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Piazzale Europa: la città non può essere ostaggio della violenza
di Giacomo Scillia
C’è un momento in cui una città deve smettere di fare finta di niente. Deve guardare le fotografie, leggere le cronache, ascoltare chi vive nei quartieri e dire una cosa semplice, quasi brutale nella sua evidenza: così non si può andare avanti.
La rissa in piazzale Europa, con bottiglie, bastoni, feriti, ambulanze, carabinieri e paura in mezzo alla strada, non è un episodio da archiviare con la solita frase stanca: “Sono cose che capitano”. No. Non sono cose che devono capitare. Non in una città civile. Non in uno spazio pubblico. Non dove passano lavoratori, pendolari, famiglie, anziani, ragazzi, persone che hanno il diritto di attraversare una piazza senza sentirsi dentro una terra di nessuno.
Piazzale Europa non è un luogo qualunque. È una porta della città. È uno snodo, un passaggio, un pezzo di Reggio Emilia che dovrebbe rappresentare movimento, lavoro, incontro, servizi. Invece troppo spesso diventa il simbolo di un disagio lasciato marcire, di una sicurezza raccontata nei comunicati ma non percepita sulla pelle di chi ci passa davvero. Perché una cosa è parlare di sicurezza seduti a un tavolo, un’altra è trovarsi davanti uomini che si prendono a bottigliate e bastonate.
Qui bisogna essere chiari. Non è questione di colore della pelle, di passaporto o di provenienza. È questione di comportamento. Chi vive in una comunità deve rispettarne le regole. Punto. Italiano, straniero, giovane, adulto, povero, ricco: chi trasforma una piazza in un ring deve rispondere con durezza davanti alla legge. Non esistono scuse culturali, sociali o psicologiche che possano cancellare il diritto dei cittadini perbene a vivere in pace.
Il buonismo, quello vero, quello malato, non è la solidarietà. La solidarietà è una cosa seria. Il buonismo malato è chiudere gli occhi davanti al degrado, trovare sempre una giustificazione, spostare sempre il problema più avanti, dire che serve tempo mentre intanto i cittadini perdono pezzi di città. E quando una città perde i suoi spazi pubblici, perde anche un pezzo della sua democrazia.
Perché la democrazia non vive solo nei consigli comunali, nelle conferenze stampa, nei convegni e nei manifesti pieni di belle parole. La democrazia vive anche su un marciapiede. Vive in una piazza illuminata. Vive in una fermata sicura. Vive nella possibilità di uscire di casa senza paura. Vive nel diritto di una donna di camminare senza abbassare lo sguardo. Vive nel diritto di un anziano di prendere un autobus senza sentirsi fragile in mezzo al caos.
Quando un luogo pubblico viene occupato dalla violenza, dall’arroganza, dallo spaccio, dall’alcol molesto, dalle risse e dall’inciviltà, quel luogo non è più davvero pubblico. Diventa proprietà di chi urla più forte, di chi minaccia, di chi sporca, di chi rompe, di chi non ha nessun rispetto per gli altri. E allora sì, bisogna dirlo senza paura: ci hanno tolto spazio. Spazio fisico, spazio civile, spazio democratico.
Ma attenzione: la risposta non può essere la rabbia cieca. La risposta deve essere lo Stato. Uno Stato serio, presente, visibile, continuo. Non la passerella dopo il fatto grave. Non il pattuglione per due giorni e poi tutto come prima. Serve presidio, controllo, identificazioni, espulsioni dove la legge lo consente, denunce rapide, processi rapidi, daspo urbani quando necessari, ordinanze mirate, telecamere funzionanti, illuminazione vera, pulizia, servizi sociali quando servono e forze dell’ordine messe nelle condizioni di lavorare.
Perché anche qui bisogna finirla con un’altra ipocrisia: non si può chiedere sicurezza e poi lasciare soli carabinieri, polizia locale, questura e operatori sul territorio. Chi sta in strada conosce la realtà meglio di tanti teorici del salotto. Sa chi crea problemi, sa dove si formano i gruppi, sa quali zone si accendono di sera, sa quali situazioni possono esplodere. Bisogna ascoltare chi lavora davvero sul campo, non solo chi produce relazioni ben scritte.
E poi c’è la responsabilità politica. Non basta indignarsi dopo. Non basta dire “monitoriamo”. Non basta promettere “attenzione”. Una città si governa prima che esploda il problema, non dopo. Se un’area diventa fragile, va presa in mano. Se una piazza diventa pericolosa, va presidiata. Se i cittadini segnalano da mesi, da anni, non si può rispondere con frasi di circostanza.
La legalità non è cattiveria. La fermezza non è razzismo. La sicurezza non è fascismo. Queste parole vanno liberate dalla propaganda. Una comunità civile ha il dovere di accogliere chi rispetta le regole e il dovere altrettanto forte di fermare chi le calpesta. Chi viene qui per lavorare, vivere onestamente, crescere i figli, costruirsi una vita, è parte della città. Chi viene qui per fare il prepotente, spacciare, ubriacarsi in strada, minacciare, picchiare o rendere invivibili i quartieri, deve capire che la pacchia è finita.
Non con la violenza privata. Non con le vendette. Non con le ronde improvvisate. Ma con la legge. Con una legge che non tremi, che non si vergogni di essere legge, che non chieda scusa quando difende i cittadini onesti.
Reggio Emilia ha una lunga storia di lavoro, cooperazione, accoglienza, fatica popolare, solidarietà vera. Ma proprio per questo non può permettersi di diventare ostaggio di minoranze violente che distruggono la convivenza. Accogliere non significa consegnare le chiavi della città a chi non rispetta nulla. Integrare non significa subire. Comprendere il disagio non significa lasciare che il disagio diventi padrone della strada.
Bisogna tornare a una frase semplice, che una volta capivano tutti: a casa d’altri ci si comporta con rispetto. E questa città è casa nostra. Casa di chi ci è nato, di chi ci lavora, di chi ci vive da quarant’anni, di chi è arrivato ieri ma vuole stare dentro le regole. Casa nostra non vuol dire esclusione. Vuol dire responsabilità. Vuol dire che nessuno ha il diritto di devastarla.
Piazzale Europa deve tornare ai cittadini. Non domani, non tra sei mesi, non dopo l’ennesimo tavolo tecnico. Subito. Con presenze vere. Con controlli veri. Con una strategia vera. Con il coraggio di dire che alcune persone non vanno coccolate nelle loro prepotenze, ma fermate.
Il tempo delle frasi morbide è finito. Il tempo delle analisi infinite è finito. Il tempo del “vedremo” è finito. Una città che tollera tutto, alla fine, non è più tollerante: è semplicemente arresa.
E Reggio Emilia non può arrendersi. Non a bottiglie e bastoni. Non alla paura. Non all’idea che certi luoghi siano ormai perduti. Una città seria difende i suoi spazi, protegge i suoi cittadini e pretende rispetto da tutti. Chi vuole vivere qui deve capirlo bene: libertà, sì; diritti, sì; dignità, sì. Ma anche doveri, regole e conseguenze.
Senza questo, non c’è convivenza. C’è soltanto disordine. E il disordine, quando lo lasci crescere, prima o poi bussa alla porta di tutti.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.