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42 anni fa moriva Berlinguer. Nel 1983 un milione sul prato del Campovolo
di Iulio Lo Piccolo
L’11 giugno 1984, alle 12.45, moriva a Padova Enrico Berlinguer. Aveva 62 anni. Era stato colpito da un’emorragia cerebrale quattro giorni prima, sul palco di un comizio in Piazza della Frutta, durante la campagna elettorale per le elezioni europee. La folla lo vide spegnersi mentre parlava: la sua voce era sempre più incerta, le gambe cedevano. I partecipanti, profondamente scioccati, lo invitavano a smettere: «Basta, Enrico». Lui finì il discorso. Poi entrò in coma e non si riprese più.
Berlinguer era segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972. In quegli anni aveva portato il PCI a diventare il partito comunista più grande del mondo occidentale, con oltre un milione e settecentomila iscritti. È ricordato soprattutto per due cose: l’elaborazione dell’eurocomunismo – una via al socialismo distinta dal modello sovietico – e la cosiddetta “questione morale”, il discorso sulla corruzione della politica italiana che ancora oggi viene citato. Ai suoi funerali, il 13 giugno a Roma, parteciparono due milioni di persone.
Reggio Emilia, in questa storia, ha un posto preciso. Il 18 settembre 1983, meno di nove mesi prima della sua morte, Berlinguer chiuse al Campovolo la Festa Nazionale dell’Unità davanti a quasi un milione di persone. Era l’ultima grande manifestazione della sua vita. Il Campovolo era allora un’area in larga parte abbandonata, recuperata per l’occasione dai volontari comunisti. Oggi ospita la RCF Arena, al centro di un dibattito cittadino che non accenna a spegnersi. Ma prima dei concerti, prima dei progetti e delle polemiche, quel prato ha visto una partecipazione difficile da replicare.
Il Comune ha riconosciuto quel legame in modo concreto: il bosco urbano adiacente alla pista del Campovolo porta il nome di Berlinguer.