Che potrà mai fare un flâneur in un pomeriggio festivo? Si è infilato tra i fantasmi del quotidiano di Fotografia europea 2026, il Festival 2026 iniziato il 30 aprile scorso e che si concluderà domenica 14 giugno. Compilata la scheda del giornalista, si è inoltrato nelle antiche sale dei Chiostri di San Pietro, intorno alle 16.15. Pochi i visitatori, soprattutto giovani. Si incammina nel fascinante portico per raggiungere l’ingresso. Sale le scale, alcuni gradini lasciati sbrecciati, come a ricordare che il tempo consuma, e si trova nella sale del primo mostrante i fantasmi, “Bravo” di Felipe Romero Beltràn.
Oltre le foto incorniciate che fissano personaggi e paesaggio della linea di confine Messico-Usa, la mostra propone tre video, forse un battesimo di ragazzi nel Rio Bravo, un pescatore che non piglia un pesce e un giovanotto che nuota al rallentatore in uno specchio d’acqua. Il flâneur procede. Mohamed Hassan con la sua “Our hidden room” affronta i rapporti col padre, anche lui fotografo, attraverso diversi scatti. Ci ridestiamo di fronte a foto e diapositive di una città, egiziana? Il Cairo? Alessandria d’Egitto? Vi sono case, palazzi, scorci urbani in cemento sgretolato e onirico, un b/n poco rassicurante perché b/n sta anche per bomba N, che uccide gli umani e non solo attraverso radiazioni e lascia intatte le infrastrutture. Bravo.

Dalla terra dei faraoni e di Abdel Fattah al-Sisi il visitatore si immerge in tre video luddisti di Salvatore Vitale: “Automated Refusal” che raccontano il «modo in cui le tecnologie per l’automazione stanno ridefinendo il lavoro e rivelando le contraddizioni del capitalismo digitale». Ma occorre leggere la spiegazione per comprendere perché, ad esempio, uno dei protagonisti dei video distrugge un computer. Afferrando saldamente, prigioniero della modernità, lo smartphone il flâneur entra nella sala botanica di Marine Lanier. La descrizione del pannello introduttivo, dice: «esploro frammenti di vita e immagino un mondo primitivo in trasformazione». È “Le Jardin d’Hannibal” ad essere esplorato, il «giardino del Lautaret, il giardino botanico alpino più alto d’Europa, situato a 2.100 metri di altezza, sotto i ghiacciai della Meije, oggi centro di ricerca sul cambiamento globale». Il flâneur si gratta la testa e prosegue.
I primi veri fantasmi, almeno come ce li immagiamo noi, diafani e opalini, si attraversano con Ola Rindal in “Stains and Ashes”, macchie e cenere. Brividi. Ci si tuffa, per tornare nell’al di qua, nel mare (e nei ricordi) in b/n della riviera toscana di Giulia Vannelli; non sono solo foto, ma sono esposti oggetti di rimembranti. Il flâneur riemerge, perplesso, dalle acque del mar Tirreno tra i ballerini fotografati antropologicamente da Tania Franco Klein. “Subject Studies” è il «progetto antropologico. Questa serie analizza il modo in cui identità e pregiudizio plasmano la nostra percezione…». Sarà…

Ci sono altre sale con installazioni che proiettano immagini lisergico-psichedeliche. Sono di Frédéric D. Oberland “Vestiges of the future”, del quale la memoria ha fissato solo il volto in bianco e nero di una donna che canta? Che urla? Ah! È la foto stampata su locandine e striscioni di Fotografia europea 2026. Fine delle esposizioni del primo piano. Si scende.
La prima sala è dedica al progetto Diciottoventicinque. «Racconta lo sguardo di una generazione immersa in un presente immateriale, segnato da presenze sfuggenti che influenzano la vita quotidiana». Il flâneur lo trapassa come fosse, appunto, un fantasma, e gira a sinistra. “Keep The Fire Burning” è il tema delle sale dove sono esposti, legati a lunghi tavoli illuminati da una serpentina di neon rossi, libri fotografici. Ci sono anche delle foto. Per fortuna, alla fine si è accolti da un fantasma sospeso tra terra e cielo avvolto in un fascio di luce, immortalato, da Chen Chuanduan, riflesso in uno specchio d’acqua. Un b/n colorato, affascinante. Detto questo, si devono sfogliare decine di libri fotografici, un’operazione un po’ noiosa.

Nella sala di fronte espone Simona Ghizzoni con “Milk Wood” (titolo dell’ultima opera di Dylan Thomas) «si muove tra fotografia, elaborazione pittorica e audio, è dunque una proposta di rilettura lessicale e visuale del quartiere stazione».
Una lanterna fotografata di viale IV da rossa diventa virata in un grigio-azzurro traslucido. Fantasma cinese. Con essa, dentro un box onirico, ci sono altri scatti con scorci altrettanto sfuggenti della zona stazione. Brava. Nell’ultima sala sono in mostra, si ritiene sempre di Ghizzoni, gigantografie di ritratti di persone di provenienza diversa. Non sono fantasmi. Ri-brava.

