non basta. Non servono divise mandate in strada come comparse da fotografia. Servono uomini e donne dello Stato messi nelle condizioni reali di lavorare. Servono presenza, continuità, strumenti, tutele, poteri chiari. La divisa non è arredo urbano. Non è scenografia per rassicurare l’opinione pubblica dopo l’ennesimo episodio di degrado. La divisa rappresenta lo Stato, l’autorità, la legge, la dignità della comunità.
E allora il punto è politico, non solo operativo: bisogna cambiare mentalità. Le forze dell’ordine non possono essere chiamate quando la situazione è già degenerata e poi lasciate sole quando intervengono. Non possono essere invocate dai cittadini e frenate dalle paure ideologiche. Non possono diventare il parafulmine di un sistema che per anni ha confuso la tolleranza con la resa.
Quando si parla di “regole d’ingaggio”, bisogna intendersi bene. Non si chiede uno Stato violento. Non si chiede arbitrio. Non si chiede abuso. Si chiede esattamente il contrario: regole chiare, certe, applicabili, che permettano a chi porta una divisa di intervenire senza sentirsi già imputato prima ancora di aver fatto il proprio dovere. Si chiede che un carabiniere, un poliziotto, un agente della polizia locale sappiano di avere alle spalle lo Stato, non un ufficio pronto a scaricarli al primo clamore mediatico.
Oggi, troppo spesso, chi delinque conosce perfettamente i limiti del sistema. Sa che può provocare, insultare, resistere, occupare spazi, creare disordine, contare su lentezze, cavilli, indulgenze, scaricabarile. E intanto il cittadino onesto arretra. Arretra fisicamente, evitando certe zone. Arretra psicologicamente, abituandosi alla paura. Arretra civilmente, smettendo di pretendere normalità.
Questo è il vero pericolo democratico. Non la divisa che presidia una strada. Non il carabiniere che entra in un negozio. Non il controllo in una piazza difficile. Il vero pericolo democratico è quando i cittadini perbene rinunciano alla città perché lo Stato non riesce più a garantirla. Il vero pericolo è quando l’illegalità diventa abitudine, quando il degrado diventa paesaggio, quando la paura diventa educazione quotidiana.
Reggio Emilia, come tante altre città, ha bisogno di una scelta netta. Non bastano comunicati, pattugliamenti occasionali, tavoli sulla sicurezza, annunci dopo i fatti più gravi. Serve un patto serio tra istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, amministrazione comunale, commercianti, residenti. Un patto fondato su una frase semplice: chi rispetta la legge deve sentirsi protetto; chi la viola deve sapere che la conseguenza arriva.
Non è vendetta. È civiltà. Non è repressione cieca. È ordine democratico. Non è nostalgia autoritaria. È rispetto per chi vive dentro le regole.
Dare dignità e potere alle forze dell’ordine significa riconoscere che senza sicurezza non esiste libertà. Significa smettere di trattare la sicurezza come un fastidio culturale. Significa dire che una città sicura non è una città militarizzata, ma una città dove i cittadini tornano a camminare senza paura.
Per anni abbiamo sentito dire che bisognava comprendere tutto, giustificare tutto, contestualizzare tutto. Bene, si comprenda pure. Ma dopo aver compreso, bisogna anche decidere. E la decisione non può essere sempre a danno dei cittadini onesti.
La libertà dei balordi non può valere più della libertà delle persone perbene. La fragilità sociale non può diventare lasciapassare per l’arroganza. Il disagio non può giustificare la prepotenza. La democrazia non può trasformarsi nel diritto di pochi di rendere invivibile la vita di molti.
Per questo diciamo: dignità alle divise, poteri chiari alle forze dell’ordine, presenza stabile nei quartieri, protezione vera per commercianti e cittadini, certezza delle conseguenze per chi viola le regole.
Reggio Emilia non ha bisogno di paura mascherata da prudenza. Ha bisogno di coraggio istituzionale. Perché una città non è libera quando tutto è permesso. Una città è libera quando chi rispetta la legge non deve più chiedere permesso alla paura per uscire di casa.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.